Zero trasparenza, soliti noti. La partita delle nomine è un’enorme occasione sprecata

Criteri opachi, nessuna ambizione di uscire dal salotto dei soliti noti: i rinnovi dei vertici grandi partecipate statali potrebbero essere un occasione di straordinaria modernizzazione dell’Italia. L’ennesima, che buttiamo a mare

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LEON NEAL / AFP

9 Marzo Mar 2017 1400 09 marzo 2017 9 Marzo 2017 - 14:00

L’Italia non può più permettersi neppure un mezzo passo falso: ogni gara importante, ogni nomina di alto livello dovrebbe essere considerata dallo Stato italiano come una pallottola di sviluppo da sparare nella maniera più efficiente possibile. Il problema è che non è così. A subirne il danno maggiore, forse, è proprio il Ministro dell’economia e delle finanze - nome in codice, Mef - che si trova nella scomoda posizione di dover difendere la credibilità di un Paese che continua a chiedere più flessibilità per poter investire nel proprio sviluppo. In alcuni casi, tuttavia, è proprio al Ministero dell’Economia che rischiano di sprecare occasioni e di complicare la vita di Padoan.

È il caso delle nomine delle imprese partecipate dallo stesso Mef. Parliamo dei vertici di imprese tra le quali ci sono le tre ultime multinazionali italiane – Eni, Enel e Finmeccanica (Leonardo) – che messe insieme hanno un fatturato di circa 180 miliardi, impiegano 150 mila persone e valgono – da sole – un terzo di quanto spendono le imprese in ricerca e sviluppo in Italia. Una partita importantissima di cui nessuno parla (mentre tutti si appassionano alle scissioni del Pd) e sarebbe interesse di tutti trovare i migliori manager sul mercato internazionale, perché da scelte di questo livello dipendono non solo flussi di cassa rilevanti per l’azionista di via XX Settembre, ma soprattutto le possibilità residue che ha l’Italia di stare nelle catene di generazione di valore industriale globale. Una partita che meriterebbe di essere pubblicizzata sui giornali economici internazionali ed aperta a tutti, come fu, ad esempio, per la posizione di governatore della Bank of England che non è, infatti, un inglese. O che, perlomeno, dovrebbe usare lo stesso metro adottato dal Ministro Franceschini per trovare i manager dei siti archeologici e musei più importanti d’Italia.

Ed invece il sito del Ministero si limita a darne notizia nella pagina che dà informazioni sugli “organi sociali da rinnovare” delle “società partecipate”. Tutto ciò che si riesce a sapere è qual è l’indirizzo email a cui gli interessati possono inviare la propria candidatura e i nomi delle società, i cui consiglieri di amministrazione, sindaci, presidenti e amministratori delegati sono da nominare. Punto. Lo stesso sito precisa, peraltro, di pubblicare tali informazioni ai sensi della direttiva del MEF del 24 Giugno 2013 che disciplina “criteri e modalità di nomina degli organi di amministrazione [...] delle società controllate [...] dal Ministero dell’Economia” e che – con una certa dose di involontaria ironia – dichiara come proprio obiettivo “la massima trasparenza [...] delle procedure”.

Perdiamo opportunità di cui avremmo bisogno come il pane. A subirne il danno maggiore è il Ministro dell'Economia che si trova nella scomoda posizione di dover difendere la credibilità di un Paese che continua a chiedere più flessibilità per poter investire nel proprio sviluppo

Riassumendo: non c’è nessuna indicazione ufficiale della scadenza del processo di selezione (che pure apprendiamo dai commenti dei giornali); nessuna indicazione dei criteri richiesti per le diverse posizioni (laddove ci aspettiamo che sia diverso fare il Presidente di Enel o il consigliere di amministrazione di Finmeccanica); nessuna indicazione della società di head hunting che si sta occupando della selezione; nessuna richiesta di lettera di motivazione (laddove i candidati, altrove, hanno persino la possibilità di scrivere come loro vedono l’impresa e quale strategia potrebbe perseguire); nessuna esplicita previsione di “short list” e di colloqui. C’è solo la citata direttiva sulle nomine che – per la posizione di amministratore delegato – chiede un’“esperienza pregressa in incarichi di analoga responsabilità”. Nessuno, tuttavia, declina tale richiesta rispetto a specifiche imprese, alcune delle quali investite da trasformazioni tecnologiche di carattere globale che ridimensionano, in alcuni casi, anche lo stesso criterio dell’ ”esperienza”.

Ed invece, utilizzare maggiore trasparenza sarebbe un’operazione di immagine importante per l’intero Paese. Servirebbe per raccogliere persone nuove oltre quelle già inserite nei soliti circuiti. Stimolare un dibattito su imprese che – come la Fiat degli anni settanta – dovrebbero, persino, esprimere una strategia per il Paese che ne detiene il controllo. Attraverso le scelte sulle grandi imprese compriamo futuro e non è accettabile che ciò non faccia parte dal confronto civile; e che sia, invece, lasciato al gossip sul potere.

Più che la malafede, la sensazione è che, più semplicemente, perdiamo occasioni per un atteggiamento provinciale, da salotto che già ci ha condotto alla marginalità. Atteggiamento che non possiamo più premetterci. Forse sono considerazioni che valgono più degli scandali. In un Paese normale i giornali pretenderebbero trasparenza sulle operazioni su cui ci giochiamo il futuro. E lo stesso Padoan dovrebbe permettersi il lusso di imporre una modernizzazione che non possiamo più rimandare.

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