Terremoto: case in regalo ai senzatetto, ma la Protezione Civile dice «No»

Il metodo per la fornitura delle casette alle vittime del terremoto non funziona. I ritardi della Protezione Civile complicano le cose. E spunta quello strano legame tra Salvatore Buzzi e la società che gestisce la fornitura delle abitazioni

Terremoto L'aquila
13 Marzo Mar 2017 0748 13 marzo 2017 13 Marzo 2017 - 07:48

L’ultima offerta è degli inizi di marzo: «Offresi gratuitamente monolocale con bagno per 2-3 persone In Trentino per un periodo di relax e pace». Non si può dire che gli italiani, da Nord a Sud, non siano solidali. Le proposte di alloggio gratuito per le vittime del terremoto arrivano da ogni parte d’Italia: Monza, Brescia, Torino, Livorno. E poi ancora dal Gargano e addirittura da Lampedusa. «Alcuni sono partiti – ci racconta un piccolo imprenditore di Norcia che è rimasto lì con tutta la famiglia – Tanti però vogliono restare qui perché c’è la paura che se si va via, questa zona muore definitivamente». Occhi lucidi. Come quelli di tanti che, nei vari paesi straziati dal terremoto, alle troppe domande ricevono poche risposte. «Renzi aveva promesso che le casette sarebbero arrivate entro primavera. Primavera è arrivata, le casette no». Frase tanto lapidaria quanto vera. Rispetto all’ultimo aggiornamento, a dire il vero, le casette sono aumentate: «A Norcia – ci dice il consigliere regionale Andrea Liberati – siamo arrivati a circa 40 casette. Ma ne avevano promesse cento entro marzo. E il fabbisogno è molto più alto». Senza dimenticare i contributi per autonoma sistemazione che, come denunciato da Linkiesta, continuano ad arrivare a singhiozzo.

REGALARE CASETTE? IMPOSSIBILE

E si resta senza parole quando si scopre che c’era anche chi quelle casette che non arrivano, avrebbe voluto regalarle. Esatto: avrebbe. Perché non è stato possibile. «Una società d’innovazione edile lombarda – ci racconta Silvio Pasero, fondatore e presidente di Banco Building – aveva brevettato un progetto, e poi realizzato il primo prototipo, che avrebbe potuto risolvere tanti problemi: in pratica casette che si costruiscono con mattoni di legno che si agganciano tra di loro». Un sistema innovativo che permette di tagliare costi e tempo. Per due ragioni essenziali: il materiale è trasportabile su mezzi leggeri, anche su strade dissestate; e soprattutto il tutto è montabile nell’arco di una/due giornate. «Questa società – continua Pasero – si era rivolta a noi dato che ci siamo sempre occupati di volontariato».
La loro idea era quella di regalare casette al comune di Acquasanta Terme, paese marchigiano devastato dal terremoto. Addirittura l’ideatore del progetto aveva coinvolto anche altri imprenditori: «c’era chi metteva a disposizione i sanitari, chi i solai, chi la pavimentazione. Tutto a costo zero per la cittadinanza. Un gesto importante di solidarietà per le popolazioni terremotate, considerando che la “lista della spesa” sfiorava il milione di euro». Fin qui tutto lodevole. Peccato, però, che poi bisogna fare i conti con la macchina dello Stato. Ed è qui che accade l’imprevedibile: dopo aver ricevuto anche l’ok del sindaco del comune marchigiano per la fornitura di 10 casette su un fabbisogno di 50, a bloccare tutto è la Protezione Civile. «Ci hanno fatto sapere – continua Pasero – che non era possibile». Non era opportuno poiché Acquasanta non era tra i comuni più devastati dal terremoto. Questo quanto riferito a Banco Building e alle società che avrebbero voluto donare le casette. «Il punto – ci dice Cristian, l’ideatore del progetto – è che non c’è trasparenza. Cambiano continuamente le carte in tavola. Il sindaco ci aveva detto di sì e io subito mi sono messo all’opera per la realizzazione del progetto e per coinvolgere altri imprenditori. Ho impiegato mesi per fare tutto questo, finché poi ci sentiamo dire dalla Protezione Civile che non se ne fa niente. A quel punto abbiamo mollato tutto, perché quando è così ti cadono le braccia».

