Elogio (fino a un certo punto) della politica che non fa nulla

Prendiamone atto: il nulla cosmico del governo Gentiloni è più popolare del turbo-riformismo di Renzi. E anche nel resto dell’Europa, vince chi esita, non chi corre verso il futuro. È lo spirito dei tempi, e ci possiamo fare poco o nulla. Ma potrebbe costarci molto caro

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YASUYOSHI CHIBA / AFP

6 Marzo Mar 2017 1006 06 marzo 2017 6 Marzo 2017 - 10:06

Confiteor: siamo tra quelli che hanno sempre sostenuto con vigore le idee forti, le visioni chiare, i programmi arditi. Ritenendo, a torto o a ragione, che muoversi fosse comunque meglio che rimane fermi. Che chi governa abbia il diritto e il dovere di rendere reale e concreto il potenziale programmatico per cui è stato eletto. Che in fondo sia nei dubbi che si tramutano in certezze che debba celarsi la differenza tra politica passiva e attiva, tra elettori ed eletti. Pensavamo, soprattutto, che almeno in questo la maggioranza delle persone la pensasse uguale, che la società cercasse mani ferme e decise, come i bambini quando si spegne improvvisamente la luce.

Niente da fare, prendiamone atto: lo spirito dei tempi, in questi anni che stanno plasmando il nuovo secolo, è inafferrabile per noi che abbiamo ancora in mano le mappe del Novecento. E per società vecchie e novecentesche come quelle europee, questo fisiologico smarrimento ha finito per produrre una sorta di repulsione verso chi sostiene di sapere dove si debba andare. Il cambiamento diventa trauma, il movimento fuga in avanti. L’opportunità, pericolo.

Così si può spiegare, forse, il clamoroso successo di popolarità di Paolo Gentiloni, raccontato proprio oggi da Flavia Perina, nonostante in cento giorni il suo governo non abbia fatto nulla, o quasi. O la vittoria spagnola - stentata e risicata quanto volete - di uno sbadiglio della Storia come Mariano Rajoy. O l’ascesa improvvisa e sorprendente di Emmanuel Macron e della sua piattaforma politica certo europeista, certo aperta al futuro, ma soprattutto incardinata sull’idea che sinistra e destra siano categorie obsolete e che i programmi politici siano carta buona per incartare le baguette e che il futuro vada affrontato giorno dopo giorno, man mano che ci si dispiega davanti.

Per società vecchie e novecentesche come quelle europee questo fisiologico smarrimento ha finito per produrre una sorta di repulsione verso chi sostiene di sapere dove si debba andare. Il cambiamento diventa trauma, il movimento fuga in avanti, l’opportunità, pericolo

O, ancora, il probabile quarto mandato di frau Angela Merkel, una che ha fatto del non decidere un atout, tanto che oggi, in tedesco, per dire “esitare” si dice (anche) merkeln. E infine la tenuta elettorale del Movimento Cinque Stelle, la cui agenda politica è incarnata, oggi come oggi, da Chiara Appendino e Virginia Raggi, sindache rispettivamente di Torino e Roma. Entrambe ineffettive, sinora. Con l’unica fondamentale differenza, che la prima ha fatto ammuina con classe e stile in una città che poteva permetterselo, la seconda no.

Oddio, può darsi funzioni, prendere in contropiede il futuro. Del resto - ci si perdoni la metafora calcistica - raramente giocano tutte all’attacco, le squadre che devono salvarsi. Eppure qualche dubbio continuiamo ad averlo. Che una politica pigra e adattiva non sia altro che lo specchio di una società pigra e adattiva, desiderosa solamente di crogiolarsi e di vivere al meglio possibile il suo inevitabile declino. Che il Paese - o il continente - che non decide nulla assomigli molto al malato che rifiuta le cure, per convincersi di stare bene.

Che in fondo se stiamo raschiando il fondo è perché per vent’anni abbiamo tirato a campare, rimandando a domani la soluzione di tutte le nostre contraddizioni, anche quando governi non certo temerari come quello di Merkel, Rajoy e Hollande mettevano in sicurezza le loro banche, sistemavano i loro conti pubblici, sostenevano la loro economia digitale. Forse lo spirito dei tempi è fare le cose che servono, quando servono, senza sbandierarle ai quattro venti. Non aspettare tempi migliori sotto l’albero, in attesa di uno stellone che non arriverà mai.

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