Quanto vale un visionario? Molto più dei suoi errori

Di cento che ne pensa, solo una è quella giusta. Eppure le persone che credono con tenacia nei loro sogni e nelle loro intuizioni sono fondamentali per ogni ambiente sociale, dall’azienda alla politica. Perché è la loro capacità di produrre visioni che cambia le cose

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Chandan Khanna / AFP

13 Marzo Mar 2017 0739 13 marzo 2017 13 Marzo 2017 - 07:39
WebSim News

V come Visione. Parola molto di moda. E che, come tutto ciò che va di moda, rischia di essere svilita e banalizzata nella sua essenza.

La parola visionario è un giano bifronte: essere visionari, sganciati del tutto dalla realtà, può non avere una valenza positiva.
Nel senso però positivo il visionario è colui che, partendo dalla realtà, non la subisce e sogna costruttivamente un mondo che non c’è, allenato e orientato a vedere oltre.

La visione non è mera utopia, è costrutto. Visionari lo sono stati Gandhi, Einstein, Galileo, Mandela solo per citarne alcuni. Ci sono aziende visionarie, come Google che ha creato una pagina vuota quando Yahoo, il motore di ricerca allora più in voga, era pieno di immagini e link. Steve Jobs con la sua Mela che mentre tutti cercavano la compatibilità, ha puntato all’unicità. Il fondatore di Ikea, Ingvar Kamprad, illustre sconosciuto ai più, ma che ci ha trasformati tutti in bricoleur della domenica ed è riuscito a farci macinare chilometri per comprare candele e tovagliolini pur di dare un senso al nostro viaggio. Lo sono migliaia di anonimi ricercatori in tutto il mondo che, nel chiuso silenzio dei loro laboratori, si sono messi in testa di sconfiggere malattie come il tumore e altro ancora.

Il valore del visionario non è il risultato in sé ma la capacità stessa di produrre visioni. Tra mille di esse, una sarà quella giusta

Il valore del visionario non è il risultato in sé ma la capacità stessa di produrre visioni. Tra mille di esse, una sarà quella giusta. Come riconoscerli? Merce rara. “Sì, ma, però”: a un visionario non lo sentirete mai dire. Il visionario dice “ci provo, mi piace, poi vedremo”. È sempre stato così, perché cambiare rientra nel dna mentale di un portatore di visione.

Dove posso arrivare, e oltre. Il visionario non si pone limiti, sa che la conquista di oggi è appagante, ma non abbastanza, c’è un oltre ed è là che attende. Ha un fondo di sana insoddisfazione: il visionario non vi dirà mai che è bravo a fare qualcosa, vi dirà che può migliorare e molto. In ultimo, il visionario ha una visuale molto ampia, geografica e temporale. Il qui ed ora diventa ovunque e sempre.

Come impatta la presenza di persone di questo tipo a capo di un’organizzazione? Possono forse avere una portata destabilizzante, ma laddove oggi l’innovazione e il cambiamento sono la chiave del successo in ogni settore, dal più al meno tradizionale, ogni azienda dovrebbe avere dei visionari a guidarla o quanto meno a animarla. Persone che osano, che sbagliano, che si rialzano perché inseguono un sogno più forte di qualsiasi altro limite. Sono un patrimonio e andrebbe non solo fatto venire a galla, ma sostenuto e incentivato.

I sogni sono la droga più bella che ci sia, non fanno male e non hanno bisogno di pusher. Ce li possiamo fabbricare noi. É solo quando ce li facciamo portare via che smettiamo di vivere appieno la nostra vita. “Dopo aver fatto sempre la stessa cosa nello stesso modo per due anni, inizia a guardarla con attenzione. Dopo cinque anni, guardala con sospetto. E dopo dieci anni, gettala via e ricomincia di nuovo tutto.” - Alfred Edward Perlman, manager americano, (1902-1983).

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