Famiglie

Genitori interrotti, quando i figli vengono strappati a madre e padre, ingiustamente

Non c’è solo il caso dei “genitori nonni” di Mirabello, che non potranno più avere a casa la loro bambina. L’Italia è già stata condannata dalla Cedu per un altro caso. Colpa dell’articolo 403 del codice civile, non sempre usato con cautela da giudici e servizi sociali

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Dai giornali del 14 marzo 2017

15 Marzo Mar 2017 1018 15 marzo 2017 15 Marzo 2017 - 10:18

La bambina di Gabriella e Luigi Deambrosis non tornerà nella sua famiglia naturale. Dopo sette anni di attesa nelle aule di tribunale, quelli che tutti chiamano i “genitori nonni” di Mirabello non riavranno la loro figlia. Lo ha deciso la Corte d’appello per i minorenni di Torino. La bambina, dichiarata adottabile, resterà ormai con la nuova famiglia adottiva, nonostante i suoi genitori naturali siano stati assolti dal reato di abbandono di minore (per aver lasciato la neonata per qualche minuto in macchina nel cortile di casa), accusa dalla quale era partito l’allontanamento. Insomma, almeno in teoria niente di tutto questo sarebbe dovuto accadere. La stessa Corte di cassazione a giugno aveva ricordato come il fatto principale non sussistesse più, facendo notare che il “refrain che fa da sfondo all’intera decisione” fosse in realtà non quell’episodio ma l’età avanzata dei genitori (56 anni lei, 68 lui al momento della nascita). Ma ormai la bambina ha sette anni e con i genitori naturali non c’è alcun legame, quindi per il suo bene resta con quelli adottivi: questa la motivazione dei giudici d’appello.

Una storia che fa sorgere numerosi dubbi e apre le porte di un mondo, quello degli allontanamenti dei minori dalle famiglie, che in Italia mostra più di una falla. Perché la vicenda giudiziaria dei “genitori nonni” non è l’unica nel suo genere. Nel 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha già condannato l’Italia a risarcire una coppia per non aver assicurato il “diritto alla tutela della vita familiare” con i tre figli, avendo disposto lo stato di abbandono prima e poi di adottabilità dei bambini dopo che la mamma si era ammalata di depressione. «Senza alcuna analisi attenta dell’incidenza dell’adozione», queste le parole della Corte, «sulle persone interessate e in violazione delle disposizioni di legge, secondo le quali la dichiarazione di adottabilità deve rimanere l’extrema ratio». La Cedu ricordò in quell’occasione come le misure che portano alla rottura dei legami tra il minore e la famiglia debbano essere applicate solo in circostanze eccezionali. Ma non sempre accade. Giudici e servizi sociali, spesso oberati di lavoro, non sempre riescono a fare le verifiche opportune.

«L’articolo 403 del Codice civile, che stabilisce l’intervento dell’autorità pubblica a favore dei minori, lascia adito a valutazioni arbitrarie e frettolose», spiega l’avvocato Cristina Franceschini, presidente della onlus Finalmente Liberi, che da tempo denuncia gli errori nell’affidamento minorile. «Può accadere che i servizi sociali, su segnalazione dei vicini, o addirittura su segnalazioni anonime, intervengano e allontanino il minore. Ma solo successivamente il giudice apre un procedimento per fare delle indagini, che possono durare anche anni. Gli allontanamenti si basano per lo più sulle relazioni dei servizi sociali, di cui i giudici non possono non tenere conto. E anche per troppo carico di lavoro, i giudici finiscono di fatto per delegare la decisione a loro».

