Andrea Pontremoli: «Il futuro dipende solo da noi. Ma noi italiani siamo campioni mondiali di alibi»

È entrato in Ibm Italia da riparatore di computer, ne è uscito da Presidente. E poi ha mollato tutto per andare a fare macchine sull’Appennino, vicino a casa sua: «Il mio ruolo in Dallara? Darle futuro levandola dalla nicchia del produttore di auto da corsa. Scuole italiane? Le migliori del mondo»

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CREDITJONATHAN FERREY / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

11 Marzo Mar 2017 0830 11 marzo 2017 11 Marzo 2017 - 08:30
WebSim News

«Noi italiani siamo i migliori manager del mondo. Ma siamo anche i più grandi specialisti nel trovare degli alibi ai nostri insuccessi». A dirlo non è uno qualunque. Andrea Pontremoli è infatti uno dei migliori manager italiani. Soprattutto, è uno che di alibi non se n’è mai cercati, anzi. Entrato in Ibm Italia nel 1980, dove fu assunto come tecnico di manutenzione, nel 2004 ne è diventato Presidente e Amministratore Delegato. E una volta all’apice, tre soli anni dopo, ha deciso di mollare il colosso americano per andare a dirigere la Dallara, storica casa produttrice di auto da corsa emiliana: «Era un’azienda con competenze straordinarie, non ho mai visto un concentrato di geni così alto come lì dentro - racconta a Linkiesta ai margini dell’evento Cdo Sharing -, ma si viveva molto alla giornata. Noi le abbiamo dato un futuro».

Partiamo dall’inizio però. Perché il presidente di Ibm Italia decide di mollare tutto e andare a fare automobili nell’Appennino parmense?
Per tre ottime ragioni.

La prima?
I
o sono di lì. Mio padre faceva il mugnaio sul fiume Ceno, nell’Appennino parmense. Io abito a Bardi, l’ultimo paese del fiume. La Dallara è a Varano, il primo paese. Io per andare a lavorare ci metto 20 minuti. Se c’è traffico, ce ne metto ventuno. È bello lavorare a casa propria e restituire al proprio territorio un po’ di esperienza. Uno storico manager di Ibm, Elio Presutti, me lo diceva sempre: «Nella vita ci sono tre fasi. Learn, impara. Earn, guadagna. Serve, restituisci. Io a 49 anni ho deciso che volevo entrare nella mia terza fase».

Seconda ragione?
L’ingegner Dallara, un uomo straordinario di cui condivido ogni valore.

La terza ragione?
La più banale: io pagavo per andare a vedere le corse, adesso mi pagano.

Una scelta di cuore…
Sempre. Io sono arrivato in Ibm per caso, seguendo la passione.

I motori?
No, questa volta no. Io di passioni ne ho tre. I motori è la prima. La seconda è l’elettronica: pensi che ha 14 anni ho costruito la mia prima radio. E la terza è la musica. Ancora oggi faccio il dj in discoteca.

A portarla in Ibm è stata la passione per l’elettronica, quindi…
No quella per la musica.

Questa la deve spiegare…
Avevo due offerte e potevo scegliere tra Ibm e Olivetti. Mio padre mi ha portato in Olivetti di persona, aveva il mito di Adriano Olivetti. Sarebbe stato un lavoro bellissimo: ricerca e sviluppo a Ivrea, in un campus meraviglioso. Ibm, invece, mi offriva di riparare i computer a Milano. Lei cosa avrebbe scelto?

Olivetti, no?
Io ho scelto Ibm, perché la discoteca dove mettevo i dischi il sabato sera era più vicina. Senza macchina, a Ivrea sarebbe stato un suicidio. E io non volevo rinunciare alla musica. La gente non ci ha mai creduto, a questa storia. Mi chiedono: «Come hai fatto a capire che l’Olivetti sarebbe fallita?»

Già: l’aveva capito, in qualche modo?
Io rispondo che Olivetti è fallita perché io sono andato in Ibm (ride, ndr). Scherzi a parte, io non ne avevo la più pallida idea. Davvero: ho scelto Ibm per la musica.

In due parole: cos’ha imparato lavorando con Ibm e gli americani?
Il valore dell’organizzazione e della meritocrazia. Io, il manutentore che diventa presidente non sono l’eccezione. Lì sono programmati affinché funzioni così. E infatti, da manager anch’io ho fatto fare carriera a parecchia gente.

Se gli americani sono organizzazione e merito, noi italiani cosa siamo? Passione e…
Non so dire quale sia il modello dell’Italia. Io ho chiaro quel che dovremmo essere. Che poi è quello che mi ha insegnato mio padre e che io cerco di insegnare alle mie figlie.

Cioè?
Che il futuro dipende da noi, non dagli altri.

«Noi italiani siamo specialisti negli alibi. Se arrivo in ritardo, ti spiego perché sono arrivato in ritardo. Se non ho fatto qualcosa, ti spiego perché non l’ho fatta. Quando uno viene nel mio ufficio e mi dice che è preoccupato per qualcosa, gli rispondo di occuparsene»

Non è esattamente una pratica diffusa pensarla così. In Italia, perlomeno…
No, infatti. Noi italiani siamo specialisti negli alibi. Se arrivo in ritardo, ti spiego perché sono arrivato in ritardo. Se non ho fatto qualcosa, ti spiego perché non l’ho fatta. Quando uno viene nel mio ufficio e mi dice che è preoccupato per qualcosa, gli rispondo di occuparsene. E poi abbiamo siamo schiavi del «Che cosa mi manca per fare questa cosa?».Cavoli! Pensa a quel che hai a disposizione per fare qualunque cosa, e che ti perdi mentre ti lamenti. io ero figlio di un mugnaio: avevo dei valori enormi. Quel che ho fatto l’ho fatto con quelli.

