«Innovazione digitale, 300 miliardi di investimenti mancati: ecco perché siamo ultimi in Europa»

Parla Elio Catania di Confindustria Digitale: «La vera spending review si chiama innovazione. E il piano di Diego Piacentini può davvero cambiare le cose. La differenza tra noi e la Francia? Loro credono che il digitale possa farli diventare ricchi, noi no»

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KAZUHIRO NOGI / AFP

9 Marzo Mar 2017 1210 09 marzo 2017 9 Marzo 2017 - 12:10
Osservatorio Non Food 2017

«Fino al 2000 noi investivamo come gli altri. Da allora siamo rimasti indietro in tutte le componenti, in particolare nell’uso delle tecnologie di rete nelle imprese e nella pubblica amministrazione. Dal 2000 si apre la forbice degli investimenti: 20 miliardi non investiti in tecnologia ogni anno, a fine 2017 avremmo accumulato un gap di oltre trecento». È impietoso, Elio Catania, nel tracciare i motivi a causa dei quali, per l’ennesimo anno, l’Italia è in coda nella classifica della Commissione europea che misura il percorso dei Paesi verso un'economia e una società digitalizzate. Venticinquesima su ventotto, per la precisione, ma penultima nell’uso di internet.

Settant’anni, una prima vita in Ibm, lunga trent’anni, dopo gli studi al Mit di Boston, la seconda, tra Ferrovie dello Stato e Atm, più svariati consigli di amministrazione, da Intesa San Paolo ad Alitalia, oggi Catania, che di anni ne ha settanta, da presidente di Confindustria Digitale, federazione di rappresentanza industriale nata con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo dell’economia digitale che associa colossi come Vodafone e Fastweb, Almaviva, Accenture, Microsoft, Google: «Il digitale potrebbe essere una leva clamorosa per far crescere la produttività e la competitività. E invece è il motivo per cui ogni anno lasciamo per strada uno o due punti di Pil».

Domanda d’obbligo: com’è successo?
Primo: perché non abbiamo tante grandi imprese. Il 70% di quegli investimenti in tecnologia sarebbe dovuto toccare a loro.

Il resto?
Al ruolo trainante della pubblica amministrazione.

Andiamo bene…
Se lo Stato facesse quel che deve fare, valutando il management in base ai risultati, avrebbe spinto la dirigenza pubblica a innovare e le cose, forse, oggi non andrebbero così male.

Non crede in Diego Piacentini, l’ex manager di Amazon chiamato alla trasformazione digitale dello Stato italiano riesca nella sua impresa?
Io credo in Diego Piacentini. Per anni ho chiesto di avere una persona con un ruolo politico a Palazzo Chigi che si occupasse di digitale. Ce n’erano tante, prima di lui, ma nessuna che avesse un ruolo apicale. Diego viene dal mio stesso mondo, dal mondo delle imprese americane. Sa che deve portare risultati. La macchina pubblica deve fare un salto enorme. Piacentini lo sa e sa quali resistenze lo aspettano. E allo stesso modo sa anche che i buoni propositi non bastano. Ora servono i risultati.

Se non arrivano?
Saremo sempre il solito Paese, con una zavorra inutile che rallenta tutto. Pensi alla sanità: costa 107 miliardi, se non ricordo male. 1 milione di euro in tecnologie digitale, sono una leva di risparmio di 3 miliardi in 36 mesi. È questa la vera spending review, la vera riforma della pubblica amministrazione. Oggi si fa risparmio bloccando il turnover, invecchiando la pubblica amministrazione, invece di ridisegnarla.

Ce la può fare?
Sì, ma serve che la politica lo sostenga. Certo, se si dedicano tutte le energie a parlare di scissioni e di elezioni, è dura. Gentiloni in ogni caso ha fatto il ministro delle telecomunicazioni, sa benissimo quel che serve. Non far morire sul nascere una rivoluzione che nel Paese, è già iniziata.

