Spesa pubblica, il disastro Sicilia è l’autobiografia grottesca dell’Italia

Gli ultimi scandali, quelli di Riscossione Sicilia e Sicilia Immobiliare, ribadiscono l’evidenza di una spesa pubblica fuori controllo e di un assistenzialismo che sfiora il grottesco. Continuare così è letale. E se partissimo da lì, per cambiare verso all’Italia? È davvero una missione impossibile?

Sicilia
1 Marzo Mar 2017 1016 01 marzo 2017 1 Marzo 2017 - 10:16

Questo è un articolo dedicato a chi dice che in Italia è impossibile tagliare la spesa pubblica, che farlo deprimerebbe l’economia, che l’assistenzialismo è l’unico modo per evitare disastri peggiori, che - in definitiva - serve che l’Europa ci consenta di fare ancora più debito, per lasciarsi spendere in nostri soldi come ci pare e piace.

Ecco: a chi dice questo, consiglieremmo di leggere quel che racconta oggi “Il Giornale”, traendo spunto dalla relazione della procura della Corte dei Conti all’apertura dell’anno giudiziario. In quella relazione si parla di tredici istruttorie in cui sono emerse irregolarità dovute a «risorse pubbliche impiegate per il reclutamento di persona in violazione dei divieti di assunzione e di ogni obbligo di evidenza pubblica». Casi di scuola, quella di Riscossione Sicilia - l’Equitalia dell’isola - da ricapitalizzare per altri 69 milioni. Una società che nel 2015 doveva recuperare 5 miliardi di tributi ed è riuscita a incassarne solo 480 milioni, facendo salire a 52 miliardi la quota di tasse non recuperate nel giro dell’ultimo decennio. O ancora, quello di Sicilia Immobiliare Spa, nata per valorizzare il patrimonio pubblico siciliano e finita per valorizzare i conti in banca di consulenti i cui emolumenti sono arrivati a superare «fino a 12 volte l’importo delle retribuzioni dei dipendenti».

Sono cose che succedono in tutta Italia, si dirà. Vero. Ma in Sicilia assumono dimensioni che rasentano il grottesco. E lo diciamo, sia chiaro, senza il pietismo peloso di chi giustifica tutto pur di non sentirsi dare del razzista o dell’anti-meridionalista. Perché sarà pur vero che i guai della Sicilia sono colpa di tutti e affondano le radici nel Risorgimento. Ma è altrettanto vero che tutto questo grida vendetta. Così come grida vendetta una spesa regionale sei volte più alta della Lombardia - che ha il doppio degli abitanti - e un corrispondente buco nei conti pubblici di 6,5 miliardi di euro. O i vitalizi dei deputati dell’Assemblea Regionale, doppi rispetto a quelli di Camera e Senato.

Casi di scuola, quella di Riscossione Sicilia - l’Equitalia dell’isola - da ricapitalizzare per altri 69 milioni. Una società che nel 2015 doveva recuperare 5 miliardi di tributi ed è riuscita a incassarne solo 480 milioni. O ancora, quello di Sicilia Immobiliare Spa, nata per valorizzare il patrimonio pubblico siciliano e finita per valorizzare i conti in banca di consulenti i cui emolumenti sono arrivati a superare «fino a 12 volte l’importo delle retribuzioni dei dipendenti»

Domanda: tutta questa spesa pubblica, tutta questa ipertrofia della macchina pubblica, tutto questo denaro gettato nell’idrovora parastatale dell’autonomia siciliana è servito a qualcosa? Di sicuro, forse, ha fatto aumentare il numero degli invalidi - +3500% a Giarre, negli ultimi due anni: ne vogliamo parlare? -, ma di certo non fa scendere la disoccupazione, che nell’isola è stabilmente sopra al 20%, né tantomeno fa crescere l’economia: tra il 2007 e il 2015 il Pil è sceso del 13%, il valore aggiunto industriale del 7%, quello delle costruzioni dell’11%, quello dei servizi del 14% e gli investimenti privati si sono quasi dimezzati.

Continuare a insistere con il cocktail tossico e mortifero di assistenzialismo e autonomia è letale. Sarebbe doveroso, al contrario, partire da lì - dal cuore di tenebra della nostro malgoverno e della nostra cattiva burocrazia - per provare a riaggiustare la nostra spesa pubblica e costruire un nuovo modello di gestione che provi, se non altro, a creare sviluppo e garantire diritti, anziché tappare le falle del sottosviluppo con intollerabili privilegi. Le risorse per farlo ci sono: basta toglierle a chi non le merita, o dove non servono. Vale per la Sicilia. Varrà, a maggior ragione, pure per l’Italia.

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