Uber, Amazon e gli altri? Non sono ancora monopolisti, parola di Antitrust

Pezzoli, direttore generale della concorrenza dell’Antitrust: «Chi ha molto potere economico non necessariamente controlla il mercato come un monopolista. E parlare di concentrazione quando si gestiscono dati e non soldi è problematico. Con la tecnologia la nostra vita è cambiata in meglio»

Google Washington

La caffetteria della sede di Washington di Google (MARK WILSON / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP)

MARK WILSON / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

23 Marzo Mar 2017 0830 23 marzo 2017 23 Marzo 2017 - 08:30
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Un conto è essere dei giganti, un altro è essere monopolisti. E un conto è essere monopolisti per un lungo periodo e un altro è esserlo per poco tempo, prima di essere scalzati da nuovi concorrenti. In altre parole, «il gigante in quanto tale non dà fastidio, è quando diventa troppo forte che va controllato». Parte da qui il direttore generale della Direzione concorrenza dell’autorità Antitrust italiana, Andrea Pezzoli, per parlare di una questione divenuta sempre più centrale nel dibattito economico: come trattare i colossi tecnologici che abbiano già o si avviino ad avere delle posizioni di dominio sui mercati di riferimento. Parliamo di Google, ma non solo. Uber, l’app per il trasporto alternativo ai taxi, è tra gli esempi più citati: la sua capitalizzazione in Borsa è talmente alta che può permettersi perdite miliardarie per anni senza preoccuparsene e può mettere in atto investimenti tali da mettere fuori gioco i concorrenti diretti. C’è chi ritiene che i suoi valori di borsa stellari siano dovuti proprio alle aspettative degli azionisti che si arrivi a una situazione simile a un monopolio. E c’è chi, in una sorta di distopia, ha immaginato come sarebbe il mondo dei trasporti se Uber arrivasse davvero a essere monopolista, sbaragliando tassisti e rivali come Lyft. Lo scenario più inquietante è quello in cui i prezzi siano applicati in modo diverso per ogni singolo consumatore, sulla base delle informazioni che lo riguardano circa il reddito ma anche circa le sue esigenze contingenti. Insomma, ci sono molte preoccupazioni, sia che si tratti di trasporti sia social network (con Facebook-Instagram-Whatsapp nel ruolo di dominatore) sia di commercio elettronico. Anche Amazon è tra le aziende che nella sua attività più nota, il commercio elettronico, è tuttora in perdita, a causa degli enormi investimenti per conquistare nuovi mercati, mentre l’altra gamba, il cloud service, è il polmone finanziario.

Su come considerare i confini dei mercati rilevanti, e quindi quando cominciare a considerare un’azienda come Google o Uber monopolista, le visioni degli economisti si dividono. Ma come vede questi fenomeni l’autorità Antitrust italiana, quella che nel concreto deve decidere che azioni prendere? Per Pezzoli «da un punto di vista concettuale non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Si stanno riaffrontando in una nuova prospettiva, con una battuta potremmo dire 4.0, argomenti che l’Antitrust ha dovuto affrontare da sempre come il rapporto tra potere di mercato e potere economico. Da un punto di vista fattuale, però, ci sono parecchie novità e su queste ci si sta interrogando». Se parliamo di concetti di base, uno dei primi punti da capire se si vuole identificare un monopolio è la differenza tra il potere economico, cioè la potenza di fuoco di una società, e il potere di mercato, cioè la sua capacità di creare distorsioni su variabili come i prezzi. In altre parole, che i colossi del tech abbiano un potere economico enorme è fuori discussione. Tuttavia sul fatto che il potere economica si traduce automaticamente in una posizione dominante «sarei più cauto», sottolinea il dirigente, già capo economista dell’Agcm. Al riguardo, aggiunge, «c’è un problema serio: a fronte di cambiamenti tecnologici sempre più rapidi, è sempre più difficile andare a definire il mercato rilevante, che da sempre è lo strumento principe dell’Antitrust per operare. Con lo sviluppo dell’economia digitale in realtà, ci si sta interrogando sul fatto che sia poi così importante definirlo. L’autonomia dei comportamenti forse ci può dire di più in tema di potere di mercato».

Uber Taxi

Pablo Blazquez Dominguez/Getty Images

«Il gigante in quanto tale non dà fastidio, è quando diventa troppo forte che va controllato»

Questo mutamento porta a un altro passaggio: «Affinché si possa esercitare il potere di mercato e un’eventuale posizione di monopolio possa pericolosa per la concorrenza, questa condizione di monopolio deve anche persistere. Perché se io sono “monopolista da cinque minuti” e un nuovo entrante più efficiente erode la mia posizione, il monopolista tutto sommato danni non ne ha potuto produrre. Non solo: sapendo che qualcuno rapidamente può fare meglio e innovare, il monopolista sarà incentivato a comportarsi virtuosamente e a dare il proprio meglio. È una forma di competizione, che è caratteristica di modelli di business basati su “effetti rete” e su tecnologie in continua evoluzione». In queste competizioni, spiega Pezzoli, c’è una formula che può preoccupare dal punto di vista concorrenziale, che è “winner takes all”, cioè chi vince si prende tutto. «Però se si prende tutto e subito dopo tutto ridiventa contendibile, non è così grave».

