In Parlamento nascono i Democratici e progressisti. «Ma non chiamateci scissionisti»

Adesso lo strappo è ufficiale, nasce in Parlamento la nuova formazione. Tra bersaniani ed ex Sinistra Italiana, a Montecitorio sono la quarta sigla più grande. Si parte dal dialogo con Pisapia e dalle sfide su lavoro e ius soli. «Ma il governo non ci tema». La gara per sedersi alla sinistra del Pd

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ALBERTO PIZZOLI / AFP

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1 Marzo Mar 2017 0911 01 marzo 2017 1 Marzo 2017 - 09:11

Adesso lo strappo nel centrosinistra è ufficiale. La scissione prende forma nelle aule parlamentari, dove nascono i gruppi del Movimento democratico e progressista. I numeri sono di tutto rispetto. Come annunciato alla vigilia, fanno parte della nuova formazione 36 deputati e 14 senatori. A Montecitorio, tanto per dire, la sigla appena nata è la quarta per grandezza (con il doppio dei componenti rispetto alla Lega Nord).

Ieri i fuoriusciti dal Partito democratico e da Sinistra italiana hanno confermato le proprie adesioni, già oggi i rappresentanti di Mdp parteciperanno alle prime riunioni dei capigruppo. Manca ancora il simbolo del movimento. Segno evidente, raccontano gli ex Pd, che negli ultimi mesi nessuno stava lavorando a una scissione. Si parte invece dal nome. I diretti interessati chiedono di non abbreviare la sigla in “Dp”, per evitare antipatiche assonanze. La dicitura completa sarà “Articolo 1- Movimento democratico e progressista”. Con un chiaro riferimento alle prime parole della nostra Costituzione: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro….”. «È già un programma politico», scherza uno dei senatori. Tra i protagonisti della nuova esperienza ci sono i deputati Pierluigi Bersani e Roberto Speranza, ovviamente. Con loro altri 18 ex dem e 16 colleghi provenienti da Sinistra Italiana (compreso l’ultimo capogruppo vendoliano Arturo Scotto). Al Senato - insieme al gruppo dei bersaniani guidato da Miguel Gotor e Federico Fornaro - si è aggiunta nelle ultime ore anche la senatrice toscana Manuela Granaiola, un tempo vicina a Renzi. Le prime riunioni di ieri sono servite per eleggere i presidenti dei due gruppi. A Montecitorio la scelta è caduta su Francesco Laforgia, classe ’78, ex cuperliano e già coordinatore cittadino del Pd milanese. A Palazzo Madama il ruolo di vertice spetta Cecilia Guerra, economista emiliana già viceministro.

In queste ore bisogna sbrigare le prime questioni burocratiche. A partire dall’assegnazione dei nuovi uffici e dei fondi a disposizione dei gruppi parlamentari. Più banalmente, bisogna anche decidere dove prendere posto in Aula. Gli esponenti di Mdp chiedono di occupare gli scranni a sinistra del Partito democratico. Ma i dem non sembrano d’accordo

Intanto bisogna sbrigare le prime questioni burocratiche. A partire dall’assegnazione dei nuovi uffici e dei fondi a disposizione dei gruppi parlamentari. Più banalmente, bisogna anche decidere dove prendere posto in Aula. Gli esponenti di Mdp chiedono di occupare gli scranni a sinistra del Partito democratico. Ma in Transatlantico si racconta che i dem preferirebbero evitare di spostarsi verso il centro dell’emiciclo (trasloco dalla metafora poco gradita). Di tutt’altro spessore la sfida politica. Tra i fuoriusciti c’è la convinzione che i gruppi potranno crescere ancora. Dopo la celebrazione del congresso Pd, altri parlamentari del Nazareno potrebbero confluire nella nuova organizzazione. «Sono in molti a guardarci con interesse», spiegano. La battaglia, intanto, si combatte sui temi. Il lavoro, la scuola, la lotta alla povertà. Al centro dell’attenzione ci sono i referendum sociali proposti dalla Cgil, la sfida sui voucher. Ma anche la riforma dello Ius Soli che si è arenata in Senato. Non sfugge che del gruppo di Palazzo Madama fa parte anche Doris Lo Moro, relatrice del provvedimento. Nella sua prima uscita da capogruppo, ieri il deputato Laforgia ha voluto partecipare proprio a un incontro al Pantheon per chiedere la cittadinanza italiana per i bambini stranieri nati nel nostro Paese. «Non chiamateci scissionisti - insiste il capogruppo - il nostro cammino parte per ricostruire e riallacciare i fili con la società».

In ogni caso l’esecutivo Gentiloni non rischia. Così, almeno, assicurano i parlamentari di Mdp. «Al governo Gentiloni non mancherà un solo numero dell’attuale maggioranza», conferma Laforgia. «Il governo non ha nulla da temere da noi, la legislatura deve proseguire» racconta dal Senato la collega Guerra. Restano i dubbi legati alla componente in arrivo da Sinistra Italiana, con cui adesso si dovrà trovare, provvedimento per provvedimento, una sintesi. Ma la sfida non si esaurisce all’interno del Palazzo. Poco dopo aver tenuto a battesimo i nuovi gruppi, ieri Roberto Speranza si è intrattenuto brevemente con i cronisti nel Transatlantico di Montecitorio. «La forza dei nostri gruppi parlamentari è uno dei punti di partenza - ha spiegato - Adesso dobbiamo costruire insieme il progetto politico da far vivere fuori, nel Paese. Dobbiamo aggredire il grande spazio politico esistente». Nelle prossime settimane l’ex capogruppo dem sarà il protagonista di un lungo viaggio su e giù per l’Italia, con l’obiettivo di presentare la nuova proposta. Il movimento deve partire dai territori, raccontano.

In attesa di capire cosa accadrà nel Partito democratico, il primo interlocutore diventa Giuliano Pisapia. L’iniziativa politica dell’ex sindaco di Milano è un punto di riferimento importante. «Guardiamo con grande interesse a questa esperienza», conferma Speranza

In attesa di capire cosa accadrà nel Partito democratico, il primo interlocutore diventa Giuliano Pisapia. L’iniziativa politica dell’ex sindaco di Milano è un punto di riferimento importante. «Guardiamo con grande interesse a questa esperienza», conferma Speranza. È ancora presto, invece, per pesare il radicamento della nuova formazione. Per stessa ammissione dei vertici, è prematuro parlare di una lista politica alle amministrative di primavera. Eppure i sondaggisti attribuiscono a Mdp una percentuale di voti virtuale che, partendo dal 3, può arrivare fino al 10 per cento. Intanto la prima giornata parlamentare della nuova formazione si chiude con un piccolo giallo. I fuoriusciti da Sinistra Italiana sarebbero dovuti essere 17. All’ultimo momento, però, si registra una defezione. È il deputato abruzzese Gianni Melilla. Nel pomeriggio in molti non riescono a contattarlo, il telefono squilla a vuoto. Alla fine il caso si sgonfia. Dopo una piccola pausa di riflessione, l’ex Sel dovrebbe confermare l’adesione al progetto tra qualche giorno.

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