Addirittura una rivoluzione?
Il 2016 è stato un anno di svolta. Soprattutto grazie al piano industria 4.0 del ministro Calenda.

«Pensi alla sanità: costa 107 miliardi, se non ricordo male. 1 milione di euro in tecnologie digitale, sono una leva di risparmio di 3 miliardi in 36 mesi. È questa la vera spending review, la vera riforma della pubblica amministrazione. Oggi si fa risparmio bloccando il turnover, invecchiando la pubblica amministrazione, invece di ridisegnarla»

È davvero utile un piano di iper-ammortamenti per convincere le imprese a investire?
È utilissimo, ma lo stimolo economico non basta. Se non vuoi investire non investi, nemmeno con un iper-ammortamento. Ed è per questo che noi di Confindustria Digitale incontriamo gli imprenditori per convincerli a investire, a credere in Industria 4.0. Abbiamo già fatto venti tappe. Il nostro obiettivo è creare consapevolezza tra gli imprenditori. Dobbiamo far capire loro, che oggi devono essere anche dei manager. È necessario che le imprese investano in innovazione, oggi.

Come mai?
Perché dobbiamo emanciparci dall’Italia delle sole eccellenze. Dietro c’è una visione estremamente conservativa, che stenta a innovare. Noi abbiamo eccellenze e non abbiamo un sistema. La Germania, al contrario, ha meno eccellenze, ma ha un sistema. Il nostro obiettivo dev’essere proprio questo: mettere in rete le nostre eccellenze, potenziando le filiere come sistemi di diffusione dell’innovazione.

Anche qui: ce la possiamo fare?
Il terreno è fertile. Abbiamo una cultura del prodotto straordinaria. Quel che spesso manca è la cultura dei servizi che aggiungono valore ai processi produttivi. E dobbiamo crearla. Perché se non c’è cultura digitale o non si investe in tecnologia, in realtà non si sta investendo nel futuro dell’azienda.

Ecco: perché nel Mezzogiorno, ad esempio, nessuno ci crede, nella tecnologia? Eppure sarebbe la carta su cui tentare il tutto per tutto, in una terra scarsamente infrastrutturata, senza imprese tradizionali…
Noi di Confindustria Digitale siamo andati e andremo spesso al Sud. E il messaggio che diamo è proprio questo: lì c’è capitale umano che va valorizzato, altrimenti non si crea sviluppo. Eccellenze da cui partire ci sono anche li: in Sicilia già ci sono imprese agricole che coltivano arance con la sensoristica. In Sardegna c’è una realtà che fa i display per l’infotainment delle auto di tutto il mondo. Come ho detto prima, manca il sistema. Noi dobbiamo fare dell’effervescenza individuale un progetto collettivo.

Dura, senza la banda larga…
Ma il piano del governo è partito. E gli operatori privati stanno investendo 6-7 miliardi all’anno. Su questo fronte stiamo recuperando rapidamente il gap. Certo, se partono davvero gli investimenti di industria 4.0, la copertura dovrà essere ancora più capillare, ma la strada è giusta. Non dobbiamo far prevalere la paura: e con questioni complesse come l’uberizzazione del lavoro, la robotica e tutto il resto, il rischio c’è ed è elevato.

Che succede se prevale la paura?
ll vero rischio sono le iniziative estemporanee, tattiche, di protezione o iper regolazione.Come la Web Tax. Vuoi fare una cosa saggia? Armonizza i sistemi fiscali europei, anziché prendertela con l’unica cosa che ci serve, che è l’innovazione. Fa come Macron.

Che ha fatto Macron?
Sei mesi fa Macron, allora ministro dell’economia e del digitale, è venuto in Italia per una visita ufficiale. Nella sua agenda, all’ora di pranzo, ha messo una colazione con le startup italiane. Ne ha incontrate sei, in un ristorante di fronte all’ambasciata. Questo è il loro rapporto con l’innovazione e i giovani. Ed è questo il motivo per cui loro sono avanti. Perché ci credono.

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