Rassegnatevi! Uber è ovunque, e tornare indietro è impossibile

Il volume “Uberization” di Antonio Belloni mostra come siano almeno 50 i campi in cui si è applicato il nuovo modello di business di cui l’app più odiata dai tassisti è diventata un simbolo. È bene però smontare i miti: non tutta la disintermediazione porta valore, ai lavoratori ma anche ai clienti

Uber Tassista

(LEON NEAL / AFP)

LEON NEAL / AFP

11 Marzo Mar 2017 0830 11 marzo 2017 11 Marzo 2017 - 08:30
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Sarà come tappare l’acqua con le mani. Come in un vecchio spot televisivo, i getti usciranno da mille buchi. Uber, come l’acqua, è destinata a stare tra di noi, nonostante i divieti imposti dalle varie legislazioni nazionali. E se non sarà la società Uber, saranno altri soggetti simili a soddisfare i bisogni dei clienti, incanalandosi nelle insenature delle inefficienze delle aziende tradizionali. Lo faranno perché gli strumenti che abilitano la disintermediazione hanno reso obsoleti molti degli anelli tradizionali delle cosiddette “catene di valore” che costituiscono un’attività economica. Molti anelli, ma non tutti: perché accanto alla disintermediazione “additiva”, che porta valore ai clienti, ce n’è anche una “sottrattiva”, che impoverisce tutti. È questa la linea che segue il volume “Uberization” (Egea, 2017) di Antonio Belloni, consulente aziendale e scrittore, già autore di “Esportare l’Italia” e “Food Economy”. Un lavoro che prova a muoversi lungo il sottile crinale di chi non vuole né esaltare né demonizzare il nuovo modello di business, ma provare a interpretarlo in maniera distaccata: un esercizio particolarmente utile per le aziende che si sentono chiamate a dover rispondere alla “uberizzazione” del proprio business. E sono tante, in almeno 50 campi.

Andiamo subito al sodo. La uberizzazione della nostra economia e società è senza ritorno?

È senza ritorno ed è inevitabile. Però può riportare al punto di partenza, in maniera evoluta. Stiamo parlando di cicli di distruzione e creazione, come quelli descritti da Schumpeter. Gli intermediari vengono disintermediati, saltati o distrutti e se ne creano di nuovi, in un percorso ciclico. A un certo punto tutte le organizzazioni, economiche, pubbliche e sociali, dopo una fase di creazione attraversano una fase di consolidamento e poi di mantenimento dello status quo.

Dov’è la differenza rispetto a prima?

La vera novità è che ora il ciclo dura di meno e si rompe, per colpa o per merito delle tecnologie. È un processo inevitabile. I danni, anche in termini di posti di lavoro, sono tanto più gravi tanto più le organizzazioni non si aprono in maniera intelligente e non anticipano i processi. Prima capisci che è in atto un’uberizzazione che sconquassa il tuo mercato, più puoi adeguarti o addirittura cavalcare il fenomeno.

Facciamo un passo indietro. Da dove nasce la parola uberizzazione?

Come termine è nato negli Stati Uniti, dove è utilizzato non solo dagli economisti ma da moltissime persone che hanno deciso che coniare il verbo “uberizzare” sulla falsa riga di “googlare”. Come nel caso del fordismo, un’azienda viene presa per identificare un processo. Come la Ford raccontava l’organizzazione della fabbrica di inizio Novecento, oggi Uber riassume tutti gli ingredienti della nuova disintermediazione. È diventata un espediente narrativo per descrivere in maniera pop un processo complesso.

Proviamo a descriverlo. Che cos’è l’uberizzazione e in che cosa è diversa da una semplice disintermediazione dei vari anelli di una catena di valore?

