Svolta al Sole24Ore, ma Confindustria ne esce a pezzi

Il cda nomina Guido Gentili direttore a interim, accettata l’autosospensione di Napoletano, sei mesi senza stipendio. Ma i guai per Confindustria non sono finiti. Tra inchieste e malaffari coperti, l’associazione degli industriali tocca il suo punto più basso

Sole 24 Ore

La sede del Sole 24 Ore in via Monte Rosa, a Milano (Luca Galli / Flicr Creative Commons)

14 Marzo Mar 2017 0827 14 marzo 2017 14 Marzo 2017 - 08:27
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Con il cda di lunedì sera è finita una delle giornate più lunghe per i giornalisti del Sole 24 Ore, dopo quattro giorni di sciopero e una manifestazione davanti alla redazione di via Monte Rosa, a Milano, nata sotto l’hashtag #solenuovo. Il cda, alla fine all’unanimità, ha deciso che difendere la posizione del direttore Roberto Napoletano non era più possibile. All’ex direttore del Messaggero è rimasto l’onore delle armi, con l’accettazione dell’autospensione (fino a un massimo di sei mesi, senza stipendio) ma con la sua sostituzione in tutte le direzioni (quotidiano, Radio24, agenzia Radiocor, periodici) a favore dell‘usato sicuro Guido Gentili. Napoletano è indagato insieme ad altri manager della passata gestione per false comunicazioni sociali, compresi l’ex presidente del gruppo Benito Benedini e l’ex amministratore delegato Donatella Treu. L’ad Franco Moscetti ha poi smentito di aver ricevuto mandato dal cda per trovare un nuovo direttore in tempi brevi, ma già circola insistentemente il nome di Ferruccio De Bortoli. Netta sarebbe quindi la svolta, con la decisione di chiudere le porte a uno dei vicedirettori di cui si era parlato fino al giorno prima, con Alberto Orioli (percepito dai redattori come il più vicino a Napoletano) in pole position. È la vittoria della linea del presidente Giorgio Fossa e di Moscetti, di un finanziatore pesante come Intesa Sanpaolo e del comitato di redazione.

Martedì mattina alle 11.30 l’assemblea dei giornalisti dovrebbe decidere per la sospensione dello sciopero e il ritorno in edicola da mercoledì. In serata l’umore dei redattori è tornato positivo, dopo che nel pomeriggio, con l’inizio del consiglio di amministrazione alle 17, erano cominciati a serpeggiare sempre più forti i timori che tutto andasse nella direzione sbagliata. Ossia verso un nulla di fatto, un incaponimento dei vertici di Confindustria e del membro del cda Luigi Abete, uno dei più forti sostenitori di Napoletano. Uno stallo avrebbe significato una cosa sola: le dimissioni dell’ad Moscetti e del presidente Giorgio Fossa e i libri portati in tribunale di fronte all’impossibilità di chiedere un aumento di capitale in una situazione di caos totale. Sullo sfondo rimaneva il possibile commissariamento da parte della Procura della Repubblica di Milano. Nessuno scenario si può ancora escludere, vista la gravità dei conti del Sole, che richiederanno almeno 60 se non 100 milioni o più di euro di ricapitalizzazione, dopo le perdite di 61 milioni di euro nei soli primi nove mesi del 2016. Ma con una nuova direzione e una redazione che non viene più svilita - Napoletano era già stato sfiduciato dai giornalisti lo scorso ottobre con quasi il 75% dei voti - c’è un primo mattone su cui provare a ricostruire. Sia sul piano editoriale, di quotidiano, periodici e radio, sia sul fronte della scuola di formazione e degli eventi. Non sarà indolore e da domani si ricomincerà a parlare di un futuro fatto di un piano industriale che prevederà senz’altro tagli del personale pesanti, limitati negli anni a forza di rinnovi di contratti di solidarietà. La domanda che è stata rilanciata da ogni giornalista presente nel raduno, “Perché Napoletano non viene sfiduciato, nonostante la società e il giornale stiano continuando a perdere valore?", da lunedì sera non è più di attualità.

Uno stallo nel cda avrebbe significato una cosa sola: le dimissioni dell’ad Moscetti e del presidente Giorgio Fossa e i libri portati in tribunale di fronte all’impossibilità di chiedere un aumento di capitale in una situazione di caos totale. Sullo sfondo rimaneva il possibile commissariamento

