La rottamazione è finita. Ora Renzi è un politico palloso (e va bene così)

Il Lingotto consegna alla politica un leader che ha capito che sono i cambiati i tempi: più inclusivo, più mediatore, meno protagonista, per tempi che si annunciano poco entusiasmanti e molto logoranti. Il dilemma è uno solo: per quanto tempo riuscirà Renzi a non fare Renzi?

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ANDREAS SOLARO / AFP

13 Marzo Mar 2017 0834 13 marzo 2017 13 Marzo 2017 - 08:34

«Ho fatto il discorso più palloso della mia vita», scherza Matteo Renzi mentre scende le scalette del palco del Lingotto. È venerdì sera e sono le sette e dieci. L’ex premier, originariamente, avrebbe dovuto lasciare l’apertura della tre giorni torinese a Maurizio Martina. Poi, si diceva, avrebbe parlato solo dieci minuti. Alla fine, abbandona il microfono dopo un’ora e dieci minuti con pochi acuti, un paio di citazioni colte, nessuna mossa del cavallo da dare in pasto ai telegiornali in onda di lì a poco. L’aveva detto del resto: «Non siamo qui per darvi titoli di giornale per domani». È stato di parola. Missione compiuta.

E in fondo, la filigrana attraverso cui leggere tutta la tre giorni del Lingotto sta tutta qua. Nel tentativo di abbassare il volume dello scontro interno al Partito Democratico, abbandonando - seppur a malincuore - la bulimia riformista degli ultimi tre anni, le spacconate tipo “O cambio l’Italia o cambio mestiere” che andavano di moda anche solo qualche mese fa, per serrare le fila degli amici e provare a vivere alla giornata, passo dopo passo, partita dopo partita. La prima: vincere le primarie del 30 aprile con almeno il 51%, riconquistare la guida dei Dem verso le elezioni del 2018. Poi si vedrà.

La rottamazione è finita. Della Leopolda non c’è traccia, a Torino. “Go big or go home” degli American Authors - tradotto: o sfondi o vai a casa -, storico jingle delle kermesse della ex stazione fiorentina lascia spazio a “Strada Facendo” di Claudio Baglioni, l’Inno di Mameli sostituisce in playlist Titanium di David Guetta e Sia. Le citazioni di Olof Palme e George Orwell si mangiano quelle di Jovanotti e Baricco, nella prima fila del pantheon rifanno capolino Pasolini e Bob Kennedy, scansando con un colpo d’anca Tony Blair e Barack Obama. E a scaldare la platea sono arzilli vecchietti come Biagio De Giovanni, Beppe Vacca ed Emma Bonino, non più Pif, Oscar Farinetti e Maria Elena Boschi.

La parola d’ordine, piaccia o meno, non è più cambiamento, né tantomeno innovazione. La nuova parola d’ordine è responsabilità e l’ha pronunciata Dario Franceschini, azionista di maggioranza del Lingotto, «l’unico che può staccare la spina a Renzi», secondo più di un autorevole commentatore, l’unico ad aver sviluppato dal palco un ragionamento politico a tutto tondo sul futuro prossimo del Pd e del Paese

“La brutta copia di Veltroni”, scrive Luca Telese su La Verità. “Un leader ostaggio delle correnti”, gli fa eco Wanda Marra sul Fatto Quotidiano. Vero? Vero. Eppure forse era proprio questo l’obiettivo politico del Lingotto: dare l’immagine di un Partito di cui Renzi non è più un agente di destabilizzazione, l’adolescente bulletto che non si sa comportare a tavola, ma un “giovane invecchiato” - copyright di Baglioni, non a caso - che porta rispetto a tutti gli altri commensali e che sa stare al suo posto. Un leader di una forza a vocazione proporzionale che per governare dovrà sedersi al tavolo delle trattative con Alfano, con Pisapia, magari pure con Bersani e Berlusconi, magari con tutti loro assieme.

La parola d’ordine, piaccia o meno, non è più cambiamento, né tantomeno innovazione. La nuova parola d’ordine è responsabilità e l’ha pronunciata Dario Franceschini, leader della corrente Areadem, azionista di maggioranza del Lingotto, «l’unico che può staccare la spina a Renzi», secondo più di un autorevole commentatore, l’unico ad aver sviluppato dal palco un ragionamento politico a tutto tondo sul futuro prossimo del Pd e del Paese (e non a caso uno di quelli che si è preso meno applausi). In quelle sei sillabe - secondo i maliziosi che preconizzano un duello prossimo venturo tra i due - c’è tutta la critica al Renzi pokerista degli ultimi anni, ma c’è anche tutta la traccia da seguire per gli anni a venire.

La traccia di un partito che dovrà fare i conti con gli umori di un popolo incazzato e spaventato, senza lavarsene le mani - siamo ancora in attesa di sapere che ne pensi il Pd del ristoratore di Lodi che ha ucciso a colpi di fucile un rapinatore - e senza assecondarli. Che dovrà portare la portare a Bruxelles l’idea di un’Europa diversa senza rinfocolare un euroscetticismo che sta già montando di suo. Che dovrà provare a rilanciare l’economia italiana senza sbracare sui conti pubblici. Che dovrà pelare un bel po’ di patate bollenti - dagli sbarchi a Lampedusa alla questione banche - cercando di far sì che nessuno si scotti, o quasi. Che dovrà fare tutto questo in mezzo a una selva di alleati, senza badare troppo al consenso, ma senza lasciare che finisca nelle fauci del Movimento Cinque Stelle o della Lega Nord. Un partito palloso in tempi pallosissimi, durante i quali si dovrà negoziare tutto. In cui servirà essere soprattutto politici con la P maiuscola, anziché leader carismatici. Il Pd c'è, Renzi pure, e va bene così. Il futuro, prima o poi, tornerà.

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