Quando Salvini diceva «L’Italia è il peggio del peggio»

Nonostante recentissimi tentativi "napoletani" la storia del leader leghista è fatta di un fermo rifiuto dell'Italia e del Sud. Inutile negare o cambiare strategia. I fatti restano

Salvini
13 Marzo Mar 2017 1020 13 marzo 2017 13 Marzo 2017 - 10:20

Gettarsi nella mischia, creare scandalo, offrire una contro-storia alla storia ufficiale. Una storia del Nord contro quella dell'Italia. La Padania contro la Nazione. Per Matteo Salvini, questo è sempre stato il modo di mobilitare i suoi sostenitori, catalizzare l'attenzione dei media (e dei politici avversari), guadagnare voti. Almeno finché non è diventato segretario federale della Lega Nord, nel dicembre del 2013, dopo Roberto Maroni e la lunghissima leadership del padre-fondatore Umberto Bossi. A quel punto Salvini ha mantenuto la sua strategia comunicativa ma ne ha cambiato i confini: la sua Lega vuole mettere radici anche al Sud. Gli scontri di sabato a Napoli, dove la presenza del segretario leghista è stata contestata pesantemente, derivano però anche da una storia politica fatta di provocazioni e parole pesanti contro il Sud e l'Italia come Stato nazionale, di cui il famoso coro dell'allora semplice eurodeputato Salvini contro i napoletani (a Pontida, nel 2009) è stato solo il culmine.

Nell'ebook 'Matteo Salvini - Il Militante', scritto nel 2015 dai giornalisti Alessandro Franzi (Ansa e Linkiesta.it) e Alessandro Madron (Il Fatto Quotidiano) per le edizioni GoWare, c'è un passaggio che racconta questa parabola, di cui vi proponiamo di seguito un estratto. Punto di partenza: Salvini è stato per un ventennio consigliere comunale di Milano, dal 1993, e primo direttore di Radio Padania, emittente del Carroccio.

"L’esperienza della radio, nata nel 1997 come l’avventura dei comunisti padani, gli è stata maestra. “Il messaggio carismatico di Matteo era chiaro – annota Leo Siegel, un militante di vecchia data che ha scritto una breve storia di Radio Padania –: professionismo per quelli a libro paga, professionalità per tutti, dilettantismo dopolavoristico al bando”. Comunicare in modo chiaro era già una priorità. Provocare, pure. La trasmissione degli esordi, alla fine degli anni Novanta, si chiamava “Mai dire Italia”. Faceva il verso alla fortunata trasmissione televisiva della Gialappa’s band, “Mai dire gol”, sul mondo del calcio. A Radio Padania si sfottevano le storture italiane, usando l’altro sport nazionale: la politica. Il verbo antipatriottico e antimondialista della Lega Nord veniva così condito con la satira e il politicamente scorretto. Il motto prima gli italiani era ancora lontanissimo da venire. A condurre “Mai dire Italia” c’era lo stesso Salvini, che stava diventando la voce principale dell’emittente che trasmetteva da via Bellerio e sognava l’avvento della Padania libera. Insieme a lui altri giovani che iniziavano a farsi conoscere, come Massimiliano Romeo, futuro capogruppo al Consiglio regionale della Lombardia. “Chiunque poteva chiamare e dire tutto quello che voleva - racconta Romeo -. Eravamo quattro ragazzotti che andavano in radio a fare i pirla. La trasmissione ebbe però un successo tale che la facevamo quasi tutta la settimana, dovevamo dividerci i turni. Mi ricordo che una volta capitò di andare in onda anche il giorno di Natale, ci chiamavano in diretta per farci gli auguri”.

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"Fu la palestra di Radio Padania a far diventare Salvini un capace comunicatore, oltre che a fargli guadagnare visibilità alle spalle della vecchia guardia. Non era solo la pura e semplice propaganda di partito. Salvini e i suoi cercavano di fare molto di più. Mandavano in onda una vera controstoria italiana, che riusciva non di rado a far notizia per la sua vena provocatoria e dissacrante.
Primo bersaglio, la Nazionale di calcio. La Lega ancora saldamente su posizioni autonomiste o indipendentiste non amava il tricolore sventolato dai tifosi azzurri. Ne preferiva spesso altre, di bandiere: per la finale degli Europei di calcio del 2000 fra Italia e Francia, Radio Padania organizzò una telecronaca in diretta per tifare... i francesi. Giocando sul doppio senso, la trasmissione condotta da Salvini era stata intitolata “Teste di calcio in finale”. Andò allo stesso modo in occasione della finale dei Mondiali del 2006, quando l’Italia di Marcello Lippi stava per conquistare il titolo, con il Paese in piazza fino all’alba a festeggiare: Salvini quella volta tifava Germania. La cancelliera Angela Merkel non turbava ancora i sonni degli euroscettici. “L’Italia a me rappresenta Moggi, Calciopoli e tutto il peggio del peggio”, spiegò il futuro leader leghista ricordando recenti fatti di cronaca. “Il mio sostegno va a chiunque sia più serio”. Anche se si trattava dei tedeschi. Non di solo calcio, si nutriva ovviamente la radio salviniana. Nel 2002 era andata per esempio in onda una celebrazione alternativa del 4 novembre. La festa dell’unità nazionale era diventata quella dell’orgoglio padano. “Tutti i programmi dalle 8 alle 20 – annunciava Salvini – saranno dedicati alla storia, alla cultura, alle tradizioni e alle lingue padane. Saranno trasmesse soltanto canzoni delle nostre terre e nei nostri dialetti”. In questa ossessiva ma scanzonata controstoria nazionale nel 2004 ci fu spazio anche per un 25 aprile padano, che stavolta non faceva più rima con comunista. Salvini, sfruttando la sua crescente popolarità nel movimento, organizzò l’apertura di quattro sezioni di Milano per discutere della Resistenza in compagnia di partigiani “che combatterono dall’altra parte” rispetto ai rossi che sfilavano in piazza. “I nuovi partigiani siamo noi”, recitava lo slogan. I leghisti contestavano la sinistra non solo per le sue responsabilità storiche ma soprattutto perché si stava opponendo alle loro nuove rivendicazioni federaliste e perché predicava il dialogo con l’Islam".

