«Il problema dell’Europa? Abbiamo una moneta comune, ma non abbiamo una poesia comune»

Parla Ignasi Guardans, politico e operatore culturale catalano: «Per difendere ciò che ci distingue, non sappiamo più ciò che ci unisce. Prendiamo decisioni che riguardano tutti, ma non sappiamo cosa guarda l’altro alla tv. Dobbiamo spendere per importare cultura, non solo per promuovere la nostra»

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PASCAL PAVANI / AFP

17 Marzo Mar 2017 0900 17 marzo 2017 17 Marzo 2017 - 09:00

«Il problema dell’Europa? Nel tentativo di proteggere la multiculturalità, abbiamo dimenticato ciò che ci unisce». Ignasi Guardans è un personaggio un po’ strano. Politico, editorialista, commentatore televisivo, operatore culturale, rappresenta il ponte ideale tra l’affermazione delle identità territoriali e la necessità di dare ulteriore spinta al processo europeo, partendo proprio dalla cultura. In vista del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, nel contesto dei quali parteciperà al convegno “Può la cultura salvare l’Europa?”, organizzato da Culturally.eu di venerdì 24 marzo presso Luiss Enlabs. La sua risposta a questa domanda è piuttosto netta: «La cultura può servire a recuperare un discorso europeo comune e uniforme. Il rischio che corriamo è la disgregazione non solo economica, ma anche culturale e identitaria del Continente».

Fino a qualche tempo fa eravamo tutti europeisti, più o meno. Come ci siamo arrivati, a questo punto? È colpa solamente dell’austerità?
Io non ho mai creduto alle descrizioni negative, all’idea che l’Europa, sino adesso, sia stata fatta male. Il problema è che ci siamo concentrati solo sulla necessità di rifuggire l’uniformità e l’omologazione, di marcare la differenza con gli Stati Uniti d’America, di rivendicare il nostro essere multicolori e diversi. Peccato che assieme a queste legittime rivendicazioni ci siamo dimenticati della costruzione culturale dell’Unione, una costruzione necessaria per conoscere cosa fa il vicino, come far sì che la sua cultura sia anche un pezzo della nostra cultura. Se non pensiamo che gli strati non si toccano abbiamo un problema grave, che si traduce in tutti questi nazionalismi.

Era un compito che spettava a Bruxelles, questo?
No. Non solo, perlomeno. Esattamente come accade per la politica, anche l’Europa culturale non si può fare solo dal vertice. con i burocrati che si limitano a tradurre il loro verbo.Di questo discorso, che l’Europa la facciamo tutti, è la cultura che se ne deve occupare.

Quindi niente ministero della cultura europeo?
No, non ha senso.È bello che ci siano i diversi ministeri nazionali, ma devono essere parte di una rete europea della cultura. Se no diventano complici della disaggregazione.

Un esempio?
Il sostegno per le coproduzioni cinematografiche. Ora mettersi assieme sembra solo un modo per tirare su più soldi possibili, ma non è quello il punto. Non solo, perlomeno.

Quale, allora?
È una straordinaria occasione di contaminazione. Il cinema italo-spagnolo o quello franco-polacco devono diventare un genere nuovo. Oggi può sembrare assurdo, ma io sono convinto che il ministero italiano dei beni culturali debba mettere parte del suo budget per far conoscere le altre culture europee. E lo stesso dovrebbero fare gli altri ministeri. Non possiamo avere istituzioni nazionali che pensano solo alla cultura nazionale. Abbiamo una moneta comune, una banca comune, ma non abbiamo una poesia comune.

«Oggi gli italiani dipendono anche dai voti degli elettori polacchi, e viceversa. Ma cosa ne sanno i polacchi della cultura italiana? Siamo compagni di viaggio per gestire l’educazione dei nostri figli e non sappiamo nemmeno quale sia la canzone preferita in ventisette paesi che non siano il nostro»

Ok, ma è così importante avere un cinema franco-polacco, in fondo?
Certo! Perché se diventiamo chiusi verso la reciprocità culturale, finiamo per diventare chiusi anche in altri contesti. Verso i rifugiati, ad esempio, specie invasive che entrano nel nostro giardino pulito, nel giardino di chi come noi non sopporta la contaminazione.

C’è l’idea che la cultura debba essere soprattutto tutela dell’esistente, del patrimonio, alla base di questa visione…
Io credo che la cultura debba essere viva. L’archeologia ha un grandissimo ruolo, ma è un errore pensare che la cultura europea vada conservata. La cultura si fa. E si nutre della nostra realtà. Tra cinquant’anni l’arabo potrebbe far parte della cultura europea senza che noi ce lo immaginiamo, oggi. In Germania oggi si parla il turco, a Parigi si parla il berbero. Di fronte a questo presente noi abbiamo due strade: una identitaria, che si fonda sulla conservazione e la paura, che nega e rifiuta alla radice queste contaminazioni. L’altra che partendo dal passato e dal presente, vuole andare altrove.

È un gatto che si morde la coda, però. Meno mi contamino, più divento chiuso. Più sono chiuso e meno mi contamino…
Oggi gli italiani dipendono anche dai voti degli elettori polacchi, e viceversa. Ma cosa ne sanno i polacchi della cultura italiana? Siamo compagni di viaggio per gestire l’educazione dei nostri figli e non sappiamo nemmeno quale sia la canzone preferita in ventisette paesi che non siano il nostro, o pil programma televisivo più visto. Se ci mancano riferimento culturali comuni, il progetto europeo è minato alla radice.

Quale potrebbe essere un riferimento culturale comune da cui partire?
Non c’è. E se c’è, è il cinema americano che guardiamo tutti.

Quindi non ci potrà mai essere un demos europeo?
Mai, se intendiamo un demos uniforme. Semmai ci può essere qualcosa che ci consenta di capire cosa si muove di là dalla frontiera, per provare a capire gli altri. Ora però siamo all’incomunicabilità è totale.

Servirebbe una lingua comune, forse…
Serve un linguaggio comune, questo è evidente. L’opinionista di un Paese dovrebbe essere in grado di sapere cosa succede nel resto d’Europa. Dev’essere contaminato. Altrimenti la cultura europea non cambierà mai. La commissione sta lavorando tanto, ma ci dev’essere molto più accesso a contenuti culturali degli altri Paese. Ripeto: le autorità culturali dovrebbero prendersi la responsabilità non solo dell’esportazione di cultura, ma anche della sua importazione.

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