L’uberizzazione è una versione tecnologicizzata della disintermediazione. È un metodo basilare e generico, ma con degli ingredienti piuttosto precisi, per portare all’interno di un processo organizzativo efficienza, velocità, risparmio di costi, di spazi, di energie e una forte utilità per il cliente/consumatore. L’applicazione può essere di tipo business, sociale o legata a una qualsiasi organizzazione. Il processo di disintermediazione nasce prima delle tecnologie e comincia a essere studiata una quarantina di anni fa, quando i consumatori cominciarono a ritirare i soldi dal proprio conto corrente e a investire autonomamente nei primi fondi pensioni americani. Poi però arrivano i computer e il web e la disintermediazione ha finito per identificarsi pienamente con la tecnologia intesa come fattore abilitante e velocizzante.

La uberizzazione della politica si è rivelata fallimentare: chi è riuscito a disintermediare media e partiti, è arrivato subito al potere. Poi però si è sgonfiato come una bolla

Nel libro c’è un elenco di oltre 50 campi, dalla finanza alla politica, passando per la formazione, l’informazione e la scienza, ai quali è stata associata la parola uberization.

Sul libro ho messo una selezione, sarà il 10% degli ambiti a cui in cinque anni di Google Alert ho visto associata la parola uberization.

Si aspettava che le applicazioni fossero così diffuse?

Non me l’aspettavo in questo modo. Ho cercato di capire perché oggi questi modelli nuovi diventano così popolari presso i manager e attecchiscono così velocemente. La risposta è che la velocità, le tecnologie, le forti instabilità sono diventate una costante dei business ed è molto più frequente di prima da parte dell‘operatore economico farsi domande per decriptare tutto quello che succede. Quindi appena trovano una formulina magica nuova tendono a utilizzarla per qualsiasi cosa. Penso però che bisogna stre attenti ad applicarla a tutto.

Per esempio lei mostra come una rivista di podologia continui a riflettere sul proprio modello di business partendo da Uber. Eppure è la cosa più lontana dall‘idea di Uber che possa venire in mente.

Tutto questo, a mio parere, vuol dire che c’è fame di efficienza in moltissimi campi. La sostanza del libro è che siamo in un momento in cui non c’è crescita, c’è volontà di risparmio, di taglio di risorse. Chi porta un modello economico che permette di risparmiare delle risorse, di razionalizzare un percorso, di facilitare l‘attività del consumatore, è ben accetto e sfonda. L’imprenditore Roberto Siagri in un convegno, cinque anni fa, fu profetico. Disse: “Risparmio di tempo, denaro, risorse, energia, sono i modelli vincenti del futuro. Non si sa a che cosa porteranno esattamente, però ti promettono di fare meglio le cose che abbiamo fatto fino a oggi”.

Oggi abbiamo gli esempi pratici. Ma, essendo passati cinque anni, il dibattito sull’efficienza derivante da togliere anelli della catena del valore è andato avanti. In uno dei passaggi più interessanti e originali del libro, lei invita a riflettere sul fatto che non tutta la disintermediazione crea valore. C’è quella additiva, che lo porta, e quella sottrattiva, che lo toglie. Se pensiamo all’industria editoriale, l’eliminazione delle librerie a favore di degli store online può essere vista come portatrice di valore. Mentre il self publishing, che elimina un passaggio come l’editing, rende tutto il sistema più debole. Da dove nasce questa intuizione?

Nasce più che dall’economia dalla politica. La politica è uno dei settori in cui la fame di disintermediazione è più forte, perché le elite si sono scoperte incapaci di trovare soluzioni a problemi nuovi, dall’immigrazione alla finanza. Sono loro le prime a essere “disintermediate” e “uberizzate”. Però attenzione, la disintermediazione in politca è spesso “sottrattiva”. Chi per esempio in questi anni, anche in Italia, è riuscito a fare disintermediazione attraverso il salto dei media e dei partiti, è arrivato subito al potere. Però si è sgonfiato successivamente come una bolla, perché dietro di sé non ha avuto la parte più preziosa, ossia una struttura capace di tradurre la realtà. Il comunicatore che parla direttamente al popolo sui social, come se avesse un megafono, riceve poi dal popolo milioni di messaggi che non vengono filtrati e pesati. Paradossalmente forse oggi il partito è forse più importante del leader e chi traduce la realtà è molto più importante di chi porta a compimento una singola riforma.

