Gran Bretagna, un Regno tenuto unito con lo sputo

La Brexit non è ancora iniziata e c’è già chi si dissocia. La Scozia vuole rifare il referendum per l’indipendenza e restare aggrappata all’Unione Europea. Theresa May non la prende bene

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Justin TALLIS / AFP

14 Marzo Mar 2017 1411 14 marzo 2017 14 Marzo 2017 - 14:11

Nel giorno delle celebrazioni per il Commonwealth Day, il sogno britannico dell’impero 2.0 si sgretola. Mentre la famiglia reale partecipava alle cerimonie, insieme a 52 Paesi che rappresentano più di un terzo della popolazione mondiale, ad Edimburgo il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon annunciava la volontà di portare la sua Scozia per la seconda volta alle urne per votare sull’indipendenza dal Regno Unito – e poter rimanere nell’Unione Europea.

Del resto, nel paese delle cornamuse, il Remain aveva raggiunto il 62% nello scorso referendum ma la vittoria del Leave in Galles e Inghilterra aveva sancito il primo passo verso una Brexit che non è ancora iniziata e che già si sta abbattendo sul Regno Unito. A febbraio l’ex premier britannico Tony Blair, nato ad Edimburgo e da tempo impegnato ad evitare la Brexit almeno nella sua versione “hard”, aveva dichiarato che la vittoria del Leave aveva reso «molto più credibili» le ragioni degli indipendentisti scozzesi.

Un secondo referendum sull’indipendenza scozzese servirebbe, dice la Sturgeon, a dare voce agli scozzesi, le cui richieste non sarebbero state nemmeno prese in considerazione dal premier britannico Theresa May. Avrebbe alzato, secondo Sturgeon, un «muro dell’intransigenza». Dopo essersi schierata contro la Brexit e poi aver invocato la permanenza nel mercato comune, il primo ministro di Edimburgo ha deciso che la Brexit "hard" è troppo pesante per il suo paese e così ha indicato una finestra temporale per la seconda consultazione, dopo la sconfitta del sì all’indipendenza del 2014: tra l’autunno del 2018 e la primavera del 2019 si dovrà tenere il nuovo voto, in tempi ideali per dare «al popolo scozzese la possibilità di scegliere il tipo di cambiamento che desidera».

In Scozia il Remain aveva raggiunto il 62% nello scorso referendum, ma la vittoria del Leave in Galles e Inghilterra aveva sancito il primo passo verso la Brexit. Adesso un secondo referendum sull’indipendenza scozzese servirebbe, dice la Sturgeon, a dare voce agli scozzesi, le cui richieste non sarebbero state prese in considerazione da Theresa May

Per la Scozia, dove i sondaggi prevedono una partita sul filo del rasoio, rimane l’incognita sulle modalità con cui entrerebbe nella Ue in caso di vittoria del sì. In Europa molti potrebbero storcere il naso all’ipotesi di un percorso agevolato per Edimburgo, a partire dalla Spagna che vuole evitare di alimentare i sogni indipendentisti della Catalogna. Sulla questione ieri è intervenuto anche il portavoce della Commissione Europea Margaritis Schinas che ha confermato che la cosiddetta dottrina Barroso anche per la Scozia: se un pezzo di uno stato membro dell’Ue diventa indipendente, deve presentare domanda di adesione all’Ue senza alcun tipo di agevolazione. E secondo molti commentatori britannici proprio la questione del rapporto tra Edimburgo e Bruxelles potrebbe rinviare il secondo referendum per l’indipendenza scozzese. Theresa May ha accusato Nicola Sturgeon di trattare la politica come se fosse un gioco e ha sottolineato il pericolo di nuove e profonde lacerazioni nel paese nel caso di una seconda consultazione.

I negoziati con l’Unione Europea, ha continuato il premier britannico, devono essere «nell'interesse di tutte le nazioni» del Regno Unito. Che, però, appare essere sempre più dis-Unito. La Global Britain di Theresa May avrebbe dovuto fondarsi, come ribadito recentemente dal segretario di Stato al commercio internazionale Liam Fox, sui legami sempre più stretti con i paesi del Commonwealth. Secondo le ricostruzioni della stampa, lo stesso Fox avrebbe invitato i funzionari a non fare esplicito riferimento alla definizione “Impero 2.0”, in modo da evitare accuse da parte dei partner dell’organizzazione.

Ma il sogno prosegue: 684 miliardi di euro, pari al 15 per cento del commercio mondiale, un terzo della popolazione mondiale. Questi i numeri in sintesi del Commonwealth, che ieri ha festeggiato a Westminster Abbey le sue celebrazioni annuali. Pauline Schnapper, docente di civiltà britannica contemporanea all'Università Sorbona di Parigi, ha accusato Londra di non essere in grado di riconoscere quanto il mondo ed il suo posto nel mondo siano cambiati dalla decolonizzazione e dall’ingresso nella Comunità economica europea. Intervistata dall’AFP, Schnapper ha sottolineato come «la metà di commercio della Gran Bretagna è con il continente europeo, e l’idea che questo possa essere sostituito da Australia e Nuova Zelanda è assurda».

Rimane l’incognita sulle modalità con cui la Scozia entrerebbe nella Ue in caso di vittoria del sì. In Europa molti potrebbero storcere il naso all’ipotesi di un percorso agevolato per Edimburgo, prima tra tutti la Spagna che vuole evitare di alimentare i sogni indipendentisti della Catalogna

La Brexit non è ancora iniziata. L’impero 1.0, quello della Scozia che sogna l’indipendenza e dell’Irlanda del Nord che vive tra l’ingovernabilità e nuove seppur deboli spinte unioniste, appare sempre più fragile. E l’impero 2.0 sembra invece una chimera. Intanto Theresa May prende tempo: doveva essere oggi il giorno dell’annuncio dell’attivazione dell’articolo 50 e del via ai negoziati. Ma il governo ha dato appuntamento a tutti a fine marzo, forse spaventato dalle nuove minacce scozzesi.

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