Silvio Orlando può apparire ovunque (e vi spieghiamo come e perché)

Il popolare attore napoletano ritrovato nei luoghi di villeggiatura più impensati. Un racconto di Cristiano De Majo, pubblicato nel numero corrente di Nuovi Argomenti, spiega le modalità delle fantomatiche (e fantasmatiche) apparizioni

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Silvio Orlando in un fotogramma di "The Young Pope", di Paolo Sorrentino

21 Marzo Mar 2017 1014 21 marzo 2017 21 Marzo 2017 - 10:14

Dal numero 77 di Nuovi Argomenti, dedicato in buona parte ai fantasmi, un racconto di Cristiano De Majo.

Significato delle apparizioni di un noto attore italiano all’estero

Nell’estate del 2000, qualche mese dopo la mia laurea in Giurisprudenza, conseguita a marzo di quell’anno, partii per un viaggio post-laurea intercontinentale, il primo della mia vita, finanziato con il regalo che i miei genitori mi avevano fatto: un assegno della somma di, se non ricordo male, cinque milioni di lire.
Con quella cifra avrei fatto viaggiare con me anche la mia fidanzata ventenne, che poi sarebbe diventata la mia compagna convivente nonché la madre dei miei due figli, e che poi, infine, sarebbe diventata la mia ex compagna, cosa che specifico non solo per fornire una divagazione prospettica, il tipo di informazione che nel racconto serve a spostare l’attenzione dal centro, e serve ad attribuire affidabilità e esperienza al narratore, ma anche perché questo dato non è del tutto estraneo a un possibile significato conclusivo della storia.
Decidemmo di andare in Messico, in Yucatan, con un volo Roma-Cancun per fare dei giorni di mare e anche per visitare l’interno, le rovine archeologiche, eccetera e quindi saltando Città del Messico, ma forse, se ci fosse avanzato del tempo, puntando verso il Chiapas, allora avvolto dalla mitologia in ascesa del Subcomandante Marcos. Alla fine con noi si accodò anche una coppia di amici o, meglio, uno dei miei migliori amici dell’epoca con la sua fidanzata dell’epoca, Daniela, simpatica figlia della classe dei nuovi ricchi napoletani – concessionari monomarca o showroom di alta moda o forse cornetterie – scura di carnagione, sexy e di una bellezza volgare e dai modi non esattamente raffinati, sveglia ma per i nostri standard troppo poco istruita e con un gusto troppo comune.
Motivo per cui la prospettiva di fare un viaggio con Daniela non entusiasmava né me né la mia fidanzata. Daniela e il mio amico Marco, temevamo, tra le altre cose, ci avrebbero fatti sembrare troppo italiani, con le loro bandane e i vestiti dai colori sgargianti e gli occhiali da sole e i braccialetti e le cavigliere e tutto il resto. A venti, venticinque anni eravamo quel tipo di persone per cui sembrare italiani in vacanza era lo sgarbo peggiore che si poteva fare alle nostre fragili identità in costruzione.

ALBERTO PIZZOLI / AFP

C’era un uomo lì, con un panama – uno dei più comuni oggetti venduti ai turisti dai negozi di artigianato locale – e una camicia bianca di lino e dei pantaloni khaki. Un uomo che parlava con un marcato accento napoletano e una voce che ci sembrava di conoscere. Ebbene quell’uomo era Silvio Orlando