Molte delle aziende digitali che oggi hanno successo hanno applicato una disintermediazione additiva, per usare la sua definizione, cioè hanno creato valore e dato benefici ai clienti. Ma, come ha ricordato un editoriale de Linkiesta, tutti noi siamo sia i clienti di Uber sia le sue vittime potenziali. Dovesse mettere su una bilancia i vantaggi e gli svantaggi, dove penderebbe il piatto?

Propongono questo punto di vista: capire i vantaggi e gli svantaggi non in maniera aperta, ma osservando l’osservando l’individuo singolo e le organizzazioni in generale. In questi processi l’organizzazione quasi sempre ci guadagna, così come ci guadagna il singolo come destinatario del prodotto o del servizio. Ci perde però spesso il singolo che partecipa al processo, che sta dentro al percorso. Questo accade anche perché c’è la forte incapacità da parte delle aziende di sostituire i ruoli che vengono a mancare. O meglio, l’incapacità di prendere il personale che compiva la funzione che è stata eliminata e di riciclarlo all’interno dell’azienda. Tutto questo è molto difficile e complesso. Per questo la grande partita si vince nel momento in cui riesci ad anticipare questo percorso. Più passa il tempo senza ricercare efficienza e più l’arrivo del fenomeno diventa uno tsunami.

Quando si parla di “sindrome di Uber”, il significato è che non sai più da quale settore arrivi il tuo competitor. Il processo è inarrestabile e se il legislatore chiude il tappo da una parte, l’acqua esce da un’altra

A proposito di inefficienza, nel libro si parla di quella dei taxi. Sono inefficienti rispetto a Uber, si spiega, perché il sistema di chiamata tradizionale dei taxi (escluse le nuove app per tassisti) non permette di vedere dove sono le auto più vicine, si basa su numeri telefonici che cambiano di città in città e non dà informazioni su quali siano le cooperative con più auto o auto più vicine. Eppure i tassisti sono usciti vincitori da tutte le recenti battaglie. Uber Pop in Italia è fuorilegge e gli Ncc avranno più limitazioni. Le norme possono bloccare il processo di uberizzazione?

No, non possono bloccare un processo di uberizzazione perché se questo non arriva da una parte, arriverà comunque da un’altra. Quando si parla di “sindrome di Uber”, il significato è che non sai più da quale settore arrivi il tuo competitor. Il processo è inarrestabile e se il legislatore chiude il tappo da una parte, l’acqua esce da un’altra. Per questo sarebbe ora di non limitarsi a chieder interventi correttivi e difensivi da parte dello Stato. Lo Stato vince se riesce a capire prima cosa sta succedendo e favorisce il cambiamento interno alla struttura.

Nel caso dei taxi, il primo aggiramento nelle città è il car sharing.

Esatto. Il quale, pur non producendo ancora utili sufficienti per essere un modello di business sostenibile, potrebbe diventarlo se per esempio si mettesse pubblicità sulle auto noleggiate. A quel punto si potrebbe non far pagare neanche il noleggio.

Sul settore dei taxi si parla di creare un fondo per uscire dalla logica della licenza intesa come un asset da rivendere.

C’è anche stata la proposta, su Lavoce.info, di una microtassazione a questo scopo. Sono delle vie di uscita che vale la pena approfondire. Ma sono in entrambi i casi un po’ illiberali. Immaginiamo due situazioni estreme: se hai preso la licenza 30 anni fa, l’hai già ammortizzata, quindi non dovresti chiedere indietro dei soldi. Se l’hai presa lo scorso anno, vuol dire che vuoi ignorare quel che sta succedendo intorno a te. È significativo che ultimamente le banche non concedono più i mutui per comprare le licenze, perché loro capiscono che il mercato non è più sostenibile.

