L’immigrazione è un problema enorme, e non stiamo facendo (ancora) nulla per affrontarlo

La popolazione straniera residente continua a crescere, anche se di lavoro ce n’è sempre meno. Ma a Roma - con la lodevole eccezione del ministro dell’interno Marco Minniti - sembra che nessuno voglia occuparsene. Sbagliano: così, presto o tardi, si consegna l’Italia nelle mani di Salvini

Migranti 6500
27 Febbraio Feb 2017 1115 27 febbraio 2017 27 Febbraio 2017 - 11:15

«L'Italia è il Paese Ocse che dal 2000 ha ricevuto i più alti flussi migratori, sia a livelli assoluti che in percentuale sulla popolazione totale». È l’Ocse a dirlo, in un rapporto di un paio di anni fa. Difficile sostenere che il trend sia cambiato, nonostante la crisi. Non fosse altro per il fatto che il 2017 si annuncia come l’anno record come numero di sbarchi: da gennaio a oggi sono approdate sulle coste italiane 10.701 persone, il 32% rispetto al 2016 - anno record, pure quello - il 35% in più rispetto al 2015. Per la cronaca, durante le traversate, ne sono pure morte 366.

Sono numeri, questi, che al netto di ogni ideologia, dovrebbe costituire la base di una discussione politica seria. E invece, non pare esserci traccia di alcuna elaborazione concettuale di questo problema, se non declinata in chiave xenofoba. Se volete un esempio di quanto si eviti di parlarne, dalle parti di Roma, riguardatevi l’ultima assemblea nazionale dei Partito Democratico: nessuno ne parla. E allo stesso modo, guardatevi quella dei suoi amministratori locali, e soprattutto ascoltatevi l'intervento e gli applausi che interrompono l'intervento del ministro dell’interno Marco Minniti, l’unico che pare voler prendere di petto il problema: ne parlano quasi tutti.

Spoiler: hanno ragione i sindaci. Anche perché tutto questo accade in una congiuntura economica estremamente negativa: tra il 2007 e il 2015 la popolazione straniera residente - al netto degli immigrati clandestini - è raddoppiata, passando da 2,5 milioni a 5 milioni. Nonostante, nel medesimo periodo, la produzione industriale sia scesa di 22 punti percentuali e la disoccupazione cresciuta dal 6,1% all’11,4%.

Per un Paese che da sempre ha nel lavoro il principale luogo di integrazione degli stranieri, sono dati preoccupanti. Soprattutto, se si considera che tutta Europa, non solo l’Italia, è attraversata da un sentimento di fastidio, se non di malcelata ostilità, verso chi è straniero: la Brexit è un voto contro gli stranieri - siano essi migranti economici o expat, per gli amanti delle sfumature semantiche - più che contro l’Unione Europea. Il Front National di Marine Le Pen viaggia attorno al 27%, suo massimo storico, e lo stesso vale per il Pvv di Geert Wilders in Olanda. In Germania, per la prima volta dal secondo dopoguerra c’è una forza politica a destra della Cdu, Alternative fur Deutschland, stimata attorno all’11%. In Austria c’è mancato pochissimo che fosse eletto un presidente della repubblica di estrema destra come Norbert Hofer. A est, di fatto, le sinistre e più in generale forze favorevoli all’accoglienza di profughi e immigrati non esistono più.

Nemmeno noi siamo immuni, varrebbe la pena di dircelo. La Lega Nord di Matteo Salvini, che ha molto accentuato nel corso degli anni la sua matrice anti-immigrazione, viaggia attorno al 14%, suo massimo storico. Fratelli d’Italia segue attorno al 4-5%. Non bastasse, anche Beppe Grillo ha recentemente dichiarato che «adesso è il momento di proteggerci» e che tutti gli immigrati irregolari dovrebbero essere «rimpatriati, a partire da oggi».

Tra il 2007 e il 2015 la popolazione straniera residente - al netto degli immigrati clandestini - è raddoppiata, passando da 2,5 milioni a 5 milioni. Nonostante, nel medesimo periodo, la produzione industriale sia scesa di 22 punti percentuali e la disoccupazione cresciuta dal 6,1% all’11,4%

È fin troppo generoso dire che sia la sconfessione di una strategia vocata all’accoglienza, perché noi in realtà una strategia non l’abbiamo mai avuta. Retorica a fiumi e tante belle parole, certo. Invocazioni a matrigna Europa che ci dia dei soldi in più per fronteggiare una delle tante emergenze migranti, è chiaro. Ma per il resto abbiamo solamente tirato a campare. Un esempio su tutti: abbiamo colpevolmente lasciato che fosse la volontà dei prefetti - o meglio, gli accordi tra prefetti, proprietari di immobili e cooperative sociali - a localizzare i profughi sui territori, con il risultato che alcuni ne ce la fanno più a gestirli - do you remember Fermo? - mentre gli altri - do you remember Gorino? - fanno le barricate per non averne.

Non è solo un problema di profughi, tuttavia. Abbiamo una riforma della scuola nuova di zecca, ma al suo interno - al netto delle tante buone pratiche di cui è punteggiata la Penisola - c’è solo uno scarno decalogo di raccomandazioni e un misero milione di euro per garantire il pieno inserimento dei minori stranieri nella scuola italiana. Né ci sono politiche abitative studiate per prevenire la segregazione o l’auto-ghettizzazione abitativa, come ad esempio accade in Germania. Nè un adeguato sistema di corsi di lingua italiana dedicato al raggiungimento di un livello sufficiente a ottenere un permesso di soggiorno Né ci sono validi incentivi ad adeguare i propri costumi alla società italiana. Né efficaci disincentivi per chi contravviene alle più basilari norme di convivenza del nostro Paese.

Non siamo né carne né pesce, in altre parole. Né multiculturali, né per l’assimilazione forzata. Nè respingenti, né accoglienti. Senza strategia per limitare i flussi, né per integrarli nel nostro tessuto sociale. Con l’ultima conferenza nazionale sull’immigrazione che risale al 1991, galleggiamo nell’emergenza, convinti da chissà quale stellone, che basti il nostro essere “brava gente” a cavarci d’impiccio. Che tempo, esperienza e abitudini aggiustino le cose anziché spaccarle del tutto: «L’immigrazione è un fenomeno epocale - ha detto sempre Minniti lo scorso 30 gennaio. -Ma il punto fondamentale è che di fronte a questo processo epocale noi non possiamo subirlo, né inseguirlo. L’Italia ha un solo dovere: deve governarlo». Altrimenti - guardiamoci attorno - sappiamo già come andrà a finire.

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