Nel 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha già condannato l’Italia a risarcire una coppia per non aver assicurato il “diritto alla tutela della vita familiare” con i tre figli, avendo disposto lo stato di abbandono prima e poi di adottabilità dei bambini dopo che la mamma si era ammalata di depressione

I servizi sociali, una volta allertati, producono delle valutazioni sulle condizioni del minore, e spesso anche sulla personalità dei genitori. Che non possono usufruire in questa fase di un consulente di parte. «I genitori possono essere definiti border line o dotati di personalità narcisiste, troppo concentrate su se stesse. Spesso si fanno allontanamenti sulla base di un possibile danno futuro e del tutto incerto, causando però sin da subito un danno certo», dice Franceschini. Non solo. «Non sempre i nonni vengono considerati come possibili affidatari, perché prevale l’idea che se il figlio non è adeguato non lo è neanche il genitore che lo ha cresciuto. E raramente si valutano progetti alternativi all’allontanamento, né prima della decisione, né durante». E intanto il bambino vive lontano dalla famiglia, anche per anni. Anche perché non ci si può opporre a un atto di allontanamento. «C’è un abuso di questo strumento», dice Franceschini, «che andrebbe disciplinato di più, stabilendo almeno un tempo massimo entro il quale l’allontanamento può essere convalidato o no, come accade per l’arresto». Sul tema ci sono state anche diverse interrogazioni parlamentari che chiedono la definizione di specifiche linee guida per garantire la tutela dei minori.

Anche perché gli errori non sono pochi. A Padova una coppia da poco ha riavuto la propria bambina, allontanata dal tribunale per i minorenni dopo che i genitori l’avevano portata in ospedale con un taglio alla lingua. La mamma aveva spiegato che la piccola era caduta dall’ovetto, ma i medici avevano ritenuto sospetta quella ferita. E la bambina era risultata positiva alla cocaina, anche se i genitori non lo erano. Il tribunale per i minorenni ha così sospeso la potestà genitoriale e affidato la madre con la neonata a una comunità. Finché la procura del tribunale ordinario di Venezia ha stabilito che la ferita era compatibile con una normale caduta e che la presenza della cocaina nel corpo della neonata era talmente bassa da far pensare a una possibile contaminazione all’interno dello stesso ospedale. Un incubo durato due mesi.

Ma c’è anche chi è stata in balia dei tribunali per tutta una vita. Come Angela L., oggi trentenne, alla cui storia è dedicato il libro Rapita dalla giustizia. Come ho ritrovato la mia famiglia, scritto con Maurizio Tortorella e Caterina Guarneri. A sei anni, nel 1995, Angela viene prelevata da scuola e portata in comunità. Dopo una denuncia della cugina 14enne, il tribunale per i minorenni di Milano si convince che il padre abbia abusato di lei. Così inizia un lungo calvario. Il padre viene assolto. Ma ormai è troppo tardi. Angela viene dichiarata adottabile e successivamente adottata, trascorrendo cinque anni con una famiglia che non è la sua. Finché viene rintracciata dalla famiglia naturale e ormai quasi maggiorenne torna a casa dopo un’infanzia rubata.

Ogni anno i Tribunali per i minorenni italiani sanciscono migliaia di allontanamenti. Ma quanti siano esattamente non si sa. Gli ultimi dati completi del ministero del Lavoro e delle politiche sociali risalgono al 2012 e parlano di circa 30mila bambini fuori famiglia, collocati presso famiglie affidatarie o nelle comunità. Di questi quasi la metà vive fuori famiglia da più di due anni, con una prevalenza degli affidamenti giudiziali rispetto a quelli familiari. Il 37% dei bambini viene allontanato per “inadeguatezza genitoriale”. Solo il 7% per maltrattamenti e incuria. Nel calderone dell’inadeguatezza genitoriale, si spiega nel documento, prevalgono i “problemi economici della famiglia, problemi abitativi, problemi lavorativi di uno o entrambi i genitori”. Anche se la legge 184 del 1983 recita che le condizioni di indigenza dei genitori non possono essere di ostacolo all’esercizio del diritto del minore alla propria famiglia. Tantomeno l’età. Che infatti è ben nota in molti casi di gravidanze tardive di molti vip, su cui i giudici non battono ciglio.

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