Toglietevi la ruggine dalla testa: il made in Usa è uscito fortissimo dall’era Obama

La manifattura statunitense non è affatto in declino. Lo sono senza dubbio i lavori. Ma la produttività è andata salendo. E la crescita è tutta questione di produttività

Dodge Viper

Un operaio nella fabbrica della Dodge Viper (gruppo Fca), a Detroit, Michigan (BILL PUGLIANO / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP)

21 Febbraio Feb 2017 1025 21 febbraio 2017 21 Febbraio 2017 - 10:25
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A furia di sentirlo ripetere ci si può anche convincere: che l’industria americana sia andata declinando da decenni e che la Rust Belt, la cintura degli Stati centrali industriali, non sia altro che una fila di fabbriche dismesse. Che ci siano state chiusure è una realtà, come il fatto che oggi ci siano quasi 5 milioni in meno di operai che lavorano negli States rispetto a 20 anni fa. Ex-operai che nella maggior parte dei casi sono finiti in servizi a bassa qualifica e pochi diritti. E che hanno trovato nelle parole di Donald Trump sul ritorno delle fabbriche una promessa di riscatto sociale. Ma questo grafico della ERT, la European Round Table of Industrialists, mostra anche dell’altro.

Il grafico racconta la competitività delle varie economie mondiali nel settore manifatturiero e descrive un’America mai così forte. È un indice che pesa componenti come attrazione di talenti, costi, produttività, cornici legali e regolatorie, istruzione, infrastrutture, policy incentivanti, mercati locali e sistemi sanitari. In questa classifica, gli Stati Uniti si ritrovano praticamente alla pari con la Cina e negli ultimi tre anni hanno scippato la seconda posizione alla Germania, non proprio un Paese che sia rimasto fermo a livello economico. Nella top ten, peraltro, la Germania è l’unico Paese dell’Unione europea (con il Regno Unito, in uscita). È solo una forzatura dell’Indice? Più probabilmente è il risultato di questo secondo grafico.

Il costo di lavoro per unità di prodotto negli Stati Uniti, così come in Giappone e Spagna, oltre che in maniera macroscopica in Messico, è sceso. In altre parole, la produttività è cresciuta. Proprio l’esatto opposto di quel che è avvenuto nei due Paesi nell’estremo opposto del grafico, Italia e Francia.

A questo risultato si è arrivati soprattutto grazie alle industrie ad altra tecnologia, come mostrano i dati nella sezione statistica della Federal Reserve. La stessa fonte ci dice altre cose: che la produzione industriale non ha fatto altro che salire in maniera quasi costante dalla fine degli Sessanta e che l’output è raddoppiato - nonostante una lunga fase di discesa dopo la crisi iniziata nel 2008 - rispetto al 1990.

Si arriva così al terzo grafico di ERT: quello che misura l’indice globale delle performance di innovazione:

In questo caso vengono pesate la qualità delle risorse umane e dei sistemi per la ricerca, gli investimenti in ricerca e sviluppo, la disponibilità di personale qualificato, le esportazioni di prodotti tecnologici e dei servizi ad alta intensità di conoscenza. Anche in questo caso, la classifica vede gli Stati Uniti ben davanti all’Europa. Che investimenti in ricerca e sviluppo e produttività oraria siano collegati è scontato, ma questo grafico, il quarto, mostra quanto netta sia la correlazione. E quanto, ancora una volta, Stati Uniti e Germania siano appaiate nell’empireo. Andate a cercare l’Italia, seconda potenza industriale europea.

Certamente, se il manifatturiero statunitense è cresciuto, ciò è avvenuto sulla base di criteri di concorrenza, con vincitori e vinti. Interi settori, come il tessile, sono praticamente azzerati a livello industriale. Interi territori sono stati abbandonati dalle società industriali. È uno degli scotti che l’America, anche quella di Obama, ha deciso di pagare per tenere lontana l’obsolescenza. Mentre le politiche redistributive della ricchezza così creata sono state insufficienti. L’alternativa trumpiana, imperniata sul disincentivo alle delocalizzazioni e sui dazi alle importazioni, avrà modo di dimostrare se sarà stata più efficace. Anche se, come ha ricordato nei giorni scorsi Paul Krugman, le conseguenze sulla competitività del protezionismo si misurano nel lungo periodo.

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