Quando si parla di Uber i tassisti hanno ragione a chiedere che gli autisti e soprattutto l’azienda paghino le tasse. Questo è un punto su cui la politica è ancora indietro.

È indietro. Io ho suggerito, in maniera modesta, quella che forse potrebbe essere una soluzione per uscire dall’impasse in cui si è impantanati. Oggi la Corte europea è chiamata a definire se Uber e i servizi simili siano società di trasporti o di Ict, e in base a quello a definire la tassazione. Il tema che offro io è che non bisogna concentrarsi su questo ma sulla professione di chi fa andare avanti il servizio. La professione, in termini di Inps e di assicurazione, nasce nel momento si fa qualcosa a tempo pieno. Bisogna quindi distinguere tra l’economia residuale di chi trasporta persone in macchina, o affitta la casa, usando il 10% del proprio tempo. E chi a queste attività dedica il 65% del tempo. Se dedichi sette ore al giorno a Uber, o a Deliveroo, allora io ti devo tutelare in mille modi. Così come se hai cinque case su Airbnb, ti devo paragonare a un albergatore con 30 camere. Questo a prescindere dall’efficienza e dalla qualità di Airbnb.

Bisogna distinguere tra l’economia residuale e chi fa un’attività per professione. Se dedichi sette ore al giorno a Uber, o a Deliveroo, ti devo tutelare come lavoratore. E se hai cinque case su Airbnb, ti devo paragonare a un albergatore con 30 camere

Tutte queste app hanno successo perché mettono al centro il cliente, a cui danno molto valore. Ma ora è successo qualcosa. È successo che Trump ha detto che non c’è solo il cliente, ci sono anche i lavoratori. Questa tematica nelle primarie negli Stati Uniti era presente anche nelle posizioni di Bernie Sanders ed Elizabeth Warren e ora è entrata fortemente anche nel dibattito europeo. Il legislatore dovrebbe mettere ancora al centro il cliente?

Ribalto la domanda in maniera provocatoria. Per la sinistra e la destra, per la politica, il cittadino è il cliente. E oggi la politica è lontanissima dal suo cliente. La sinistra, su tutti, si è dimenticata del lavoro e dei lavoratori. Deve riappropriarsene. Non bisogna scandalizzarsi e dire che si intende la politica come marketing. Perché il lavoratore-elettore è sempre stato il cliente della politica, prima ancora dei principi di marketing.

Nel libro è citata una frase di Gianroberto Casaleggio, co-fondatore dell’M5s, sulla necessità che le aziende si rendano conto che la disintermediazione è inevitabile.

È stato il primo in Italia nella politica a intuire la disintermediazione in atto. Gliene va dato atto.

Nel suo stesso partito, nelle scorse settimane Virginia Raggi ha dato il suo appoggio ai tassisti. Che cos’ha pensato di fronte e questa apparente contraddizione?

Ho pensato che la parte di cattura dell’innovazione, da parte di chi ha pensato il Movimento, ha della genialità folle. Ma che c’è forte impreparazione quando si tratta di re-intermediare, cioè ricostruire un tessuto cittadino interessato alla politica, e poi un gruppo dirigente pronto e capace di fare sintesi, analisi e risposta. Ma questo non è solo in capo all’M5s. È successo anche con Renzi, che mi chiedo quale classe dirigente lasci. Così come tra quattro anni ci chiederemo che classe dirigente avrà lasciato Trump. Il denominatore comune è che sono tutti interventi di outsider, di solitari, che arrivano al potere. La fase di ricostruzione, di rinnovamento della elite, non c’è.