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"Il meccanismo controstoricista funzionò più e più volte. Pure in anni successivi, quando ormai Salvini non era più solo il giovane conduttore della radio leghista a caccia di visibilità ma da eurodeputato di un partito di governo arrivò anche a chiedere l’abolizione del 2 giugno, la festa della Repubblica, che considerava solo uno spreco di soldi. Mise persino la sua scrivania di consigliere comunale in piazza della Scala, il giorno delle celebrazioni del 150/o anniversario dell’Unità d’Italia volute dal presidente Giorgio Napolitano. “Per me sarà una giornata di lavoro con i milanesi”, dichiarava Salvini, che coi suoi giovani padani si mise a distribuire le bandiere di Milano, con la Croce di San Giorgio. Si presero anche sonore contestazioni".

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“Tra dieci anni i milanesi saranno minoranza e finiremo per riservare loro dei posti sul metrò, come si faceva per i mutilati e gli invalidi di guerra. Intanto chiediamo all’ATM (l’azienda di trasporti pubblici, nda) la possibilità di riservare una o due carrozze alle donne, italiane e no, viste le centinaia di denunce di aggressioni, palpeggiamenti e altro che subiscono ogni giorno”. Carrozze della metropolitana riservate ai milanesi. La provocazione lanciata nella campagna elettorale per le successive europee del 2009 valse a Salvini la prima vera ribalta a livello nazionale. E insieme a questa anche le accuse di razzismo. I vertici della Lega gli avevano chiesto di rimettersi in lista per un seggio a Strasburgo. Il movimento aveva il vento in poppa, tanto che raddoppiò le sue percentuali rispetto a cinque anni prima (il 10,2%), conquistando 9 eurodeputati. Per Salvini l’elezione questa volta si rivelò una certezza: prese una marea di preferenze, 70.000. Il secondo nella lista della Lega nella circoscrizione Nord-Occidentale dietro ancora a Bossi, che aveva raccolto 172.000 preferenze. Ma la sua immagine rimaneva fortemente legata a quelle parole sulla sicurezza dei milanesi. L’immigrazione, la criminalità, l’euroscetticismo erano già i suoi temi quotidiani.

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"Ma non era finita. Qualche mese dopo arrivò la seconda, pesante gaffe. Al raduno di Pontida, festeggiando con boccali di birra la rielezione a Strasburgo insieme a quei giovani padani con cui ha sempre condiviso il destino politico, Salvini fu ripreso mentre cantava in coro contro i napoletani. “Senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani”. Il video amatoriale fece il giro di Internet fulmineamente. Pochi secondi di immagini sfocate scatenarono un nuovo scandalo sulle sue parole. Youtube piegava i leghisti alla stessa logica di Radio Padania. Alla Camera, qualche giorno dopo, lo show. “Isso s’ha da sciacqua’ a bocca quanno parla ’e nuje [Lui deve sciacquarsi la bocca quando parla di noi]”, urlò in napoletano la deputata campana del PDL Alessandra Mussolini. Poi, bottiglia di disinfettante alla mano e pezzuole, cercò di fiondarsi verso il banco di Salvini. Venne fermata in tempo dai commessi. Bossi, che era tornato a fare politica attiva, e il ministro delle Riforme anche nel nuovo governo con il Cavaliere, non aveva perso la sua ironia. Si limitò a uno scappellotto al suo giovane parlamentare. “Salvini dovrebbero farlo decadere perché canta male”. Alla fine però, Salvini si dimise da deputato. Doveva scegliere fra Roma e Strasburgo. Optò per l’Europa. Aveva già deciso così prima delle polemiche, giuravano i suoi. Ma sembra che Salvini fosse rimasto amareggiato per essere stato di fatto scaricato da tutti quelli che non erano del suo stretto giro nel movimento. Sfruttando la consueta capacità di trarre la situazione a proprio vantaggio, Salvini si fece comunque fare una maglietta con la scritta “Napoli”, andò in visita nella città campana, prese un caffè al Gambrinus e fece avere le sue scuse a chi si era sentito offeso".

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