Quello che non cambia, dopo la giornata di lunedì, è l’immagine ridotta a brandelli di Confindustria. Al netto di responsabilità penali su cui tocca ai magistrati indagare, l’associazione degli industriali esce malissimo da tutta la vicenda del Sole. Si è persa per strada la credibilità, con una emorragia di imprese che sarebbe stata inevitabile senza un’uscita dal cul de sac in cui si era infilata da mesi. Già oggi se c’è un posto in cui la crisi dei corpi intermedi si manifesta con più chiarezza è l’organizzazione di Viale dell’Astronomia. Le grandi imprese italiane, a partire dalla più grande, Fiat, che ne uscì nel 2011, la snobbano. Così come le medie imprese internazionalizzate come l’Amplifon dello stesso Moscetti, che lasciò l’associazione due anni prima di Marchionne. I primi soci per dimensioni sono i spa pubbliche: Eni, Enel, Ferrovie, Poste. Sono state queste aziende a favorire l’elezione di Vincenzo Boccia, lo scorso maggio, piccolo industriale (la sua Arti Grafiche Boccia fattura circa 40 milioni di euro) da subito apparso come una pedina relativamente debole, a cui affidare la patata bollente del Sole. Confindustria è anche un’associazione più spaccata che mai, con le rappresentanze territoriali in Lombardia e Veneto in rotta di collisione con Roma. Basti vedere il documento di uno dei due candidati alla guida di Assolombarda, Carlo Bonomi, per rendersi conto di quanto le reiterate intenzioni di muoversi in autonomia da Roma nascondano l’ostilità di verso la nuova gestione. I bene informati confermano che la riappacificazione tra Boccia e il presidente uscente di Assolombarda, Gianfelice Rocca, sia stata soprattutto un’operazione di facciata. La spaccatura nasce anche dalle diverse valutazioni politiche e in particolare dalla critica a Boccia di aver schierato troppo apertamente l’associazione a favore del “Sì” al referendum costituzionale e di aver schiacciato gli industriali completamente sulle posizioni del governo. Da cui hanno ottenuto sì il Piano Industria 4.0 e la riduzione di alcune tasse (a partire dall’eliminazione dell’Imu sugli imbullonati), ma a cui hanno anche fatto il favore di firmare il contratto dei metalmeccanici una settimana prima del voto referendario.

Questa crisi di autorevolezza e queste lotte non nascono però dai massimi sistemi, ma proprio dalla gestione del Sole 24 Ore. Per capire il peso del Sole 24 Ore, basti pensare che l’aumento di capitale che sarà esaminato nei prossimi giorni dal cda dovrebbe pesare, come si diceva, tra i 60 e i 100 milioni, mentre Viale dell’Astronomia ha una riserva per attività istituzionali (destinata a finalità istituzionali straordinarie) per 58,5 milioni di euro. Se le cose andassero male lo scenario è quella di una diluzione o di misure d’emergenza come l’ipoteca sullo stesso palazzo di viale dell’Astronomia, ipotizzata nei giorni scorsi (ne ha parlato tra gli altri da Andrea Di Stefano, direttore del mensile Valori, che alla crisi del Sole ha dedicato una lunga inchiesta). Tra i nomi che sono girati come possibili nuovi azionisti, ci sono stati quello di Gianfelice Rocca (che però dichiarò che «Nell'ambito delli statuto morale del gruppo Techint abbiamo stabilito mai partecipazioni nelle banche, mai nei giornali») e - proprio nel giorno del cda sulla sospensione di Napoletano - quello di Francesco Gaetano Caltagirone, già proprietario del Messaggero. Al punto 3.1 della scrittura privata tra Benedini e Napoletano, portata alla luce da Giuseppe Oddo su Business Insider - si fa riferimento a un indennizzo pari a 24 mensilità per Napoletano in caso dell’«acquisizione del controllo della società da parte di terzi diversi dagli attuali azionisti di controllo».

La domanda che è stata rilanciata da ogni giornalista presente nel raduno, “Perché Napoletano non viene sfiduciato, nonostante la società e il giornale stiano continuando a perdere valore?", da lunedì sera non è più di attualità. Quello che non cambia, dopo la giornata di lunedì, è l’immagine ridotta a brandelli di Confindustria

Proprio il possibile ingresso di nuovi azionisti ha contribuito molto ad avvelenare il clima. Una ricostruzione di Giorgio Meletti sul Fatto Quotidiano, lo scorso 2 novembre, rende magistralmente il clima di tutti contro tutti. Era il momento delle dimissioni da ad di Gabriele Del Torchio, nominato da Giorgio Squinzi dopo che questi, in uscita dalla presidenza di Confindustria, con una mossa inedita si era insediato alla presidenza del Sole, sostituendo Benedini. Squinzi, che pure poteva contare sul seggio al Sole di Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria, denunciò tutta la gestione precedente. Nominò Del Torchio come ad, con il compito di sistemare i conti. Da subito però Del Torchio entrò in rotta di collisione con il direttore Napoletano e con Luigi Abete, ex presidente di Confindustria, fama di mediatore e “garante della continuità" del Sole, nel cui cda siede da 20 anni. Del Torchio cominciò un’operazione di apertura di cassetti rimasti a lungo chiusi e di svalutazione di poste di bilancio. All’epoca i veleni contro Del Torchio indicarono in questa svalutazione degli asset un modo per servire la società su un piatto d’argento a un compratore. Si ipotizzò una cordata con dentro lo stesso Squinzi. Tutte ipotesi non confermate ma che portarono allo scontro frontale tra Squinzi e Boccia. Il successore di Del Torchio, Franco Moscetti, e il nuovo presidente Fossa, hanno però continuato con i segnali di discontinuità rispetto alle gestioni precedenti e significativa è stata la nomina di una funzione di controllo interno guidata dall’ex magistrato Gherardo Colombo. Moscetti e Fossa hanno poi preso le distanze da Napoletano, che continuava a essere difeso invece, principalmente da Luigi Abete e da Vincenzo Boccia (che nel cda di lunedì 13 hanno poi votato a favore dell’autosospensione di Napolitano e nomina di Gentili).