Sulla costa le cose andarono più o meno bene, in fondo si trattava di passare le giornate sulla spiaggia di Playa del Car men, luogo appena meno turistico e americanizzato della più nota Cancun, e poi la sera andare a bere e a mangiare da qualche parte. Proprio sul mangiare iniziarono le prime divisioni tra le due coppie.
Perché noi, così ingenuamente affamati di autenticità, non avremmo mai accettato di mangiare in un posto che non fosse un ristorante messicano, mentre loro al terzo giorno, già nauseati da spezie e cibo piccante, si fiondarono in una fintissima trattoria di cucina toscana e lì continuarono a consumare i pasti finché non lasciammo Playa del Carmen per l’interno.
Dal mangiare la separazione iniziò ad allargarsi su tutte o quasi le scelte che eravamo chiamati a prendere, visitare un luogo o un altro, programma della giornata, eccetera.
Infastiditi dall’affluenza biblica che investiva i siti archeologici, noi, per esempio, decidemmo di visitare Chichén Itzà, forse il sito archeologico più noto del Messico meridionale, la mattina all’alba, prendendo un autobus da Merida, la città dove dormivamo, credo alle sei, svegliandoci quindi prestissimo, ancora più convinti nella nostra rincorsa all’autenticità dalla vaporosa nebbiolina centroamericana che copriva il cielo come un velo. Ai cancelli del sito trovammo effettivamente pochissima gente.
Ci godemmo la passeggiata tra le rovine sorvegliati dal volo degli uccelli – quali non ricordo e non saprei dire – ricordo l’immagine di un’iguana posata sopra una pietra colpita da un raggio di sole (ma forse questa è solo la copertina di una brochure di un’agenzia di viaggio che col passare degli anni ho fatto mia) e in tutto questo paesaggio metafisico, avvolto dal fruscio del vento nella giungla, pensavo ai nostri amici, immaginando che loro, a differenza nostra, avrebbero sicuramente visto le piramidi Maya all’ora di punta, in mezzo alle tremende orde di italiani, e che cosa si sarebbero persi. Insomma salimmo su una di quelle piramidi, gradone dopo gradone, con questa mistica di quello che noi stavamo veramente cogliendo – saranno state le sette di mattina – e una specie di ridicola presunzione che quel luogo fosse nostro o che comunque stavamo stabilendo una connessione speciale. Arrivammo all’ultimo gradone della piramide con l’affanno.
Ci sedemmo con calma in cima e aprimmo gli occhi guardando dall’alto la spianata con le rovine sparse in mezzo agli alberi. Fu esattamente in quel momento, immaginato come il coronamento della profonda conoscenza che avevamo instaurato con l’antichità india, che sentimmo qualcuno accanto a noi parlare con un marcato accento napoletano. Adesso starete immaginando che si trattava dei nostri amici perché la direzione del racconto sembrerebbe portare a quello. Ma sarebbe troppo facile. No, non erano loro, che effettivamente avrebbero poi visitato il sito archeologico all’ora di punta di quello stesso giorno insieme alle tremende orde di turisti italiani.

C’era un uomo lì, con un panama – uno dei più comuni oggetti venduti ai turisti dai negozi di artigianato localee una camicia bianca di lino e dei pantaloni khaki. Un uomo che parlava con un marcato accento napoletano e una voce che ci sembrava di conoscere.
Ebbene quell’uomo era Silvio Orlando. Lo riconoscemmo quando ci voltammo per capire di chi era quella voce così familiare. Silvio Orlando l’attore. Silvio Orlando l’attore napoletano che in quegli anni, forse ancora più di adesso, per il tipo di ruoli che recitava nei film, rappresentava emblematicamente l’italiano di sinistra sfigato ma simpatico, il turista della vacanza intelligente, rispettoso delle culture locali ma in fondo arciprovinciale, dal ’68 al Touring Club passando perun pacco di spaghetti. Ci guardammo, sorridemmo, riscendemmo dalla piramide, e continuammo il nostro viaggio, che passò poi effettivamente per il Chiapas, dove la mia fidanzata, futura madre dei miei figli, si ammalò di salmonella con febbre a quaranta.

Ho scritto questa piccola storiella cercando di ricordarmi come la raccontavo a voce. Perché è stato quello che ho e abbiamo fatto negli anni seguenti. Era una storiella da raccontare agli amici. Durante le cene, oppure quando in un discorso qualsiasi capitava di citare Silvio Orlando. E ritornavo a raccontarla perché mi rendevo conto che la storia faceva ridere anche oltre le mie aspettative, forse perché riuscivo a raccontarla in un modo particolarmente efficace.

INDICE DEL NUMERO

DIARIO 
Marco Cubeddu

IL FANTASMA NELL’OPERA 
(A cura di Giulio Silvano e Matteo Trevisani)

-Letizia Muratori, Questa è la rosa bulgara
-Filippo Tuena, Prima dello spettacolo
-Tommaso Giagni, Assenza
-Gesuino Némus, La principessina Carolina e il fantasmino Némus
-Andrea Morstabilini, Presenze spiritiche e assenze fantasmatiche
-Maura Gancitano, Parassiti
-James Wright, Poesia
-Giulia Caminito, Fantasma
-Simonetta Sciandivasci, Algoritmo
-Luciano Funetta, Venti fantasmi
-Cristiano de Majo, Significato delle apparizioni di un noto attore italiano all’estero
-Bruno Giurato, L’invasione degli spiriti a sud
-Dylan Dog, La Dama in Nero
LETTURE
Silvia Giagnoni, Post-Trump America

SCRITTURE
-Ernesto Alcott, L’uomo nero
-Giacomo Sartori, L’esecuzione di mia madre
-Angelo Australi, La vita dell’albero e la mia
-Roberta Lombardi, Esercizi

POESIE
-A cura di Maria Borio
-Luca Alvino, Ciò che non è stato
-Pier Francesco De Iulio, Cinque poesie

VISIONI
-Tommaso Pincio, Sfere Celesti, istruzioni per la contemplazione

RITRATTI LINGUISTICI DI CONTEMPORANEI 
(A cura di Giuseppe Antonelli Pietro Trifone)
-Alberto Arbasino

