Camus: "La felicità? Non deve mai essere vissuta come una colpa"

Se qualcuno si dichiara felice finirà odiato e invidiato dagli altri: perché? Tutto a causa di un antico equivoco: che la felicità sia legata a egoismo e superficialità. Non è vero, non deve esserlo

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STF / AFP

25 Marzo Mar 2017 0830 25 marzo 2017 25 Marzo 2017 - 08:30

Essere felici, diciamocelo, è un problema. È una condizione complicata da definire, difficile da raggiungere, impossibile da mantenere. Ma soprattutto, come ebbe modo di denunciare il filosofo franco-algerino Albert Camus, “è rischiosa da dichiarare”. Guai a dire di essere felici, spiega. La gente non approverà. E, da quel momento, questo vi impedirà di essere felici.

La ragione di questa gabbia, insomma, va cercata in un contrasto antico: quello tra felicità come espressione di virtù o come espressione di benessere. Il secondo caso è più sospetto: se si sta bene allora si è superficiali, egoisti, distratti, concentrati solo su se stessi. O, peggio ancora, si è felici solo perché si è riusciti a trasferire le proprie infelicità addosso agli altri.

L’unico modo di essere felici (senza critiche) è farlo in modo rigoroso: con disciplina, seguendo ideali di virtù, altruismo e grandezza di animo. Ed è proprio il modo che non piace a Camus. Per lui questa è “una prigione auto-imposta”. Lo scrive in una lettera del 1956: “Questo è l’atteggiamento di coloro che preferiscono i propri principi alla propria felicità. Coloro cioè che rifiutano di essere felici al di fuori delle condizioni che hanno stabilito, in precedenza, essere essenziali per essere felici”. Una felicità programmata che non ammette eccezioni.

Se qualcuno è felice, non lo dice. “Oggi essere felice è un crimine. Mai ammetterlo. Mai dire di essere felici, altrimenti arriverà un’onda di condanna da ogni dove”. E si immagina un dialoghetto di questo tenore: “E allora, bravo giovane, lei è felice? E cosa ne pesa degli orfani del Kashmir? E dei lebbrosi neozelandesi, che non sono felici come lei?”. Non c’è risposta possibile, per convincere gli altri. La felicità, appena dichiarata, vola via e lascia posto al senso di colpa.

Eppure una soluzione c’è. Essere felici, sostiene Camus, deve essere considerato un dovere morale, raggiunto attraverso una vita virtuosa e consapevole. Al tempo stesso, essere infelici non deve essere vissuto come un’umiliazione. È un percorso molto duro: rischia di essere devastante, esaurire le capacità di ciascuno, travolgere la stessa esistenza. Ma se non si cerca la grandezza, non si trova davvero nulla.

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