«Giù le vele di Scampia, ma le nuove periferie sono un disastro»

Leopoldo Freyrie, ex presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti, promuove il piano del governo: «Ma serve concentrare gli interventi e coinvolgere i giovani del luogo per progettare assieme. Soprattutto, servono meno parcheggi, più coworking. E regole urbanistiche nuove»

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MARIO LAPORTA / AFP

7 Marzo Mar 2017 1420 07 marzo 2017 7 Marzo 2017 - 14:20

«Finalmente ci siamo arrivati, ma manca ancora una visione forte sulle periferie. Le nostre città sono pronte, ma la politica italiana, purtroppo, è ancora ferma al secolo scorso». Non nasconde la sua soddisfazione Leopoldo Freyire, presidente della fondazione Riuso, sino allo scorso anno alla guida del Consiglio nazionale degli architetti, uno dei maggiori esperti di periferie in Italia, per la firma dei 24 accordi di riqualificazione delle periferie di altrettante città capoluogo. 500 milioni di euro, sui 3,7 miliardi complessivi. Di questi temi Freyrie parlerà giovedì 9 marzo alla fiera dell’edilizia Made Expo, nell’incontro “Rigenerazione urbana: costruire e rinnovare il patrimonio edilizio”.

Anticipiamo di qualche giorno il suo intervento, architetto Freyrie. Perché è importante questo intervento del governo sulle periferie?
Perché il passato, anche recente, è costellato di fallimenti. Per almeno tre ordini di ragioni.

Cominciamo dal primo…
Non si capiva quale fosse il metodo corretto di selezione. Si chiedeva ai comuni di tirar fuori progetti già cantierabili, ad esempio.

Non sembra sbagliato: se è già cantierabile, parte subito…
Ma proprio per questo erano quasi tutti progetti vecchi e poco utili.

Il secondo motivo?
La distribuzione a pioggia degli interventi. Di soldi ce n’è un sacco, sia italiani sia europei, ma per motivi politici si tende a finanziare qualunque cosa, ovunque. Ed è un peccato perché si perde l’effetto sistema.

Si spieghi meglio…
Se faccio un progetto di edilizia sociale, uno per il ciclo sostenibile rifiuti, per la rigenerazione energetica, per quella scolastica, per la fibra e la mobilità sostenibile in un medesimo quartiere io lo cambio, quel quartiere. E riesco ad attrarre pure un sacco di investimenti privati, perché si legge con chiarezza che il quartiere cambia, perché i valori immobiliari salgono, perché conviene intervenire. A Marsiglia, un approccio sistemico ha consentito che ogni euro investito dal pubblico portasse con sé quattro euro investiti dai privati. Se lo faccio tanti micro interventi, in decine di luoghi diversi, non ottengo niente di tutto ciò e non cambio la vita a nessuno.

E come mai in Italia si segue la seconda strada?
Manca un’idea forte nazionale e una regia unica che decida su come intervenire sulle periferie. Mi scusi: c’è il piano periferie, il piano città che un’altra cosa, Casa Italia che è un’altra cosa ancora, ci sono gli avanzi dei 6000 campanili, le questioni delle aree interne. Senza una regia forte, è fisiologico che gli interventi si disperdano in mille rivoli. E non si riescano ad attrarre ulteriori risorse.

A quali risorse si riferisce?
Beh, se concentro risorse accedo ai fondi della Banca Europei degli Investimenti. Che concede fondi solamente se c’è un disegno sistemico e un progetto molto ambizioso costoso. La Bei ha un sacco di soldi da investire. Se noi polverizziamo gli interventi quei soldi non li vedremo nemmeno col binocolo.

Quindi erano meglio quattro interventi, anziché ventiquattro?
Anche dieci andavano bene. E magari il prossimo anno se ne potevano iniziare altri dieci.

Però sono progetti interessanti. Si parla di abbattere le vele di Scampia entro l’estate, ad esempio…
E questa è una buona notizia. Ma la vera domanda è cosa si fa, al posto delle vele di Scampia.

Ecco: che si fa?
Temo che le istituzioni non ne abbiano la minima idea, non hanno ancora colto il cambio di paradigma nelle periferie. La nostra legge urbanistica è stata scritta quando i Lancaster bombardavano Milano, si figuri. Ed è un peccato perché i cittadini sono più disponibili di quanto si creda, quando si fanno progetti innovativi. Noi stiamo facendo a Milano un progetto di co-housing, tutto elettrico, niente parcheggi, accessibilità universale. Abbiamo venduto tutto in sei mesi prima di cominciare i cantieri. La società italiana - istituzioni, mondo economico, mondo immobiliare, mercato di massa - è ancorata a modelli obsoleti. Ma là fuori c’è una richiesta di habitat diversa dall’attuale.

