Più spesa pubblica, più crescita? Un errore colossale

Dimenticate Keynes: in Italia la spesa pubblica è improduttiva. E, se allocata male, aumenta il debito pubblico senza generare nuova ricchezza. Ecco perché dobbiamo esplorare strade diverse. Una su tutte: migliorare la qualità della pubblica amministrazione e snellire le procedure

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PHILIPPE HUGUEN / AFP

21 Febbraio Feb 2017 1201 21 febbraio 2017 21 Febbraio 2017 - 12:01
WebSim News

«Se prendessimo un punto di PIL, circa 16 miliardi, per metterlo nell’economia italiana, anche noi avremmo il ritmo spagnolo». Così ha detto Filippo Taddei, che pure è uno degli economisti di maggiore valore che affiancano l'ormai ex segretario del Partito Democratico Matteo Renzi. Secondo Taddei, il ritardo che l’Italia continua ad avere rispetto agli altri è determinato dalla maggiore necessità che l’Italia ha di contenere il proprio deficit. Ed i conti, in teoria, tornerebbero pure: l’Italia cresce dell’uno per cento quasi (è l’unico Paese dell’Unione che sarà sotto l’uno nell’anno in corso secondo la Commissione); la Spagna ad un ritmo superiore al 3%. E, tuttavia, il deficit sul Pil in Italia è intorno al 2,5% e in Spagna superiore al 4.

Più deficit più crescita, e viceversa. Sembra ovvio. Invece, nell’affermazione di Taddei c’è un errore, anzi due. Molto frequenti e importanti. Perché se davvero crediamo che la crescita di un Paese la faccia solo il deficit e, nel nostro caso, la capacità di strappare alla Commissione qualche decimale di spesa pubblica in più, ci allontaniamo, sempre di più, dalla fine del tunnel nel quale ci siamo cacciati. Ed è un errore che dovrebbe essere al centro del dibattito del Partito Democratico che sembra, invece, perso nella cortina fumogena delle ideologie in una lotta di potere incomprensibile.

Il primo errore è quello, dunque, di assumere che far spendere allo Stato in più si traduca – in maniera più o meno automatica – in un’espansione della stessa dimensione dell’economia. È un errore che deve essere dovuto ad una qualche deformazione professionale che ha reso alcuni economisti – soprattutto quelli intrappolati dalla logica dei modelli econometrici – progressivamente incapaci di prevedere alcunché. E le loro ricette non più in grado di curare.

In realtà un aumento di spesa pubblica - anche a prescindere dagli effetti che ha sul debito e, quindi, sui nostri figli - può provocare effetti estremamente diversificati. Tutto dipende dalla qualità di un governo che decide dove allocare le risorse; nonché dall’efficienza della macchina amministrativa che traduce quelle scelte in investimenti concreti. Ed è qui che casca l’asino italiano e l’economista non può dichiararsi indifferente a questo piccolo dettaglio.

Ciò non significa che gli investimenti pubblici non servono: in alcuni casi - dovrebbe capitare, in teoria, quando investi in educazione, ricerca, capitale umano per il futuro - spendere può aumentare in maniera più che proporzionale la ricchezza complessiva di un Paese.Molto più spesso, però, in Italia, succede di trovare – facilmente – pezzi di spesa pubblica “improduttiva” - lo è, per definizione, quella per pensioni - o addirittura dannosa: in questi casi è possibile il miracolo di aumentare la ricchezza, diminuendo il deficit. Innescando, peraltro, ulteriori effetti moltiplicatori di minori interessi sul debito e minori tasse.

È il caso di servizi pubblici duplicati – come quelli che certificano il possesso di un’automobile tra Aci e motorizzazione civile – che finiscono con il far perdere tempo (e dunque Pil) a tutti. Ma ancora più dannoso è il caso degli investimenti che nel Mezzogiorno inquinano un mercato che non è mai decollato, finanziato, a volte, la criminalità organizzata e fanno sopravvivere una classe dirigente che fa da tappo allo sviluppo di cinque o sei Regioni in stato di permanente sottosviluppo.

In realtà un aumento di spesa pubblica - anche a prescindere dagli effetti che ha sul debito e, quindi, sui nostri figli - può provocare effetti estremamente diversificati. Tutto dipende dalla qualità di un governo che decide dove allocare le risorse; nonché dall’efficienza della macchina amministrativa che traduce quelle scelte in investimenti concreti. Ed è qui che casca l’asino italiano

E ciò senza considerare un fattore che dovrebbe essere assolutamente al centro dell’azione di un governo e della riflessione di un Partito come il Pd: la prateria – di rischi e opportunità – che le tecnologie stanno aprendo. Ha ancora senso – ai fini del diritto alla salute delle persone – un sistema sanitario nazionale organizzato, ancora, su base geografica laddove le tecnologie consentono di intervenire su un numero crescente di patologie a distanza? Vogliamo cominciare a ragionare di queste rivoluzione invece di continuare ad agitare stancamente categorie ideologiche pensate per una fase storica ormai finita?

Non conta, insomma, solo la grandezza macroeconomica. Contano tantissimo le sue componenti. Il Patto di Stabilità, a cui bisognerà rimettere mano, dovrà porre agli Stati vincoli differenziati a secondo di dove spendi. E tantissimo conta la qualità dell’amministrazione perché altrimenti rischiamo di versare acqua in un secchio che ha un buco sul fondo.

C’è poi un secondo errore che gli esperti fanno e che i governi spesso subiscono. Quello di ragionare del Pil come mantra assoluto. Come obiettivo da raggiungere a tutti i costi e nel più breve tempo possibile per poterlo esporre – come scalpo – agli elettori festanti prima delle prossime elezioni. Ed, invece, del Pil le persone, normalmente, si interessano poco. È un errore questo che assomiglia a chi sta per affogare e comincia ad agitarsi per trovare un appiglio quanto prima è possibile. La crescita del Pil è, invece, un traguardo da costruire nel tempo, oltre che un misuratore imperfetto. Devi ricostruire con pazienza i presupposti per una crescita che duri e ciò comporta, innanzitutto, un ridisegno della macchina attraverso la quale spendi e degli strumenti cognitivi attraverso i quali governi un Paese e cerchi consenso.

Fu lo stesso John Maynard Keynes, il padre della macroeconomia, a tuonare che «nel lungo periodo saremo tutti morti». Sarebbe lui il primo a essere deluso ad accorgersi che c’è qualcuno che, oggi, un secolo dopo il New Deal, vuole applicare i suoi schemi teorici senza confrontarsi con un contesto completamente diverso.

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