Per l’appunto: cosa avete fatto in Dallara?
Le abbiamo dato un futuro. Mi spiego: in Dallara si viveva molto alla giornata. Competenze straordinarie, non ho mai visto un concentrato di geni così alto come lì dentro. C’era un problema, però.

Quale?
Ci ho messo un anno per capire come descrivere in quindici secondi la Dallara.

Come mai?
Andavo in fabbrica a chiederlo agli operai: «Cosa facciamo?» E loro ti rispondevano: «Facciamo macchine da corsa, ma non facciamo il motore e nemmeno l’elettronica, e nemmeno i sedili». «Allora non facciamo macchine da corsa - gli rispondevo io -. Facciamo altro».

Quindi che fate?
Tre cose: progettiamo utilizziamo la fibra di carbonio. Secondo: facciamo aerodinamica, sia numerica sia in galleria del vento. Terzo: facciamo simulatori di guida. io queste tre cose le posso declinare in qualunque settore, non mi limito solo all’automotive, ne tantomeno alla sua nicchia delle macchine da corsa. Le posso fare per i treni, per gli aerei, per i missili. HO fatto la handbike con cui Alex Zanardi ha vinto quattro medaglie d’oro a Londra e Rio de Janeiro. Ho fatto le barelle per il 118: pesavano 16 kg, ora ne pesano 4. Risultato? Oggi Dallara non è più un’azienda di nicchia. Più in generale: negli ultimi anni l'attività di engineering si è ampliata notevolmente e oggi rappresenta il 40% del fatturato totae, sia per quanto riguarda le vetture da competizione, che per le vetture stradali ad alte prestazioni.

Il made in Italy però adora rinchiudersi nelle nicchie…
Sbagliamo, perché il segreto è adattarsi alla modernità, non evitarla. Noi non abbiamo problemi, con la globalizzazione. Solo straordinarie opportunità. La più banale: la managerialità degli italiani non la batte nessuno.

Questa ce la deve spiegare…
Con piacere: oggi la globalizzazione porta con se due fattori fortissimi. Uno è l’incertezza, l’altra è la velocità. C’è il terremoto a Fukushima e la General Motors non fa più automobili perché il chip dell’airbag viene prodotto là. La combinata di queste cose, in matematica, si chiama caos. Noi italiani siamo i migliori a gestire il caos. Siamo piccoli e veloci. Oggi non è più l’epoca in cui il pesce grande mangia il pesce piccolo. Oggi è l’epoca in cui il pesce veloce mangia quello lento. E noi siamo pure creativi…

Però l’innovazione vera la fanno altrove…
Guardi che l’innovazione è una cosa piccola. Significa significa sapere rispondere a una semplice domanda: «Solo io faccio questa cosa?». Se la risposta è Sì, allora sei innovativo. Se la risposta è «No, ma anche io faccio quella cosa», mi spiace, ma non lo sei. Il bello è che nel prodotto che fai, la parte innovativa può anche rappresentare il 2% dei costi. Ma il valore è dieci volte tanto, al minimo.

«Oggi la globalizzazione porta con se due fattori fortissimi. Uno è l’incertezza, l’altra è la velocità. La combinata di queste cose, in matematica, si chiama caos. Noi italiani siamo i migliori a gestire il caos. Siamo piccoli e veloci. Oggi non è più l’epoca in cui il pesce grande mangia il pesce piccolo. Oggi è l’epoca in cui il pesce veloce mangia quello lento»

Qual è il modo che usate voi in Dallara, per essere innovativi?
Ce n’è uno solo, che io sappia.

Quale?
Sbagliare. L’innovazione nasce dall’errore. Fail again, fail better, dicono gli americani. Io sono d’accordo, a patto che tu non faccia per due volte lo stesso errore. Il nostro simulatore, in Dallara, è nei fatti un sistema per fare errori. Di fatto, è tutto virtuale. Tu stai guidando dei modelli matematici, non un prototipo, da noi.

In che senso?
Immagini che sta facendo un’automobile ibrida. Domanda: dove mette i motori? Elettrico davanti, benzina dietro? Tutti e due dietro? Tutti e due davanti? Col nostro simulatore non devo costruire quattro prototipi, per scoprire quale delle possibilità funziona meglio. Basta modificare dei modelli matematici. Fra l’altro questa cosa ha cambiato anche il nostro modo di progettare. Prima si faceva un progetto completo e si testava. Oggi si provano i concetti, non si pianifica più l’innovazione. Pane per noi italiani.

Perché proprio per noi?
Perché abbiamo inventiva e cultura. Il nostro sistema scolastico è ancora il migliore al mondo, non dobbiamo buttarlo via. Poche storie.

Ma dobbiamo portare la carta igienica da casa…
Facciamo le scuole medie con 16 materie, le superiori con 18 materie, l’università con 35 esami. In America ci si specializza e basta, invece. Gli manca la cultura di base per riconvertirsi. E oggi a un giovane toccherà cambiare mestiere dieci volte nella vita. La nostra cultura di base ci permette di sperimentare, di saltare su cicli diversi, di fare qualunque cosa. Eppure ci concentriamo solo su quel che manca. Vede perché le ho detto che siamo i campioni mondiali di alibi?

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