Jan-Werner Muller: «Tecnocrazia e populismo sono due facce della stessa medaglia»

Intervista al politologo tedesco, autore del saggio “Cos’è il populismo?”: «L’essenza di Trump & co? il rifiuto del pluralismo. Per batterli non serve parlare come loro, né escluderli. Bisogna rispondere con la politica. E avere istituzioni forti»

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GIUSEPPE CACACE / AFP

27 Febbraio Feb 2017 1411 27 febbraio 2017 27 Febbraio 2017 - 14:11

La verità, vi prego, sul populismo. Non ce ne voglia Auden, ma questo è quel che van cercando analisti, commentatori, sondaggisti e politici, da qualche anno a questa parte. La causa primigenia, il filo rosso che li unisce, o ancora meglio le armi con cui combattere quella che - dipende come la pensiate - è alternativamente rappresentata come la malattia delle democrazie occidentali, o la sua ultima e legittima forma. Jan-Werner Muller, politologo tedesco che insegna a Princeton, negli Stati Uniti, autore del saggio “Cos’è il populismo” (Ube, 2017) che secondo il Washington Post è “l’opera più utile per capire il successo di Trump”, appartiene alla prima fazione: «Il populismo è un pericolo per la democrazia - spiega a Linkiesta -, ma non dobbiamo commettere due errori mortali: escluderlo dal gioco democratico, o legittimarlo assumendone, anche se edulcorate, le posizioni».

Cominciamo bene…
Intendiamoci subito, però. Non è che chiunque critichi il governo, o le élite, o l’establishment è necessariamente populista. Un buon cittadino è fisiologicamente critico nei confronti di chi comanda. È il sale della democrazia.

Cosa distingue, allora, un movimento di critica radicale dello status quo da un movimento populista?
Il modo. I populisti rifiutano il pluralismo, pensano di essere i soli a rappresentare il popolo, la maggioranza silenziosa. È la pretesa di avere il monopolio sul popolo a creare il populista. Quando Trump dice che ha ridato la Casa Bianca agli americani dice questo. Che chi l’ha preceduto, a differenza sua, non rappresentava il popolo. È una mistificazione, ovviamente, ma la gente ci crede.

Come mai?
È dfficile trovare una causa sola. Il declino economico è uno dei motivi della nascita del populismo, cero. Non è sempre vero che in ogni luogo in cui le cose vanno male in economia, arriva il populismo. Irlanda e Portogallo sono la prova che non sempre le crisi portano il populismo, anche dove le élite hanno enormi responsabilità.

Quindi?
Quindi le cause che contribuiscono all’emergere del populismo non sono mai le stesse. Le teorie non spiegano universalmente come emerge il populismo e perché funziona in uno specifico contesto. Però…

Però?
Però, ad esempio, il populismo emerge dove c’è un conflitto. Oggi è molto forte quello tra chiede più apertura e chi vuole una società più chiusa, ad esempio. Un conflitto reale quanto quello tra capitale e lavoro, o tra città e campagna.

Il populista sta con chi vuole una società più chiusa, immagino…
Non sempre accade. È un conflitto che rende le cose più facili per loro, ma sovente i populisti dicono cose diverse in posti diversi a interlocutori diversi. Non è un caso che quasi ciascuno di loro parla di superare destra o sinistra. Trump in questo è stato un maestro, ma anche il Movimento Cinque Stelle in Italia incarna questo tipo di contraddizione. È un movimento verticistico, nelle mani di una persona sola, ma è favorevole alla democrazia diretta…

«I tecnocrati dicono che c’è un’unica soluzione razionale a un problema, che al popolo piaccia o meno. Il populismo, che rifiuta l’opinione dei cosiddetti “esperti” offre un’alternativa uguale e contraria. Tecnocrazia e populismo hanno in comune il rifiuto della mediazione. E quindi, della democrazia»

Ecco, a proposito: lei dice che i populisti rifiutano il pluralismo. Però una delle armi populiste per eccellenza è il referendum, la democrazia diretta…
È importante non credere alle favole: i populisti non sono difensori della democrazia diretta. Per i populisti, il referendum - uno strumento bellissimo, in se - non è che il mezzo migliore per creare una costruzione simbolica del popolo. Quando suggeriscono il referendum gli interessa relativamente della questione politica che il referendum sottende. Gli serve per dimostrare che il popolo è in grado di fare una scelta coerente con le loro idee e contro l’establishment. Basti vedere quel che ha fatto Orbàn.

