Dall'Olanda alla Scozia, l'Europa si è stufata dei populismi (finalmente!)

L’onda travolgente dei partiti anti-europeisti sta esaurendosi? Qualche sospetto viene, almeno per quanto riguarda la vecchia Europa, a guardare i risultati delle elezioni olandesi, e la voglia anti-Brexit che aleggia in Scozia

Brexit JUSTIN TALLIS:AFP:Getty Images
17 Marzo Mar 2017 0814 17 marzo 2017 17 Marzo 2017 - 08:14

Dopo queste elezioni olandesi, la domanda collettiva è: l’onda travolgente dei partiti anti-europeisti sta esaurendosi? E’ in atto una crisi di rigetto verso quelli che “parlano alla pancia” dei Paesi? L’Olanda è una nazione molto piccola, e sarebbe superficiale costruire sulle sue scelte un assioma politico. Allo stesso tempo, è sciocco sottovalutare i segnali arrivati in un arco di tempo relativamente breve non solo da Amsterdam ma anche da Edimburgo e Belfast, tre “luoghi dell’anima” europei, che magari pesano poco negli equilibri continentali ma hanno un ruolo speciale nell’immaginario collettivo, alla pari di altre più grandi e celebrate capitali.

Dei risultati di Amsterdam sappiamo tutto: la sfida persa del partito xenofobo, l’inaspettato e clamoroso successo degli ultras europeisti, i Verdi di Jesse Klaver, che quadruplicano i voti e diventano prima forza progressista sorpassando la vecchia sinistra. Della Scozia abbiamo appena sentito parlare: la premier Nicola Sturgeon nel nome del “Restiamo in Europa” ha annunciato un nuovo referendum per staccarsi dalla Gran Bretagna, incoraggiata da sondaggi molto favorevoli. E in Irlanda del Nord, dove il 56% dei cittadini aveva detto No alla Brexit, il voto del 3 marzo ha portato a un passo della maggioranza i cattolici repubblicani ed europeisti dello Sinn Fein, punendo duramente il fronte opposto.

Uno sguardo ai sondaggi nelle capitali delle elezioni-clou di questo 2017, Francia e Germania, conferma la sensazione che qualcosa stia cambiando negli stati d’animo delle opinioni pubbliche

Uno sguardo ai sondaggi nelle capitali delle elezioni-clou di questo 2017, Francia e Germania, conferma la sensazione che qualcosa stia cambiando negli stati d’animo delle opinioni pubbliche. A Parigi Marine Le Pen resta quotata tra il 25 e il 27 per cento, comunque soccombente in un eventuale ballottaggio con l’europeista Emmanuel Macron (38 a 62 secondo le rilevazioni più favorevoli, 35 a 65 secondo le più punitive). Le percentuali del Fn non sono molto lontane da quelle delle Europee 2014 (25%) e l’operazione di “dediabolisation” (in Italia lo avremmo chiamato “sdoganamento”) di Marine in corso da un paio di anni sembra aver fallito il suo obiettivo. Madame Le Pen non riesce ad andare oltre il suo bacino tradizionale di consensi, ne’ pare essersi resa “votabile” da mondi politicamente lontani ancorché arrabbiati per la crisi, che al momento del ballottaggio sceglieranno comunque il suo avversario turandosi il naso.

A Berlino i nazionalisti No-Ue di Frauke Petry sono fermi al 9,9 per cento, con un calo di quasi tre punti rispetto a gennaio. Avranno probabilmente una rappresentanza in Parlamento, ma resteranno elemento “di folklore”, così come sono folkloristiche le loro proposte di soluzione del problema dei richiedenti asilo (confinarli «in due isole extraeuropee, una con donne e bambini e una con uomini soli») e il loro elogio dei Muri (che in Germania ha francamente uno scarso appeal).

Ma l’Europa è piuttosto vecchia e scaltra, e messa davanti agli effetti concreti del neo-nazionalismo americano (con il suo primo corollario: la corsa al riarmo) si preoccupa, forse si spaventa

Tra gli elementi da indagare per capire che cosa sta succedendo, c’è senz’altro “l’effetto Trump”, mastodontico e planetario modello di populismo antieuropeo al potere. In America, magari, piace e può darsi persino che funzioni. Ma l’Europa è piuttosto vecchia e scaltra, e messa davanti agli effetti concreti del neo-nazionalismo americano (con il suo primo corollario: la corsa al riarmo) si preoccupa, forse si spaventa, anche perché è consapevole che un’analoga spirale avvolge l’altro “blocco”, quello russo. E’ possibile che gli elettori comincino a chiedersi: “Vogliamo davvero qualcosa di simile?”. E anche: “Quando lo avremo, staremo meglio o peggio?”.

Il fatto è che in Europa, fatte salve le aree mediterranee della crisi – Italia e Grecia – si vive piuttosto bene. La classifica Quality of Living 2017 redatta dalla statunitense Mercer, piazza otto città europee tra le prime dieci del mondo per qualità della vita (le altre due sono in Canada e Nuova Zelanda). Non ci sono città americane ne’ russe nella top ten, e vorrà pur dire qualcosa sui modelli che l’anti-europeismo occidentale sventola come bandiere di riscossa identitaria. E’ ancora presto per dirlo, ma è possibile che il contraccolpo all’avvento del “populismo realizzato” negli Usa e nella Gran Bretagna della Brexit, sia uno spintone nella direzione opposta, un germoglio di sovranismo europeo oltre il racconto burocratico delle elite continentali, nel nome di ciò che vale nel Vecchio Continente, improvvisamente rivalutato dalla malagrazia e dall’arroganza dei suoi avversari.

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