Se la situazione si fosse incancrenita ulteriormente, con i libri portati in tribunali e Confindustria privata del suo quotidiano, anche la posizione di Boccia, per quanto in sella da meno di un anno, sarebbe stata in bilico. Ora dovrà convincere gli altri associati che a lui si deve la svolta di trasparenza. Di certo la continuità era durata fin troppo. «Tutto in questo palazzo parla di come Confindustria ha inteso questo giornale: dal pavimento ai soffitti, fino alle lampadine puoi vedere i vari favori fatti ai vari esponenti di Confindustria», dice uno dei redattori durante la manifestazione di protesta in attesa del cda di lunedì. L‘elenco è lungo e comprende anche le rotative. «Durante la presidenza di Giancarlo Cerutti sono state comprate dalla sua azienda le rotative che impediscono oggi al quotidiano di passare al formato tabloid, e lo stesso Boccia è fornitore del gruppo editoriale», ricordava di recente La Repubblica.

A squarciare il velo sulla gestione del Sole sono stati gli esposti alla Consob presentati dal giornalista Nicola Borzi, dopo sei anni di indagini. Esposti che già raccontavano quello che poi sarebbe emerso dalle indagini della Procura. Ma anche altro, dalla cessione di crediti commerciali alla società Kleinen all’acquisto e successiva vendita della società Gpp

Tutto questo appare quasi folklore se confrontato a quello che è successo dopo la quotazione del gruppo, nel dicembre 2007. Da allora, va ricordato, la società ha perso il 95% del suo valore in Borsa. A squarciare il velo su presunte malversazioni ben maggiori furono gli esposti alla Consob presentati dal giornalista (oltre che azionista, come tutti i dipendenti che hanno tenuto le azioni inizialmente distribuite) Nicola Borzi, dopo sei anni di indagini sotto traccia. Esposti che già raccontavano quello che poi sarebbe emerso dalle indagini della Procura: le copie digitali gonfiate, la compravendita di abbonamenti digitali da parte della società britannica Di Source (compravendita che avrebbe causato un buco da 3 milioni di euro e su cui la Procura sta indagando per appropriazione indebita altre cinque persone, in un secondo troncone dell’inchiesta), il ruolo del gruppo Johnson per far lievitare il numero delle copie cartacee vendute (che si sospetta finissero invece al macero). Ma anche altro: la cessione di crediti commerciali alla società Kleinen, ma soprattutto l’acquisto e successiva vendita della società Gpp (Giallo professional publishing Spa), divenuta poi la divisione di riviste tecniche Il Sole 24 Ore Business Media. Acquistata, è l’accusa, quando stava per virare al rosso, alla vigilia della quotazione in Borsa del Sole, e poi rivenduta nel 2014 a un prezzo puramente simbolico e con una corposa dote finanziaria di 12 milioni (come riportò L’Espresso) alla casa editrice Tecniche Nuove. Uno dei principali timori dei giornalsti, riuniti lunedì davanti al sede del Sole, opera di Renzo Piano, è proprio che le indagini si allarghino al caso Gpp e, per quanto riguarda le false comunicazioni sociali, includano il reato di aggiotaggio. Nel decreto di perquisizione di venerdì 10 marzo, riportato dal sito Giustiziami, emerge che la procura ritiene che meritino “adeguato approfondimento” la “la cessione di GPP Business Media e i finanziamenti intercompany a 24 Ore Cultura Srl”. Sulla vicenda, persone che hanno vissuto il passaggio di proprietà dal punto di vista di Gpp, raccontano però di una società che è stata resa debole proprio dall’inserimento di personale in esubero da parte del Gruppo Sole 24 Ore, dopo l’acquisizione.

Per le false comunicazioni sociali non sono indagati solo l’ex presidente del gruppo Benito Benedini e l’ex amministratore delegato Donatella Treu, ma anche il direttore sospeso Napoletano, perché questi avrebbe avuto un ruolo di primissimo piano nel cda stesso, pur non facendone ufficialmente parte. Napoletano ha sempre espresso fiducia nell‘operato della magistratura.

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