Viva l’innovazione, ma prima o poi saremo tutti tassisti contro Uber

Da Uber ad AirBnb, la app economy è un futuro inevitabile. Ma la libera iniziativa non può trasformarsi in legge della giungla. Altrimenti, un giorno nemmeno troppo lontano, in piazza potremmo finirci tutti. Ecco perché la politica non può lavarsene le mani

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Andreas SOLARO / AFP

22 Febbraio Feb 2017 0815 22 febbraio 2017 22 Febbraio 2017 - 08:15
Tendenze Online

A tutti noi piace l’innovazione. Ci piace guardare i film su Netflix, YouTube al posto della televisione, ci piace girare il mondo con AirBnb, ci piacciono le tariffe e le automobili di Uber, o trovare tutto su Amazon e farcelo portare a casa. Presto, per la cronaca, ci piaceranno pure servizi che ci permetteranno di gestire il nostro denaro al posto delle banche. A tutti noi piace quando qualcuno ci offre servizi migliori a prezzi più bassi.

Tutto giusto. Tanto più se l’innovazione rompe rendite di posizione ingiustificate. Per dire: che cos’ha un tassista, che lo rende diverso da chiunque di noi? Nulla. Abbiamo tutti la patente, l’automobile, il navigatore satellitare, il telefono per ricevere le chiamate. La differenza tra noi e loro è la licenza. Che da adempimento normativo è diventato un asset economico da centinaia di migliaia di euro. Un “diritto feudale di caccia” - come lo chiama Antonio Belloni, autore di Uberization (Egea), un libro di prossima uscita dedicato al potere della disintermediazione - che viene scambiato per centinaia di migliaia di euro e per comprare il quale si ipoteca la casa. L’unica cosa, soprattutto, in grado di giustificare la tariffa - in media, a Roma è una volta e mezzo quella di Londra - per la quale i tassisti chiedono più soldi di quanti ne potrebbero chiedere.

Di questa rendita, Uber è la nemesi. Giusta, fino a che consideriamo noi stessi come dei consumatori, e basta. Meno, nel momento in cui ci accorgiamo che ognuno di noi, a suo modo, rischia la fine del tassista. Per dire: chi l’avrebbe detto, due soli anni fa, che Facebook sarebbe stato un concorrente per i giornali?

Di questa rendita, Uber è la nemesi. Giusta, fino a che consideriamo noi stessi come dei consumatori, e basta. Meno, nel momento in cui ci accorgiamo che ognuno di noi, a suo modo, rischia la fine del tassista. “Sindrome di Uber” la chiama sempre Belloni nel suo libro, la paura che il nemico possa arrivare da qualunque parte, che chiunque possa combatterti nel tuo settore. Per dire: chi l’avrebbe detto, due soli anni fa, che Facebook sarebbe stato un concorrente per i giornali? E che tra loro si sarebbe levata forte la voce di chi chiede che il social network per eccellenza sia considerato al pari di un editore, con tutti gli obblighi del caso?

Si tratta di una concorrenza impari, peraltro. Dietro all’alea romantica di due computer e un garage si nascondono finanziatori con risorse quasi illimitate. Oggi Uber fa ricavi per un paio di miliardi di dollari, ma è valutata 62,5 miliardi di dollari, 17 in più di General Motors. Segnale, nemmeno troppo difficile da decrittare, di un approccio da monopolista, che vende la propria merce sottocosto per ammazzare il mercato. Non esattamente un inno alla libertà.

E allora, forse, ha qualche ragione anche chi dice che la politica debba trovare degli argini all’innovazione, se non altro per rendere meno sottile il confine tra la libera concorrenza e legge della giungla. O per far sì che chi lavora per queste realtà sia effettivamente inquadrato come un loro dipendente, e retribuito come tale. O ancora, per evitare - come nel caso di specie dei tassisti romani - che il valore delle loro licenze, acquistate per centinaia di migliaia di euro nel contesto di un sistema chiuso, non sia azzerato da qualcuno che è entrato sul mercato dalla porta posteriore.

Ecco perché al netto della violenza, dei saluti romani, delle bombe carta e dei tirapugni di un gruppo di facinorosi - da condannare con forza, ci mancherebbe - qualche ragione per protestare i tassisti ce l’hanno, se la politica decide di non decidere e si lava le mani di fronte al disagio di molti tra loro. Basterebbe, in fondo, un fondo co-finanziato dallo Stato e dai tassisti stessi per comprare le licenze, per arrivare ad azzerarne il valore - eliminandole o moltiplicandole - per rendere morbido l’atterraggio dei tassisti nel mercato libero. Un mercato libero che poi andrà controllato con cura e serietà. Perché a tutti piace l’innovazione. Tranne quando tocca pagarne il prezzo.

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