Con Grillo o con Berlusconi? Il terribile dilemma del nuovo Pd a vocazione proporzionale

Un nuovo patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi, o l’alleanza con Grillo paventata da Emiliano? In fondo, dopo la scoppola referendaria, la scelta dei democratici alle prossime primarie può ridursi a queste due alternative. E non è un bel scegliere, almeno per ora

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TIZIANA FABI / AFP

9 Marzo Mar 2017 1054 09 marzo 2017 9 Marzo 2017 - 10:54

«Mai con Forza Italia, perché è sbagliato per noi e per Forza Italia. Un’alleanza destra-sinistra non funziona. Con i Cinque Stelle io ho tanto in comune, soprattutto con l’elettorato dei Cinque Stelle. Siccome abbiamo una legge elettorale che senza alleanze non consente di governare, si tratta di una possibilità, concreta. Per evitare un’alleanza tra Salvini e Movimento Cinque Stelle, se dovesse essere necessario per governare il Paese».

Così Michele Emiliano, candidato segretario alle prossime primarie del Partito Democratico del 30 aprile, in un’intervista con Enrico Lucci che sarà trasmessa stasera a Nemo-Nessuno Escluso, su Rai Due. E in fondo, al governatore pugliese, bisogna dare il merito di aver infranto un tabù niente male. Dichiarando piuttosto chiaramente come la grande dialettica tra le due anime del nuovo Partito Democratico a vocazione proporzionale, in fondo, stia tutta qua: allearsi con il vecchio nemico o con quello nuovo, col Caimano o col Giullare, con Silvio Berlusconi o con Beppe Grillo?

A Emiliano bisogna dare il merito di aver infranto un tabù niente male. Dichiarando piuttosto chiaramente come la grande dialettica tra le due anime del nuovo Partito Democratico a vocazione proporzionale, in fondo, stia tutta qua: allearsi con il vecchio nemico o con quello nuovo, col Caimano o col Giullare, con Silvio Berlusconi o con Beppe Grillo?

Lo diciamo subito, prima che l’elettore medio del partito democratico si metta sfogliare l’ultima margherita che avrebbe voluto avere in mano: si tratta nei fatti di due ipotesi di scuola, che difficilmente si concretizzeranno. Perché comunque Pd e Forza Italia non hanno né avranno voti e seggi sufficienti per rifare nel 2018 un’alleanza come quella del 2013. E perché il Movimento Cinque Stelle non si alleerà mai con quel Partito Democratico, che ancora ieri Luigi Di Maio, con sprezzo per le iperboli, ha definito più dannoso di una guerra. Al più, se mai accadrà, ne negozierà la resa.

Tuttavia, la questione non è di poco conto. Perché finirà per piegare, tanto o poco, la linea politica della forza politica che, piaccia o meno, è ancora oggi l’ago della bilancia del sistema politico, quella in grado di deciderne l’agenda. Soprattutto, questa scelta finirà per condizionare le scelte di tutte le altre forze politiche. Se il Partito Democratico sceglierà di spostarsi verso una linea cripto-grillina, fatta di reddito di cittadinanza, euro-scetticismo e critica all’establishment politico-economico, offrirà spazi enormi alla ricostruzione di un centro-destra moderato. Al contrario, se virerà verso il centro assieme a Renzi - seguendo un pattern cripto-berlusconiano o a là Macron, tanto per darci un riferimento più contemporaneo - è evidente che abbandonerà ogni velleità di attrarre a se pezzi di elettorato grillino, dando spazio e ossigeno sia al Movimento Cinque Stelle, sia eventualmente a una forza alla sua sinistra.

In entrambi i casi, la sensazione è che non sarà un successo. Ma forse siamo noi, ultimamente, a difettare di ottimismo.

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