Ecco, tra le persone a cui l’ho raccontata c’è anche il mio amico e scrittore Francesco Pacifico. Adesso sinceramente non ricordo neanche l’occasione in cui mi è capitato di raccontarla a lui. Ma so per certo di avergliela raccontata perché poi anni dopo, molti anni dopo, ricevetti da Francesco un messaggio che ricordo perfettamente. Io mi trovavo sulla spiaggia di Sabaudia, nota località della costa laziale, dove mio padre ha comprato una piccola casa di villeggiatura e dove mi capita d’estate di trascorrere qualche giorno. Credo che i miei figli fossero appena nati, o forse no. Sarà stato il 2011.
Anzi, ora che faccio bene i calcoli, siamo stati invitati al matrimonio della sorella di Francesco nell’estate del 2011, quando i bambini avevano pochi mesi e Francesco all’epoca non era ancora fidanzato con quella che poi sarebbe diventata sua moglie. Quindi dev’essere stato il 2012 o il 2013.

Stiamo parlando insomma di qualcosa come un decennio e più trascorso dall’aneddoto messicano. Ebbene, mentre mi trovavo sulla spiaggia di Sabaudia con due figli gemelli piccoli di un paio d’anni e la mia compagna da cui non mi ero ancora separato ricevetti un sms dal numero di Francesco, che qualche giorno prima era partito con la sua nuova fidanzata per un primo importante viaggio di coppia in Sudafrica, un messaggio che più o meno suonava così: «Siamo in un posto assurdo, nel punto più a sud dei con tinenti, su un promontorio spazzato dal vento e indovina chi ho incontrato?»
Ci pensai su, non è che mi venne in mente subito, ma neanche dopo tantissimo, si trattò di due o tre minuti. Poi ebbi l’illuminazione e gli risposi con un messaggio con scritto: «silvio orlando».

Lui mi rispose con un messaggio con scritto: «assurdo». Io gli risposi con un altro messaggio con scritto: «assurdo».

Ricevetti un sms dal numero di Francesco, che qualche giorno prima era partito con la sua nuova fidanzata per un primo importante viaggio di coppia in Sudafrica, un messaggio che più o meno suonava così: «Siamo in un posto assurdo, nel punto più a sud dei con tinenti, su un promontorio spazzato dal vento e indovina chi ho incontrato?»
Ci pensai su, non è che mi venne in mente subito, ma neanche dopo tantissimo, si trattò di due o tre minuti. Poi ebbi l’illuminazione e gli risposi con un messaggio con scritto: «silvio orlando»

ALBERTO PIZZOLI / AFP

L’incontro poi me lo sono fatto raccontare bene da Francesco quando ci siamo visti forse due o tre mesi dopo. Ma non sono tanto i dettagli che contano quanto lo spirito che contraddistingueva l’escursione di Francesco e Francesca: quello di due turisti in un luogo turistico con il desiderio di vivere però un’esperienza genuina di reale contatto con la terra straniera in cui si trovano. È allora, in queste precise condizioni e stati d’animo, che appare Silvio Orlando. Una figura ricorrente che sta lì a ricordarti, questa è una delle teorie possibili, che in fondo: non solo sei un italiano, ma quel tipo di italiano che ritiene possibile da turista stabilire un contatto autentico con un luogo turistico. Dev’essere questo, ci dicemmo all’epoca io e Francesco, il significato di queste apparizioni di Silvio Orlando all’estero. E questo è anche qualcosa che ci ha profondamente legati. Non sto scherzando: è qualcosa che ci ha fatto sentire come se la nostra amicizia avesse un senso stabilito dal destino.

C’è evidentemente qualcosa anche che lega le apparizioni di Silvio Orlando a quel senso di promessa legato ai primi viaggi di coppie appena formate. Ma essendomi da pochissimo separato preferisco non investire col mio cinismo sentimentale la promessa ancora viva tra Francesco e Francesca, che dopo quel viaggio avrebbero poi deciso di sposarsi.

Ora c’è una postilla, che sono ancora in realtà indeciso se inserire. Proprio mentre scrivevo le ultime righe di questo racconto, ho ricevuto un messaggio da Francesco, la qual cosa già mi ha colpito perché non lo sento più così spesso. Il messaggio dice: «L’Avana. Francesca insiste per andare al ristorante hip dove hanno girato Fragola e cioccolato. Andiamo a prenotare e Fra spia il computer. In lista chi c’è? Milena Gabanelli: the new Silvio Orlando». Giuro che è tutto vero. E vorrei anche moltissimo che Silvio Orlando leggesse questo testo.
E penso intanto a quando mi capiterà di incontrare all’estero Milena Gabanelli e a quale nuova lezione potrò trarre.

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