Cioè?
Ha promosso un referendum per andare contro le regole europee sulla redistribuzione pro quota dei profughi. Ha speso da solo, per la campagna elettorale, più di quanto hanno speso entrambi gli schieramenti nel referendum sulla Brexit, nel Regno Unito. Risultato? Non ha raggiunto il quorum. A quel punto, gli è bastato dire che il 98% delle persone che avevano votato la pensavano come lui ed è andato comunque dritto per la sua strada. In fondo, era a quello che serviva, il referendum.

L’Unione Europea, perlomeno qui da noi, è il bersaglio preferito dei populisti…
È fisiologico che sia così, sono due facce della stessa medaglia. È l’approccio tecnocratico ad avere prodotto il populismo in Europa.

Si spieghi meglio…
I tecnocrati dicono che c’è un’unica soluzione razionale a un problema, che al popolo piaccia o meno. Il populismo, che rifiuta l’opinione dei cosiddetti “esperti” offre un’alternativa uguale e contraria. Tecnocrazia e populismo hanno in comune il rifiuto della mediazione. E quindi, della democrazia.

La battaglia contro la tecnocrazia europea l’ha fatta propria anche Matteo Renzi, ora. Populista pure lui?
No, assolutamente, non bisogna mettere tutti nello stesso calderone.Tutti i politici vogliono essere popolari, non tutti sono populisti. È l’anti-pluralismo che connota il populismo. Ed è quello che è pericoloso per la democrazia. E il problema emerge quando quel sentimento va al potere, soprattutto se ci sono istituzioni deboli.

Eccoci arrivati al punto: come si fa a evitare che il populismo vada al potere?
È molto difficile avere a che fare con il populismo. Semplificano tutto ed è difficilissimo contrapporsi a loro.

C’è chi dice che bisogna far finta che i populisti non esistano, che si debba escluderli dal processo democratico…
L’esclusione politica è un arma che si ritorce contro le élite. Aiuta il populismo a creare una narrazione ancora più credibile per i propri supporter.

«È il partito conservatore che sta gestendo la Brexit. E che Donald Trump, sino a prova contraria, è il candidato dei repubblicani, establishment puro, lo stesso che ha messo ai vertici della sua amministrazione. Può dire quel che vuole, ma anche Marine Le Pen può vincere solo se si salderà con un pezzo di élite francesi»

Bisogna parlare coi populisti, quindi?
Si, ma bisogna stare attenti a non parlare “come” i populisti. Non bisogna entrare nel loro campo da gioco, può essere letale. Come abbiamo visto, non funziona nemmeno a livello elettorale, e Sarkozy che perde le primarie repubblicane nonostante dica le stesse cose della Le Pen ne è la prova. La stessa cosa sta avvenendo in Olanda: il primo ministro Mark Rutte non vuole collaborare con Geert Wilders, ma dice frasi che adottano il suo modo di ragionare e lo legittimano.

Tutto un problema di comunicazione, quindi?
Io credo che ci siano tendenze sbagliate a pensare sia tutta una questione di narrazione, di comunicazione errata. La comunicazione conta, in politica, ma c’è molto di sostanziale. Io non sono un policy maker e non so cosa si può fare per aumentare l’occupazione in Italia, ma se si risolve un problema è più facile combattere il populismo.

Facile a dirsi…
…difficile a farsi, certo. Però battere il populismo non è impossibile. A dicembre si pensava che in Austria vincesse Hofer conto Van der Bellen, ma non è successo. I politici possono fare tutto, ma servono i cittadini. Così come ai populisti servono le élite, del resto.

In che senso?
Nel senso che è il partito conservatore che sta gestendo la Brexit. E che Donald Trump, sino a prova contraria, è il candidato dei repubblicani, establishment puro, lo stesso che ha messo ai vertici della sua amministrazione. Può dire quel che vuole, ma anche Marine Le Pen può vincere solo se si salderà con un pezzo di élite francesi.

E quando accade che si fa?
La resilienza delle istituzioni e la mobilitazione democratica sono i migliori antidoti al populismo. In quel caso, gli unici.

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