Lo strano (ma tipico) cortocircuito tra inchiesta Consip e primarie Pd

Dopo l'arresto di Alfredo Romeo l’indagine sul maxi-appalto da 2,7 miliardi diventa bollente e minaccia di coinvolgere - a vario titolo - ognuno dei candidati alla segreteria dei democratici. Il corto circuito politica-giustizia colpisce ancora

Pd
2 Marzo Mar 2017 0805 02 marzo 2017 2 Marzo 2017 - 08:05

C’è da dire che, di giro in giro, anche intrecci e complotti hanno perso il loro fascino. E che l’inchiesta Consip, per quanto possa tenere impegnati noi giornalisti, non ha nulla a che spartire con le tangenti che segnarono il destino della Prima Repubblica o nemmeno coi Bunga Bunga che hanno fatto tramontare la seconda. Del resto, nessun ci ha ancora detto cosa c’è dopo la tragedia e la farsa, quando la Storia si ripete per la terza volta. Toccherà aggiornare gli aforismi.

Detto questo, coincidenze e corto circuiti - nonostante dovremmo esserci abituati - continuano a sorprenderci. E non ci vuole un laureato in dietrologia per trovarne una nuova di pacca, in quella che si annuncia come la tempesta giudiziaria perfetta del 2017. Beninteso, trattasi di indagine non di sentenza definitiva, cosa che consiglierebbe molta prudenza ai professionisti delle condanne a mezzo stampa.

Riassunto delle puntate precedenti: ieri è stato arrestato l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo, a sua volta amico di Carlo Russo, anch’egli imprenditore e amico di Luca Lotti e Tiziano Renzi, rispettivamente braccio destro e padre dell’ex premier e segretario del Partito Democratico Matteo. L’accusa, tagliata a fette spesse, è che Romeo abbia corrotto Russo e Renzi senior affinché lo aiutassero a vincere una gara d’appalto indetta da Consip - la mega centrale acquisti dello Stato - del valore di 2,7 miliardi di euro. Per Romeo, l’accusa è di corruzione. Per Russo e Renzi senior di traffico d’influenze. Per Lotti, violazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento.

Di tre candidati leader del Pd, il primo è circondato dall’indagine Consip per interposti padre e braccio destro, il secondo sarà presto un testimone dell’inchiesta, il terzo è il titolare del dicastero che si occupa di sovrintendere all’organizzazione della giustizia. Chi sperava in una Terza Repubblica mondata dal rapporto malsano tra politica e giustizia può riporre le proprie speranze nel fondo del cassetto

È chiaro come il sole che lo spasmodico interesse dell’opinione pubblica e dei media per questa inchiesta è figlio unico della sue implicazioni politiche. Che ovviamente riguardano in primo luogo Matteo Renzi, segretario uscente del Partito Democratico, impegnato nella campagna per la rielezione che culminerà nelle elezioni primarie del 30 aprile. Non potrebbe essere altrimenti, del resto: un indagine che riguarda tuo padre e il tuo braccio destro è rassicurante quanto una pistola puntata alla tempia. Tanto più nel Paese - lo ricordiamo a piccini e smemorati - che ha azzerato un sistema politico al grido di «non poteva non sapere».

Finissero qui, le coincidenze. Si da il caso, infatti, che a contendere la leadership del Pd a Renzi siano Michele Emiliano e Andrea Orlando. Il primo, a sua volta magistrato, è colui che ha mostrato a un cronista de Il Fatto Quotidiano gli sms di Luca Lotti, con cui l’attuale ministro dello sport gli raccomanda di incontrare Carlo Russo. Una bazzeccola o quasi, ai fini dell’indagine, una bomba nel dibattito politico. Il secondo, Orlando, è invece l’attuale ministro della giustizia, il referente politico della magistratura.

Di tre candidati leader del Pd, riassumendo, uno è circondato dall’indagine Consip per interposti padre e braccio destro, l'altro sarà presto ascoltato come testimone dell’inchiesta - si dice il prossimo 6 marzo -, l'altro ancora è il titolare del dicastero che che ha tra i suoi compiti anche quello di vigilare sul suo corretto funzionamento.

Un quadretto niente male, pare di capire. Che - qualunque sia l’esito delle indagini - finirà irrimediabilmente per condizionare l’esito delle elezioni primarie del primo partito italiano, quello che attualmente esprime il presidente della repubblica e del consiglio dei ministri. Se non addirittura di farlo implodere su se stesso, qualora la sopravvivenza politica di un candidato fosse messa alla prova dalle azioni o dall’inazione altrui. Chi sperava in una Terza Repubblica mondata dal rapporto malsano tra politica e giustizia - comunque vogliate distribuire le colpe - può sommessamente riporre le proprie speranze nel fondo del cassetto. Forse al prossimo giro. Forse.

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