La fine del mondo: Arsenal-Galatasaray

Il racconto della finale di Coppa Uefa del 2000 tra i turchi di Istanbul e i Gunners londinesi. E di come quella partita placò la nostra sete di calcio

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17 Marzo Mar 2017 1106 17 marzo 2017 17 Marzo 2017 - 11:06

Copenhagen, 17 maggio 2000, Parken Stadium. Finale di Coppa Uefa. Il trapasso di due secoli e di due mondi.

La vigilia di tensione, coi tifosi dell’Arsenal decisi a vendicare l’uccisione dei due tifosi del Leeds a Istanbul prima della semifinale d’andata. I tifosi del Galatasaray decisi a rispondere. La polizia danese decisa a non saper che pesci pigliare durante gli scontri che precedono la partita. Lo stadio sembra Highbury, ma si sentono solo i tifosi turchi. Le squadre scendono in campo. Lo sponsor “Sega” campeggia sulle maglie gialle dell’Arsenal, l’enigmatico “Marshall Boys” su quelle del Galatasaray. Facce perfettamente rasate, pochissimi baffi, persino tra i tifosi turchi, a eccezione di quelli maestosi di David Seaman, folti come i suoi capelli che presto racchiuderà in un ridicolo codino. Formazioni di frontiera. Tramonta l’epoca dei blocchi nazionali, arriva quella globalizzata, ma siamo ancora a metà dell’opera. Il Galatasaray è turco per sette undicesimi. L’Arsenal inglese per cinque undicesimi. Le storiche colonne Seaman, Keown, Adams, Parlour, inglesi d’altri tempi (in panchina c’è anche Winterburn) convivono a malincuore col blocco franco-olandese emergente che diventerà storico a sua volta: Henry, Vieira, Overmars e Bergkamp. Niente peli in faccia per i turchi (un sottile pizzetto solo per Ergün): solo capelli lunghi e corvini, sguardi affamati e incazzati. Sembrano una squadra argentina. Ma di argentini non ce ne sono, solo due brasiliani (Taffarel e il carneade Capone) e due rumeni (Popescu e Hagi). Probabilmente i telecronisti turchi lo ricordano prima del calcio d’inizio. Il giornalista dallo studio e il telecronista, entrambi sprovvisti di baffi, introducono l’evento con la dovuta carica emotiva. O almeno così pare.

Le squadre entrano in campo, Taffarel sputa sui guanti. Terim è nervosissimo: gesticola, sprona, scalcia e dispensa incoraggiamenti ai suoi. Wenger è la solita statua allungata e instabile. Fischio d’inizio. I turchi si lanciano subito in avanti, indemoniati. Arif al volo spaventa Seaman. L’Arsenal risponde in contropiede. Strategia di Terim: picchiate come fabbri. La prima vittima è Parlour, che prova la percussione da destra e viene abbattuto. Dixon non ci sta e fa assaggiare i tacchetti a Ümit Davala, che rotola a terra: nessun cartellino. Le bionde trecce dell’impalpabile Petit. Bergkamp che tenta l’unica azione della sua partita fermato all’ultimo da Capone. Il Galatasaray sbilanciato si espone alle cavalcate di Overmars e Henry. I turchi continuano a menare. Vieira, accerchiato da due uomini, è in difficoltà: nel dubbio Okan Buruk entra a gamba tesa sulle caviglie: troppo anche per l’arbitro Lopez Nieto, che finalmente ammonisce qualcuno. Punizione affidata a Hagi, schema per Arif, ancora lui, Seaman devia in angolo. Terim paonazzo, Wenger sempre calmo, soprattutto quando si accorge di essere inquadrato. Allungato, instabile. Capone a destra e Popescu al centro prendono in mano una difesa ballerina. A metà tempo Hagi prende palla, ne scarta secchi due, tenta un tacco filtrante, la palla respinta gli capita sui piedi, tenta il tiro di prima, alle stelle, ma sarebbe stato un grande gol.

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