Il terrorismo continuerà a colpire, ma stiamo vincendo noi

Dai tremila morti di New York ai tre morti di Londra, dai piloti-kamikaze all’Intifada dei coltelli. Possiamo dircelo, per una volta, che la minaccia del terrorismo islamico fa meno paura che mai? Che, nonostante tutto, la guerra al terrore sta dando i suoi frutti?

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Londra, uno dei feriti dall'attentatore di Westminster viene soccorso dai passanti (RADOSŁAW SIKORSKI / HANDOUT / AFP)

23 Marzo Mar 2017 0928 23 marzo 2017 23 Marzo 2017 - 09:28

Dai tremila morti dell’11 settembre 2001 ai tre morti del 22 marzo 2016. Dai tre aerei di linea dirottati che si schiantano in simultanea contro le Torri Gemelle e il Pentagono al lupo solitario che attacca Westminster armato di un Suv e di un coltello. Possiamo abbandonarci al terrore, autoconvincerci di avere un bersaglio attaccato alla schiena, pensare che le cose stanno andando sempre peggio. Oppure possiamo guardarle con un po’ di lucidità in più, al netto dell’onda emotiva che ci travolge ogni volta che sentiamo la parola attentato. E scoprire, magari, che in fondo non va poi così male.

Primo dato. La potenza ingegneristica e il potenziale distruttivo dei piani terroristici di matrice islamica si sono molto ridotte, col passare degli anni. Dagli aerei si è passati a treni e autobus, dai kamikaze alle bombe, e poi ai commando e ai lupi solitari. Segnale di una capacità di pianificazione e di reperire armi che si è progressivamente ridotta nel corso del tempo, soprattutto da quando Isis ha sostituito Al Qaeda come minaccia terroristica numero uno. Contestualmente, anche il numero delle vittime è passato dalle migliaia di New York e Washington alle centinaia di Madrid e Londra, al centinaio scarso di Parigi, sino alle decine di Bruxelles e Nizza. Gli ultimi due attentati in suolo europeo, Berlino e per l’appunto Londra, hanno fatto, assieme, meno di venti morti, attentatori compresi.

La potenza ingegneristica e il potenziale distruttivo dei piani terroristici di matrice islamica si sono molto ridotte, col passare degli anni. Dagli aerei si è passati a treni e autobus, dai kamikaze alle bombe, e poi ai commando e ai lupi solitari. Segnale di una capacità di pianificazione e di reperire armi che si è progressivamente ridotta nel corso del tempo

Abbastanza per rimanere sereni? No, certo. La minaccia non è sopita. Colpi di coda ben assestati possono provocare devastazione e morte in ogni momento. E il radicalismo islamico che striscia nelle periferie e tra le moschee delle nostre città è ancora un potente attrattore di giovani perdenti, desiderosi di una causa da sposare e di un atto eroico che dia un senso alle loro vite. Però il potenziale simbolico evapora ogni volta che l’azione si fa meno megalomane e il bersaglio si fa meno importante. È il segnale di organizzazioni meno ricche, capaci forse di vincere la battaglia ma di certo non la guerra, non senza un leader ricchissimo e carismatico com’era Osama Bin Laden. E pur con tutto l’odio e il nichilismo di questo mondo, è difficile reclutare i soldati migliori con la prospettiva di una sconfitta certa.

E allora - sottovoce, certo - dovremmo cominciare a dircelo. Che le organizzazioni si decimano, che il loro farsi liquide e molecolari le rende meno intellegibili, forse, ma altrettanto deboli. Che per quanto possa sfuggire alle maglie dell’intellingence, ormai ogni singolo radicalizzato o quasi è segnalato e controllato, mentre nel 2001 nessuno sapeva chi fosse Mohamed Atta. Che abbiamo fatto passi avanti straordinari nel combattere il terrore, mentre loro, che dovevano decimarci a colpi di armi chimiche e batteriologiche o di atomiche tascabili, sono passati all’Intifada dei coltelli. Che questa guerra, silenziosamente, lentamente, ma inesorabilmente, la stiamo vincendo. Rimanendo noi stessi, che è la cosa che conta di più.

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