La lezione di Habermas: sarà la solidarietà a salvare l’Europa

Secondo il filosofo tedesco la solidarietà non va confusa con la carità, perché comporta svantaggi solo nel breve periodo. E l’Europa a due velocità, senza solidarietà, non può funzionare

Habermas

Jurgen Habermas

JERRY LAMPEN / ANP / AFP

23 Marzo Mar 2017 1502 23 marzo 2017 23 Marzo 2017 - 15:02

Far ripartire il motore Franco-Tedesco

Il filosofo Jürgen Habermas - introducendo un dibattito tra il candidato alle presidenziali francesi Emmanuel Macron e il ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel - lancia una riflessione sul ruolo di Francia e Germania e sul futuro dell’Unione. Habermas sottolinea la centralità - rispetto alle future sfide dell’integrazione - del concetto di solidarietà. In quanto concetto politico, la solidarietà non equivale alla carità: agire per solidarietà vuol dire accettare possibili svantaggi rispetto al proprio interesse personale, nella speranza che in una situazione analoga il prossimo faccia lo stesso. Senza la volontà politica da parte della Germania di disinnescare la bomba a orologeria degli squilibri macroeconomici, è probabile che i tentativi di promuovere l’integrazione tramite scenari di “Europa a diverse velocità” siano destinati al fallimento. Essere il maggiore beneficiario dell'Unione europea non è quindi solo una benedizione, ma anche una maledizione: se il progetto europeo dovesse fallire, la responsabilità storica verrà a ragione imputata all’indecisione tedesca.

Secondo Laurence Boone (Social Europe) è di vitale importanza rilanciare il motore franco-tedesco. Il divario tra Paesi membri del nord e del sud ha portato a una situazione di stallo: se Francia e Germania intraprendessero un percorso condiviso, puntando a una legislazione comune sul mercato del lavoro, sulla tassazione delle imprese, o sulla difesa, forse scaturirebbe negli altri Paesi europei il desiderio di seguirne l'esempio.

Habermas: senza la volontà politica da parte della Germania di disinnescare la bomba a orologeria degli squilibri macroeconomici, è probabile che l’“Europa a diverse velocità” sia destinata al fallimento

Dall’Olanda alla Francia: più o meno populismo?

Secondo Chris van Dijk, la sconfitta del populismo di Wilders in Olanda non deve portare a facili ottimismi. Se i prossimi anni continueranno a essere segnati da incertezza economica e scontri con la cultura islamica, non è da escludere uno scenario in cui gli euroscettici riusciranno ad andare al governo. D’altra parte, lo stesso Rutte non è da sottovalutare, dal momento che non ha fatto altro che coniugare la retorica di Wilders rendendola più socialmente accettabile. Sul Guardian, Joris Luyendijk critica quanti tra i Brexiteers (e non solo) hanno ritenuto possibile un governo Wilders: Wilders è stato per un breve periodo in testa ai sondaggi, ma in un sistema proporzionale ciò è del tutto ininfluente in assenza di altri partiti disposti a formare un’alleanza di governo. E ad oggi, in nessun paese d’Europa esistono partiti di maggioranza che chiedono l’uscita dall’UE.

Anche in Francia, nel caso di un ballottaggio tra la Le Pen e un altro candidato, nessun sondaggio dà la Le Pen per vincitrice. La redazione del NY Times è di parere contrario e conclude affermando che, mentre l’Olanda sembra destinata a formare un governo filo-europeista, sarebbe un errore estendere il risultato del voto olandese alle prossime presidenziali in Francia, e dare già per sconfitti Marine Le Pen e il suo Front National. Ben Margulies fa un elenco degli elementi che favoriranno la Le Pen: l'indignazione nei confronti della corruzione politica, la stagnazione economica, le inclinazioni neoliberiste di Macron, la minaccia incombente del terrorismo. Quindi passa ai punti deboli: la Le Pen non ha alle spalle un partito tradizionale, gli elettori conservatori e cattolici sono intimoriti dalle novità, esiste un'ulteriore opzione anti-elitista e infine anche il confronto con Trump potrebbe danneggiarla, dato che solo il 15% dei francesi sostiene il presidente americano (il 30% tra i sostenitori della Le Pen).

Dalle pagine di EUROPP (LSE) Eric Kaufmann sostiene che il populismo è destinato a durare, a meno che non venga affrontata quella che definisce “disinformazione demografica”. I partiti tradizionali e i media devono riconoscere che i cambiamenti demografici sono alla radice della paura crescente nei confronti dell'immigrazione da parte della popolazione bianca ideologicamente orientata alla sicurezza e all’ordine, che sta guardando con sempre maggiore interesse ai partiti populisti.

Il populismo è destinato a durare, a meno che non venga affrontata quella che definisce “disinformazione demografica”

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