Violenta una bambina, è libero: la giustizia italiana è tutta da rifare, subito

Aveva violentato una bambina di sette anni, era stato condannato in primo grado, è stato prescritto dopo vent’anni perché la causa si era impantanata per nove anni. È successo a Torino, potrebbe accadere ovunque. Ecco perché la giustizia italiana va riformata. E in fretta

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21 Febbraio Feb 2017 1051 21 febbraio 2017 21 Febbraio 2017 - 10:51

Ieri, a Torino, un giudice ha chiesto scusa al popolo italiano. L’ha fatto perché il violentatore di una bambina, dopo essere stato condannato a dodici anni di reclusione in primo grado, è stato assolto perché sono scaduti i termini della prescrizione - vent’anni! - dal giorno in cui è stato commesso il fatto. Prima che qualcuno pensi che ci siano di mezzo avvocati senza scrupoli, sappiate che il procedimento è rimasto fermo per nove anni sugli scaffali del tribunale di Torino. Ora quella bambina, violentata dal convivente della madre, ne ha ventisette e l’unica giustizia che chiede è dimenticare.

Per noi è doveroso ricordare che siamo il Paese in cui il procedimento penale dura di più nei quarantacinque paesi europei (Russia compresa). 386 giorni, in media e in aumento dai 329 giorni del 2010. Che il sistema giudiziario italiano costa 4,5 miliardi di euro ed è il terzo più caro d’Europa, dopo quello tedesco e quello inglese

Per noi, intanto, è doveroso ricordare. Che siamo il Paese in cui il procedimento penale dura di più nei quarantacinque paesi europei (Russia compresa). 386 giorni, in media e in aumento dai 329 giorni del 2010. Che seppure siano diminuite di un terzo, rimangono ancora 4 milioni di cause pendenti, molte delle quali rappresentano un arretrato cronico, superiore ai tre anni. Che il sistema giudiziario italiano costa 4,5 miliardi di euro ed è il terzo più caro d’Europa, dopo quello tedesco e quello inglese. Che è il più inefficiente d’Europa se si comparano i costi con la durata media dei procedimenti. Che secondo una stima del Fondo Monetario Internazionale servono più di tre anni per risolvere una causa civile, tre volte più che in Germania, la Spagna e la Francia. Che stando a un calcolo di Confartigianato, questa lentezza costa complessivamente alle imprese italiane più di un miliardo di euro all’anno. Che ci sono ancora, nonostante gli indulti, 54mila detenuti su 50mila posti in carcere. Che si questi, quasi 20mila sono ancora in attesa di giudizio.

Fa specie pensare che abbiamo buttato via più di vent’anni a inseguire i processi di Berlusconi, ignorando l’elefante alle sue spalle, un labirinto kafkiano in cui sono imprigionate, da anni, milioni di persone in attesa, di giudizio o di giustizia. Il risultato è sotto ai nostri occhi, oggi. E la questione, al netto di ogni difesa corporativa, è «indifferibile», come ha detto il ministro Orlando all’apertura dell’anno giudiziario. Dopo quel che è successo ieri, se possibile, lo è ancora di più.

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