Alcuni di questi giganti, tuttavia, è da tempo che sono presenti sul mercato in posizione di forza. «Google in particolare, ma anche altri, non sono sul mercato da poco ma da qualche anno e qualche preoccupazione appare legittima. Da qui i casi comunitari, che si stanno avviando a conclusione». Sulla società di Mountain View sono in corso da anni due indagini dell’Antitrust europeo, una sui risultati che produce il motore di ricerca (in particolare riguardo alla penalizzazione dei rivali del servizio Google Shopping nei risultati di ricerca). E una sui sistemi Android: la Commissione europea potrebbe imporre che sui telefoni operanti con il sistema operativo di Google non siano pre-installati i servizi della stessa Google, come Google Search. Proprio il caso di Google pone diversi altri interrogativi. Se l’indagine su Android è di tipo più classico, e ricorda l’azione all’inizio degli anni Duemila dell’allora commissario Ue alla concorrenza Mario Monti contro Microsoft, nel caso dei risultati del motore di ricerca la questione è più delicata, sottolinea Pezzoli. «La domanda che chi critica i procedimenti formula provocatoriamente alla Commissione è: “c’è un ordine giusto per risultati?”. Perché se, per esempio, si chiede di ordinare i giornali per prezzo, il risultato è oggettivo. Se invece si chiede di ordinare i giornalisti per qualità, qual è l’informazione oggettiva? Tutti noi siamo cresciuti sapendo che l’informazione oggettiva è sfuggevole».

Amazon Black Friday

Jeff Spicer/Getty Images

Nelle competizioni degli “unicorni” c’è una formula pericolosa dal punto di vista concorrenziale: “winner takes all”, cioè chi vince si prende tutto. «Però se si prende tutto per cinque minuti, non è così grave»

C’è un’altra questione che un caso come quello di Google solleva (ma si potrebbe parlare anche di Facebook e Whatsapp): ossia che sul versante dei rapporti con gli utenti non c’è uno scambio monetario. I consumatori “pagano” Google con i propri dati. È possibile che se i consumatori sapessero esattamente come vengono trattati i dati, potrebbero limitare i dati messi a disposizione. Tuttavia, aggiunge il responsabile della Direzione concorrenza dell’Agcm, «c’è da valutare un fatto: vari studi empirici hanno intervistato i consumatori chiedendo: “Vorreste pagare il motore di ricerca o Whatsapp oppure preferite averli gratis e in cambio regalare le vostre informazioni?”. Beh, il 90% dei consumatori in questi studi sceglie la seconda ipotesi. In altre parole non è immediato comprendere l’impatto sul benessere del consumatore».

Dove Google può mostrare i muscoli sul vecchio terreno del denaro è però sul fronte delle inserzioni pubblicitarie. Non siamo di fronte a forme di monopoli? No, secondo Pezzoli. «Google non è egualmente forte nella raccolta pubblicitaria su internet quanto è forte nel motore di ricerca - risponde -. Quando vende agli inserzionisti almeno in qualche misura può essere disciplinato dalla concorrenza di Facebook, Whatsapp o Amazon, che su di noi hanno altrettante informazioni. Se l’inserzionista non è soddisfatto da Google, può rivolgersi a un altro operatore. È vero che il tipo di informazione è diverso, ma se voglio vendere un paio di scarpe da tennis vengo a sapere sia da Google sia da Facebook se un utente è interessato».

Facebook Privacy Settings

Justin Sullivan/Getty Images

Vari studi empirici hanno intervistato i consumatori chiedendo: “Vorreste pagare il motore di ricerca o Whatsapp oppure preferite averli gratis e in cambio regalare le vostre informazioni?”. Il 90% dei consumatori in questi studi sceglie la seconda ipotesi