UN METODO FALLIMENTARE

C’è, insomma, qualcosa che non va nella gestione post-terremoto. «È evidente che non sta funzionando. È lo Stato che sta fallendo», commenta ancora Pasero. Una posizione condivisa anche da chi, in passato, si è occupato di casette, come Mauro Oggero, della Foca Naturally Consulting. «Già dal terremoto in Irpinia abbiamo fornito casette – racconta a Linkiesta – e nonostante risalgano a più di 40 anni fa, sono state riutilizzate anche dopo il terremoto de L’Aquila e tuttora sono utilizzate». E oggi, invece, nell’Italia centrale? «È tutto fermo». L’esempio che ci fa Oggero lascia senza parole: «A L’Aquila, collaborando con le ditte locali, nell’arco di 90 giorni abbiamo realizzato tre scuole da oltre mille metri quadrati l’una». Insomma, il raffronto con oggi è emblematico. Perché se è vero, come riconosce Oggero, che «è difficile mettersi nei panni dell’amministrazione che aveva casomai preparato un progetto dopo le prime scosse sismiche, che poi però è saltato perché il cratere e i paesi colpiti si sono allargati», è altrettanto vero che «manca un’organizzazione unica, con strutture ed enti che invece si sovrappongono». A rincarare la dose, Stefano Nacci, della Queen Lux, un’altra società che si occupa da anni di casette: «non c’è un progetto organico complessivo – dice a Linkiesta – Basti pensare al fatto che i rilevamenti ancora non sono conclusi e questo indubitabilmente rallenta i lavori». Ma c’è di più: «rispetto al passato – commentano ancora i due imprenditori – la Protezione Civile è stata depotenziata e questo ha contribuito a creare caos tra la stessa Protezione, Regioni e struttura commissariale». E a tutto questo si aggiunge una paura inconfessata: «in passato il terremoto è stato un vero e proprio business. C’è paura che qualcosa di simile scoppi di nuovo. Si è creato un terrore diffuso per l’avviso di garanzia e questo inevitabilmente blocca tutti i lavori».

LE OMBRE SULLA COSP

E nel frattempo, appunto, le casette tardano ad arrivare. A doverle fornire in Umbria è la Cosp Tecnoservice di Terni, associata al Cns (Consorzio Nazionale Servizi) che ha vinto il mega appalto Consip da 1,2 miliardi. Ciò che incuriosisce, però, è che la Cosp si sia sempre occupata di altro, a cominciare dalla gestione rifiuti. Una delle ragioni, secondo molti, degli oggettivi ritardi nella consegna. «Se si chiamano ditte non specializzate – dicono a Linkiesta Nacci e Oggero – è inevitabile che si andranno a cercare ditte più qualificate. E i rischi sono dietro l’angolo: oltre ai ritardi, o lievitano i costi o si crea uno scannamento a ribasso dei subappaltatori. E a rimetterci potrebbe essere la qualità del prodotto da consegnare».

Ma c’è di più. Nonostante gli interessati svicolino, all’orizzonte spunta un non secondario legame tra Danilo Valenti, amministratore della Cosp, e la presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini. Per dire: il primo è attualmente anche vicedirettore di Legacoop Servizi, la seconda è dirigente della stessa Legacoop in aspettativa. Come se non bastasse, i due non hanno fatto mai mistero di essere legati da amicizia e stima reciproca, tanto che Valenti ha finanziato con un contributo a titolo personale, nel 2015, la campagna elettorale della stessa Marini.

Ma le ombre sulla Cosp sono anche e soprattutto altre, come denunciato dal Movimento 5 Stelle in Regione. Nonostante – è bene precisarlo – la Cosp non sia stata toccata dall’inchiesta giudiziaria, evidenti e riconosciuti sono i legami con Salvatore Buzzi, il ras di Mafia Capitale. Per capire di cosa stiamo parlando, dobbiamo andare a Viterbo. È fine novembre quando la prefettura viterbese invia il provvedimento, notificato poi il 24 febbraio, di interdittiva antimafia alla «Viterbo Ambiente», la società incaricata della raccolta e smaltimento rifiuti a Viterbo e Montefiascone, partecipata per il 49% dalla Cosp e per il 51% dalla Gesenu di Perugia (peraltro raggiunta a sua volta, poco tempo prima, da un’altra interdittiva antimafia). Nella relazione del prefetto Rita Piermatti (che a inizio di quest’anno ha lasciato Viterbo: destinazione ministero dell’Interno), si parlava di «ragionevole quadro di permeabilità alla criminalità organizzata riferito alla Cosp Tecnoservice». E perché mai? Semplice: l’interdittiva evidenziava intrecci e affari tra la Cosp e Salvatore Buzzi, appunto, a cominciare dal fatto che Buzzi è stato consigliere di sorveglianza del Consorzio Nazionale Servizi entro cui come detto ritroviamo pure la Cosp. Non solo, la stessa Cosp ha partecipato a tre consorzi di raccolta differenziata a Roma con la coop «29 giugno» di Buzzi: due di questi sono stati messi in liquidazione giudiziaria proprio con Mafia Capitale. Ecco perché nella relazione si parla espressamente di un «concreto pericolo di infiltrazioni mafiose» nella Viterbo Ambiente. Da qui l’interdittiva antimafia, che da inizio 2016 è durata più di un anno, essendo stata revocata solo pochi giorni fa, a fine febbraio.

I punti di domanda però restano. Tanto che anche in consiglio regionale sono state presentate interrogazioni immediatamente dopo la notizia che la Cosp si sarebbe occupata delle casette post-terremoto. Quale la risposta della dirigente in aspettativa, Catiuscia Marini? Sono rilievi «politicamente orribili», ha tagliato corto. Ma non ha risposto in Aula: quando c’è stato il question time, infatti, la Governatrice era fuori per «impegni istituzionali». A togliere le castagne dal fuoco l’assessore Antonio Bartolini: «la Regione non è coinvolta – ha detto – l’affidamento è una questione nazionale».

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