«I quartieri periferici oggi in costruzione sono ancora per l’80% residenziali - e ne sono previsti a dozzine nei prossimi anni - con centro commerciale e parcheggi. Nient'altro. Ma se oggi ti prendi una macchina con un app a cosa servono montagne di parcheggi?»

In che senso diversa? Come devono essere, per lei, le periferie del futuro?
Devono privilegiare lo spazio pubblico, il piccolo commercio, i servizi alla persona, quelli civici. Al di là di architetture sono queste cose qui che mancano a Scampia e Corviale: zero servizi, zero luoghi di identità. Sono luoghi senza centro. La periferia non si misura in lontananza dal centro, ma in assenza d’identità. E poi ovviamente sono fondamentali mobilità e connessione. Non solo fisica, ma anche digitale. Se non hai banda larga, sei automaticamente periferia.

A Corviale c’erano spazi di aggregazione, no?
Anche nel progetto di Scampia, se è per questo. Era il modello delle unità abitative di Le Corbusier. Peccato che poi non è stato fatto nulla, in concreto. E dopo è stato fatto di peggio, se possibile. Anche oggi si continua a fare di peggio.

Perché?
I quartieri periferici oggi in costruzione sono ancora per l’80% residenziali - e ne sono previsti a dozzine nei prossimi anni - con centro commerciale, parcheggi e spazi bambini. Se non altro hanno smesso di fare gli anfiteatri all’aperto, che diventavano dopo un minuto piazze dello spaccio. Queste periferie sono una specie di spinoff della città, di cui però si prendono solo alcuni elementi. Se noi ritagliamo un pezzo della polpa centrale di Milano, scopriamo tantissime funzioni diverse. Nella periferia non ci sono. Certo, costruirle artificialmente è molto più difficile. Per questo bisogna far sì che le periferie crescano di vita propria e si adattino. Se oggi ti prendi una macchina con un app a cosa servono montagne di parcheggi?

A nulla
Esatto. Noi quando parliamo di funzioni siamo rimasti all’ottocento, nemmeno al novecento. Nel frattempo, a Milano, tutte le attività che stanno creando le condizioni fondamentali dello sviluppo hanno a che fare con funzioni che vent’anni fa non esistevano. Co-housing, co-working, airbnb, studentati provvisori: tutte cose che nelle norme italiane non esistono. Da noi ci sono funzioni residenziali, commerciali, ricettive e industriali. Cos’è un fab lab per l’urbanistica italiana? Cosa il co-housing? Sia chiaro, peraltro, che non è solo un problema di norma, ma di approccio.

Dove dovremmo guardare, se volessimo cambiare direzione?
Al Nord Europa, ad esempio. O all’Olanda, dove si stanno facendo esperienze molto interessanti per l’integrazione degli stranieri, mischiando le tribù: ci sono immigrati, ci sono gli studentati, gli studi professionali, gli atelier degli artisti. Effetti clamorosi di mitigazione sociale. Esperimento che mi piacerebbe fare a Milano.

Però il nord europa non vale…
Ok, allora prendiamo Marsiglia. È simile alle nostre città, coi nostri problemi sociali, se non peggiori, da un punto di vista delle migrazioni. Ecco, Marsiglia ha fatto un lavoro molto importante di rigenerazione di tutta la città con demolizioni e ricostruzioni, che da noi sono quasi impossibili. Col riuso, in chiave low cost, degli spazi. La Friche, ad esempio, una specie di mega Ansaldo, in cui c’erano tutti gli immigrati che l’avevano occupata. L’hanno lasciata così com’era alle associazioni ed è diventata uno dei luoghi più belli di Marsiglia.

La partecipazione locale è importante…
Di più. È fondamentale. Io ho coordinato il comitato scientifico di Sistemi Urbani srl per gli ex scali ferroviari di Milano, primo evento di progettazione partecipata fatta in Italia. E lo stesso lo sto facendo a Gubbio in Umbria e a Celano, in Abruzzo, due piccole periferie d’Italia come buona parte dei comuni delle aree interne. Anche lì stiamo facendo un processo partecipativo, in cui le questioni sono i riuso degli spazi urbani, la creazione luoghi indentitari, le connessioni a sistemi di mobilità. E ovviamente, le vocazioni di ciascuna di queste aree. A Gubbio e Celano abbiamo fatto due officine di giovani architetti e ingegneri locali ed è stato entusiasmante vedere come dei ragazzi che se ne stavano per andare abbiano trovato visione e entusiasmo per il futuro della loro città. È l’establishment che non ha capito che il mondo è cambiato, non loro.

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