Se il mercato è cambiato e gli strumenti tradizionali delle autorità per la concorrenza sono obsoleti, come si combattono allora i monopoli? In vari modi, risponde Pezzoli. Il primo è ancora fermo ai tavoli delle discussioni tra gli addetti ai lavori. È la possibilità che l’antitrust intervenga con regole ad hoc sulle acquisizioni del settore hi-tech. Il motivo è semplice: finora le autorità per la concorrenza si sono dovute basare sul valore dei fatturati delle aziende che comprano e che vengono acquisite. Ma la cronaca racconta di società con un fatturato modesto che sono rilevate per svariati miliardi (qui la lista infinita delle sole acquisizioni di Facebook). Questo perché sono società gonfie di informazioni e di dati che un domani potranno essere vendute sul mercato e trasformarsi in fatturati significativi. I grandi operatori se le comprano prima. «In questo caso - continua Pezzoli - chi è stato acquisito in culla è un potenziale concorrente di chi se lo compra e le autorità antitrust dovrebbero potersene occupare. Tant’è che a livello comunitario e non solo, ci si sta interrogando se nei settori innovativi, dove contano non tanto i fatturati ma le idee, i dati, le informazioni, forse non bisognerebbe cambiare le soglie di notifica e avere un controllo delle concentrazioni ad hoc».

La seconda strategia è quella di “punire il gigante” non in quanto tale ma se si comporta male. In termini un po’ più tecnici significa non concentrarsi sul controllo delle concentrazioni o sulla struttura ma applicare le regole contro gli abusi di posizione dominante. In altri casi possono utilizzare le norme a tutela dei consumatori, che rientrano tra le competenze dell’Agcm. L’importante è non fare confusione tra piani diversi. In Germania, per esempio, a Facebook è stato contestato un abuso di posizione dominante perché non la diceva tutta su come trattava i dati degli utenti. Ma si tratta di un problema, aggiunge il dirigente dell’Agcm, che non necessariamente ha implicazioni per la concorrenza e che si potrebbe gestire con la normativa sulla privacy. C’è inoltre un caveat, quando si tratta della tutela del consumatore: «Occorre evitare di cedere alle sirene del paternalismo - commenta Pezzoli -.Il consumatore va tutelato ma va soprattutto emancipato. Un eccesso di protezione rischia di entrare in contraddizione con il buon funzionamento del processo competitivo».

«Tutte queste innovazioni tecnologiche si portano appresso, oltre che tante preoccupazioni, soprattutto una marea di benefici. La nostra vita è cambiata spesso in meglio. Prenotiamo gli alberghi con Booking, chi può, beato lui, prende un taxi con Uber, Google ci fa cercare tutte le informazioni in tre minuti»

Andrea Pezzoli, Agcm

In altri casi si procede con un approccio pragmatico. Le antitrust di Italia, Francia e Svezia si sono coordinate per porre dei limiti alla società di prenotazione alberghiera Booking.com (gruppo Priceline), che con Expedia (e i relativi gruppi) forma un duopolio di fatto delle prenotazioni online (i cosiddetti Ota). Una clausola di Booking impone che il prezzo sulla piattaforma sia il più basso ottenibile dai consumatori. In teoria una grande cosa, ma nella pratica significa che sul proprio sito gli alberghi non possono mettere tariffe inferiori, che pure avrebbero senso perché non gravate dalle commissioni dovute alla piattaforma. La soluzione trovata - con l’Antitrust europeo almeno distratto - è che la clausola è rimasta ma gli alberghi possono concordare tariffe più basse al telefono e su Booking possono invitare ad andare sui propri siti per avere, se non tariffe migliori, servizi aggiuntivi allo stesso prezzo. «Va detto - aggiunge Pezzoli - che i più grandi oppositori di questa clausola sono state le grandi catene di hotel (Accor in testa, ndr), mentre i piccoli sono in genere ben contenti delle opportunità offerte da Booking, perché riescono a raggiungere una domanda che altrimenti sarebbe stata impossibile da trovare».

Quando si parla di consumatori, il dirigente dell’Agcm ci tiene a ricordare che lo sviluppo dell’economia digitale, almeno per ora, hanno dato più vantaggi che svantaggi. «Le innovazioni tecnologiche portano con sé, oltre che tante preoccupazioni, in particolare in termini di occupazione, una notevole quantità di benefici - sottolinea -. La nostra vita è cambiata spesso in meglio. Prenotiamo gli alberghi con Booking, chi può, beato lui, prende un taxi con Uber, Google ci fa cercare tutte le informazioni in tre minuti». È ovvio, aggiunge, «che le innovazioni tecnologiche spesso sono distruttrici. Il meccanismo è quello della distruzione creatrice di Schumpeter e chi viene distrutto non è contento. Chieda ai tassisti se sono felici. E hanno le loro ragioni, si comprende perché una categoria minacciata dall’innovazione tenti di resistere. Tuttavia, l’unica reazione accettabile è rispondere all’innovazione con l’innovazione e con un adeguamento del sistema di welfare, mentre non appare ragionevole chiudere le porte ai benefici del cambiamento tecnologico perché ci preoccupa. Non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca, perché sarebbe gravissimo».

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