Nel libro si fa anche un discorso sui monopoli che rischiano di crearsi attorno a questi “unicorni” dell’Ict. È un discorso che si lega anche a quello che sta succedendo a Wall Street. Queste società hanno una capitalizzazione enorme dovuta al fatto che si creano un mercato enorme, a volte incontrastabile, pur non facendo utili. Ci si chiede se questa sproporzione tra prezzo di Borsa e utili possa portare allo scoppio di una bolla. Anche perché, come lei diceva all’inizio, il tempo della stabilità e del mantenimento dello status quo si va riducendo: Uber assomiglia a un monopolio ma potrebbe durare poco.

Potrebbe fallire. Come un colosso di Rodi a cui se si toglie un tassellino da un tallone viene giù tutto. Non credo però che questo crollo, se mai avvenisse, sarà per ragioni normative. È vero che queste società sono molto legate agli aspetti regolatori, e per questo fanno tanto lobbying. Ma sono ancora più attente alla comunicazione e al marketing. Potrebbero scardinarsi per una reputazione negativa che oggi si propaga come un virus.

Anche Uber potrebbe fallire, come un colosso di Rodi che viene giù togliendo appena un tassellino. Il crollo non dovrebbe però avvenire per ragioni normative, ma per una reputazione negativa che oggi si propaga come un virus

In questa Uber-economy, è una dura vita anche per le startup, dato che gli investimenti vanno sempre meno verso le startup e sempre più verso pochi unicorni.

I dati della Commissione europea di fine 2016 sulle startup sono significativi in questo senso. Le startup, che sono peraltro i campioni della disintermediazione delle grandi strutture delle aziende, hanno alcuni grandi difetti: i posti di lavoro e gli utili creati in Europa sono davvero pochi rispetto agli Stati Uniti, perché c’è una bassissima capacità di raccogliere finanziamenti e nello stesso tempo c’è una velocità di crescita inferiore rispetto a quella degli Stati Uniti, evidentemente perché là hanno un mercato molto più ampio. Le uniche startup veloci e grandi che ci sono in Europa sono quelle di Stoccolma, a partire da Spotify.

Ci sono poi piattaforme che sembrano davvero diverse, come quelle che permettono di sfruttare spostamenti che si farebbero comunque, vedi BlablaCar, o di portare pacchi da una città all’altra dove ci si reca magari come pendolari, come tZig. In questi modelli i vantaggi sembrano essere molto più distribuiti. Sono modelli che dureranno?

Non lo so. Però parto sempre da un assunto, che è quello della “sindrome di Uber”: oggi si sono liquefatte l’expertise e la settorialità. Uno può andare a fare delle cose che non sono nel suo settore: cosa impedisce di installare una piccola scatola nera sulle auto del car sharing, che quando passa tra le vie della città legge i contatori dell’elettricità in maniera automatica? Per questo definisco le nuove società come Uber delle “specie alloctone”: che business è questo? Ci sono enormi possibilità di accavallamento tra modelli di business o di attività. Oggi alcuni dei pick & collect hanno provato a fare il ritiro dell’ecommerce dentro bar e stazioni. Il bar prende una commissione. Ma quella tassa che verrà pagata su quella fee, sotto quale voce ricadrà?

Se dovessimo immaginarci una curva della crescita dell’uberizzazione, saremmo ancora in una fase di skyrocketing o andremmo verso una curva più piatta?

Se la curva è la notorietà o la diffusione della pratica della disintermediazione, è un processo che è stato metabolizzato o è in corso di metabolizzazione. L‘ambiente privato ha già cominciato a capire come funziona ed è colpevole se non studia. L’ambiente pubblico invece è lontano chilometri. Ed è qui la parte più bella di questo modello, in cui la curva potrebbe ancora salire in modo ripido. Anche se un ostacolo all’innovazione è l’età media alta dei nostri dipendenti pubblici.

In definitiva, Uber sarà ovunque.

Certo, sarà ovunque. Per fortuna o nostro malgrado.

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