Aperti a parole, protezionisti nei fatti: così l’Europa sta bloccando la via della Seta cinese

L'Unione Europa dice no alla Cina e blocca per accertamenti la costruzione dei 350 chilometri di ferrovia tra Budapest e Belgrado. Il rischio è che la Cina voglia ricostruire l'antica Via della Seta e allargare la propria influenza economica e politica

Treni

BEN STANSALL / AFP

23 Febbraio Feb 2017 1148 23 febbraio 2017 23 Febbraio 2017 - 11:48

“È una bambolina, che fa no no no no no. È così carina, ma fa no no no no no”. Bisogna avere una certa età per saperlo ma la cantavano i Quelli intorno a metà anni Sessanta. Detto questo, la bambolina in questione non ricorda la nostra benedetta Unione Europea? L’ultimo “no” della serie (dopo quello al South Stream e al Ttip, per dare un colpo al cerchio Russia e uno alla botte Usa) lo abbiamo rifilato alla Cina, bloccando per accertamenti la costruzione dei 350 chilometri di ferrovia tra Budapest (Ungheria) e Belgrado (Serbia) che un treno ad alta velocità potrebbe percorrere in tre ore rispetto alle otto attuali, tempo dei treni normali.

La Cina c’entra per tante ragioni. La prima è che la tratta ferroviaria dovrebbe essere costruita da un consorzio formato da due aziende cinesi (China Railway International Corporation e Export Import Bank of China) e dalle Ferrovie dello Stato ungheresi, con l’85% delle azioni del consorzio in mano ai cinesi. Situazione che ha appunto offerto il destro ai funzionari Ue di bloccare tutto per verificare la corrispondenza degli appalti alle regole europee.

Ma questo è il meno. Di quell’appalto, una miseria da un miliardo e mezzo di dollari, alla Ue importa poco. E le credenziali tecnico-ferroviarie dei cinesi, che hanno ormai la più vasta rete ad alta velocità del mondo e stanno posando binari in oltre 60 Paesi, sono impeccabili. La questione è assai più ampia. Quei 350 chilometri di binari, infatti, costituirebbero un anello fondamentale della catena che la Cina sta con pazienza (e tanto denaro: alla base, un fondo d’investimento da 40 miliardi di dollari costituito nel 2013) tracciando per far rinascere l’antica Via della Seta, collegare il proprio Paese con il resto del mondo e, ovviamente, allargare la propria influenza commerciale e politica. Tale via avrebbe il terminale europeo ad Atene, nel porto del Pireo che proprio la Cina, attraverso la Cosco (China Ocean Shipping Company) e con un investimento da 3,4 miliardi di dollari, si è di fatto comprata nel 2008. Bloccare quei binari significa, di fatto, bloccare all’ultimo passo l’intero progetto.

La vicenda è interessante anche per i suoi aspetti paradossali. La stessa Unione Europea che, con l’austerità selvaggia, ha costretto la Grecia a vendere i gioielli di famiglia come il Pireo, ora fa la preziosa con le conseguenze delle sue stesse decisioni. Anche se, a dirla tutta, ad Atene i cinesi hanno fatto forti investimenti, aumentato di otto volte il traffico mercantile e assunto più di mille lavoratori e non c’è più nessuno che si lamenti del loro arrivo.

L'Unione Europea dice no alla Cina e blocca per accertamenti la costruzione dei 350 chilometri di ferrovia tra Budapest e Belgrado. La questione è assai ampia: quei 350 chilometri costituirebbero un anello fondamentale per la ricostruzione dell'antica Via della Seta

Viene in mente in proposito quanto disse nel 2015 l’economista Yanis Varoufakis, allora ministro delle Finanze del primo Governo Tsipras e idolo della sinistra planetaria: «Tutto sommato, l’arrivo di Cosco al Pireo è stato uno sviluppo positivo. La mia unica preoccupazione riguardo alla cosiddetta “invasione cinese" è che non sia abbastanza massiccia. Il Governo dovrebbe offrire ai cinesi anche le ferrovie greche, al prezzo di 1 euro, a patto che loro si impegnino a collegare i porti di Patrasso e del Pireo al resto d’Europa attraverso ferrovie ad alta velocità». Che, a quanto pare, è proprio ciò che Bruxelles non vuole. Fermo ovviamente restando che quei 350 chilometri ad alta velocità magari non li costruiranno i cinesi ma di certo non li costruiremo noi europei.

Perché il bello è questo. Nel Duecento, con Marco Polo e compagnia, la via della Seta la percorrevamo noi, ed eravamo noi ad aprirci nuovi e favolosi orizzonti. Adesso ce ne stiamo chiusi in casa, divisi e pronti a giocare a rubamazzetto con il più sfigato del gruppo, la solita Grecia. Non a caso uomini del nostro Governo hanno già fatto notare che i porti di Genova, Venezia e Trieste sono più vicini al cuore dell’Europa di quello del Pireo. I loro omologhi francesi hanno fatto altrettanto e quelli spagnoli idem, visto che la Via della Seta terrestre che sbocca in un porto è affiancata da un’altrettanto importante Via della Seta marittima che dei porti europei ha bisogno come il pane. Tutti si dicono preoccupati per gli sforzi che la Cina sta facendo per espandere la propria influenza nel Mar Cinese meridionale. Ma se poi i container arrivassero nei loro porti, allora…

E qui si torna ai soliti trucchetti della politica internazionale. Nel gennaio scorso a Davos, tempio della finanza internazionale, il presidente cinese Xi Jinping illustrò il progetto della Via della Seta come un salto di qualità del commercio mondiale e delle relazioni tra i popoli, tra gli applausi e la commozione di economisti, politici e affaristi che sono i più grandi fan del mondo globalizzato. Ma contro l’espansionismo marittimo della Cina, il presidente americano Barack Obama costruì quel Tpp (il trattato trans-Pacifico che riuniva gli Usa e altri 11 Paesi) che doveva fare da diga proprio alle ambizioni commerciali e politiche cinesi.

Globalizzazione un corno, quindi. Poi venne Donald Trump, che sconfessò il Tpp e si prese del protezionista, in America e in Europa. Perché noi europei, si sa, siamo per la globalizzazione, i mercati aperti, le società liquide e l’happy hour. Infine, sono sbarcati in Europa i cinesi e di nuovo abbiamo scoperto che un po’ di protezionismo in fondo non fa male. Occidentali’s Karma.

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