Fine vita, la sofferenza dei malati è più importante delle guerre di religione

Mentre l’Italia si divide sulla scelta di Fabiano Antoniani, il Parlamento non riesce ad approvare una legge per le guerre di religione in punta di terminologia tra laici e cattolici. Forse è ora di finirla. E di pensare alla sofferenza dei malati terminali, come avviene ovunque altrove

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28 Febbraio Feb 2017 0909 28 febbraio 2017 28 Febbraio 2017 - 09:09

«La morte, nel 70% dei casi, è un evento prevedibile». Dobbiamo partire da qui, dalle parole dell’anestesiologo Giuseppe Gristina, pronunciate in audizione alla Camera dei Deputati, per capire di cosa stiamo parlando, quando parliamo di fine vita. Prima che fraintendiate: Gristina vuole dire una cosa molto semplice, che ormai la medicina riesce a stabilire con relativa precisione quando un malato è terminale e non ha più alcuna possibilità di recupero.

I dati sono piuttosto vaghi, ma si stima vi siano oggi in Italia circa 250mila malati terminali. Immaginate una città grande come Verona, giusto per farvi un’idea. Aggiungete uno, due famigliari che quotidianamente devono convivere con la sofferenza del loro caro, e arriviamo facilmente a una città che, per popolazione, contende a Genova la sesta posizione in classifica.

In quella città abitavano anche Fabiano Antoniani e la sua compagna Valeria. Se non avete mai avuto la sfortuna di passarci, o di abitarci per un po’, non immaginatevela come un limbo asettico dove i vegetali riposano nell’incoscienza della propria condizione, o anche solo nell’angoscia di avere la morte come unico orizzonte di vita. È un luogo di sofferenza fisica atroce, quello. Il più delle volte, peraltro, imposta dai protocolli, non certo dalla volontà di un paziente tenuto in vita solamente per subirla. Piergiorgio Welby ha convissuto per cinque anni con un respiratore che gli dava una costante sensazione di soffocamento: «Ha chiesto di essere sedato per la sofferenza», ricorda sua moglie Mina, oggi co-Presidente dell’Associazione Luca Coscioni.

Che siamo l’unico Paese europeo senza una legge sul fine vita, uno dei pochissimi senza testamento biologico, dovreste saperlo. Curiosità: siamo stati anche l’ultimo Paese del Vecchio Continente a permettere l’uso della morfina e della sedazione nelle fasi terminali della vita, con la legge 38 del 2010

Il caso Welby, già. Uno di quei puntini nella storia recente italiana che ci ricorda dell’esistenza di quella città di malati terminali con cui l’Italia, più di qualunque altra nazione europea, ha un rapporto problematico. Che siamo l’unico Paese dell’Europa occidentale senza una legge sul fine vita, uno dei pochissimi senza testamento biologico, dovreste saperlo. Curiosità: siamo stati anche l’ultimo Paese del Vecchio Continente a permettere l’uso della morfina e della sedazione nelle fasi terminali della vita, con la legge 38 del 2010. Una via d’uscita, questa, utilizzata qualche settimana fa da Dino Bettamin, settantenne di Montebelluna, cattolico, malato di Sla da cinque anni. Dopo l’ennesima crisi respiratoria, Bettamin ha chiesto di essere sedato sino al coma. La legge già glielo consente e gli consentirebbe pure di spegnere il respiratore artificiale, in quel caso. Bettamin ha rifiutato perché «terrorizzato dall’idea di morire soffocato». Se n’è andato dopo poco.

La differenza tra buona assistenza ed eutanasia passiva? Sottilissima, per noi profani che la guardiamo da qua. E, in fondo, anche Fabiano Antoniani avrebbe potuto scegliere questa strada, per andarsene: «ll rifiuto delle cure è questione di buona prassi medica - ha spiegato ad Articolo 21 Mario Sabatelli, primario del policlinico Gemelli di Roma, responsabile di “Nemo”, reparto all’avanguardia per i malati di Sla - Già oggi la legge, la Costituzione e il codice deontologico lo consentono». Se ha scelto un’altra strada - quella che porta alla Svizzera e all’eutanasia - è per ragioni politiche. In Italia i decessi da limitazione-arresto delle terapie di persone in stato vegetativo permanente sono solo l’8%, contro il 90% negli USA, l’80% in Canada, l’85% in Inghilterra, il 50% in Francia, il 34% in Spagna.

Se una legge sul fine vita è utile, insomma, è per estendere la libertà di scelta a tutti i malati terminali, tanto più se la malattia non consente loro di esprimerla. È una legge, quella in discussione ora in Parlamento, che si fonda sul principio che il paziente può esprimere in maniera vincolante la propria opinione su tutte le cure sanitarie che lo riguardano, dunque anche sul fine vita, e con disposizioni anticipate di trattamento. È ferma da otto anni - e ora che siamo quasi alla fine, appesantita da 288 ulteriori emendamenti - principalmente perché non ci si mette d’accordo - soprattutto all’interno del Partito Democratico - sul rifiuto di alimentazione e idratazione, che secondo alcuni parlamentari come Paola Binetti è «deriva eutanasica». Cavilli di cui potremmo fare volentieri a meno, se ci importasse più delle persone che delle contrapposizioni ideologiche. Che non hanno fatto che protrarre la sofferenza di molti, moltissimi malati terminali. E che forse, con un po’ di guerre di religione in meno, avremmo potuto risparmiare loro.

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