60 anni dal Trattato di Roma

Philippe Daverio: «L’Europa è in crisi? Colpa di élite del cavolo»

Il celebre intellettuale, in occasione del 60° anniversario dei trattati di Roma: «L’Unione è nata attorno al carbone e all’acciaio, non abbiamo mai pensato alla cultura come fattore di sviluppo. Intellettuali? Sono il problema e la soluzione. Le Pen? Una caricatura. Merkel? Bismarck in gonnella»

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Niklas HALLE'N / AFP

25 Marzo Mar 2017 0830 25 marzo 2017 25 Marzo 2017 - 08:30

«Se lei va in qualunque museo europeo, da Dresda al Louvre, dal Victoria & Albert Museum, dalla National Gallery al Prado, lei trova già l’Europa, là dentro. Fianco a fianco, ci sono i fiamminghi e il rinascimento italiano, gli impressionisti francesi e i romantici inglesi». È dove meno te l’aspetti, la chiave per rilanciare il sogno europeo. In cornice, nei corridoi di un'esposizione. O tra quelle élite culturali, politiche, economiche massacrate dai populisti, nel contempo problema e soluzione dei guai della tanto bistrattata Unione. A pensarla così è un intellettuale come Philippe Daverio, a margine dell’incontro “La cultura salverà l’Europa?” organizzato a Roma, in occasione delle celebrazione dei sessant’anni dalla firma del Trattato di Roma presso gli spazi di Luiss Enlabs da Culturally.eu in collaborazione con una serie di realtà tra cui Cumediae, Ambro Studio, European Alternatives, Diplomacy, LVenture Group, Luiss Enlabs, Culture Action Europe, oltre che con il patrocinio del Comune di Roma e la media partnership di Rai e Linkiesta.it e la sponsorship di Ciotti, It Attitude e Tecnosfera 2000: « L’Europa sono i momenti di connessione che formano da sempre la nostra cultura: pensi a Georg Friedrich Haendel, da Hannover, che viene a Roma e grazie al cardinale Ottoboni si mette a fare il clavicembalista con Scarlatti. E da lì va a Londra a fare il musicista di corte di Giorgio I e della famiglia reale inglese».

Daverio, prima obiezione. Qualche artista non fa primavera…
Sa qual è stato il momento in cui l’Europa è stata più unita che mai?

Quale?
Il Medioevo.

Ma se si scannavano tutti…
Sì, ma è anche l’epoca del monachesimo e della conventualità che sono i due primi grandi fenomeni di europeismo. La riforma di San Francesco e di Domenico da Guzman approvata dallo stesso papato di Odorio III, forma una specie rete di intelligence che arriva ovunque, dall’Irlanda fino all’Ungheria. Il medioevo è un’era di deambulazione perfetta, funzionava meglio che con Schengen. Tommaso d’Aquino, per dire, va a piedi a Parigi, e poi da Parigi a Colonia.

Com’è che prosegue, la Storia?
Col trattato di Westfalia del 1648. È lì che l’Europa comincia a diventare un affare di Stati. Ne ha un po’ colpa la Germania, la rissa tra cattolici e protestanti, ma soprattutto la Francia di Luigi XIII, sobillato da quel geniale figlio di mignotta che è il cardinale Mazzarino, che fa nascere lo Stato francese. C’è quella bella frase di Blaise Pascal: «La verità è di qua dei Pirenei, l’errore è di là». Le barriere diventano stabili. L’Europa dell’impero, poi Europa dei popoli, diventa Europa delle nazioni, quella che darà origine alle tre guerre suicide dal 1870 al 1945.

E oggi che Europa è?
Oggi stiamo ragionando di una nuova fase, quella dell’Europa unita, ma siamo ancora in transizione.

Cosa ci manca?
La lingua, per prima cosa. Nel medioevo c’era il latino, e il latino univa. L’Europa sconta la mancanza di una lingua comune, ma è ia sua caratteristica. Noi abbiamo sempre questo sogno o questo incubo dell’impero che torna, di un nuovo Napoleone, o di un nuovo Hitler in arrivo. La genesi delle nazionalità è proprio nei francesi che nel ‘200 si oppongono all’impero.

«Abbiamo elite fiacche, del cavolo, senza muscoli. Merkel è una piccola Bismarck in gonnella, per dire. Non da meno, la Le Pen è la versione caricaturale dell’autonomia francese del ’200.A noi, oggi, serve una nuova élite che sia almeno trilingue. Le élite dovrebbero essere rilanciate alla grande»

Philippe Daverio

Il latino però era parlato solo dalle élite...
E allora? Le élite culturali allora erano un contropotere. Anch’esso transnazionale, peraltro. Guglielmo da Occam, partiva da Occam, dal sud della Francia se la prendeva con l’impero e poi se ne andava a Monaco di Baviera. Era l’Europa degli intellettuali, quella. E loro erano un contropotere. E si ricorda cosa diceva all’imperatore? Difendimi con la spada, io ti difenderò con la penna. Oggi quell’élite consapevole non c’è.

Come mai?
Per tanti motivi.

Almeno uno, suvvia…
Il mondo mercantile tende a essere internazionale, il mondo della grande produzione industriale tende a essere nazionalista. Dopo due guerre sanguinose, l’Europa decide di estirpare alla radice uno degli elementi costitutivi del nazionalismo e non a caso nasce attorno alla Comunità del carbone e dell’acciaio. Per togliere ossigeno al nazionalismo. La cultura in quella fase non viene percepita come questione basilare. Né tantomeno la formazione delle élite.

Quindi, lei dice, oggi serve ripartire da qua, dalla cultura e dalle élite…
E certo! Dobbiamo seguire la lezione di Pareto quando parlava della circolazione delle élite dall’alto verso il basso. La nostra aristocrazia, allora, era almeno trilingue. A noi, oggi, serve una nuova élite che sia almeno trilingue. Le élite dovrebbero essere rilanciate alla grande.

Ma il popolo odia le élite…
C’è sempre stata la rivolta del popolo contro le élite, è dialettica. Altrimenti dovremmo buttare nel cesso Hegel. In Gran Bretagna il Bremain ha vinto benissimo a Oxford e Canbridge e perso malissimo nelle periferie di Liverpool. Non è un caso.

Però uno dei blocchi che forma l’intellettualità transnazionale è proprio l’internazionalismo socialista, che teorizza la saldatura tra le avanguardie e le masse…
Il rapporto élite-masse è molto complesso e oggi non è più basato sulla lotta di classe. Ancora cinquant’anni fa, a Lecco, 10mila persone entravano con le loro biciclette in una fabbrica. Suonava la sirena e mangiavano. Suonava la sirena e uscivano. La domenica andavano alla casa del popolo o in chiesa. Fine. Loro erano massa. Oggi c’è la moltitudine, in cui ognuno va per la sua direzione, come nel Medioevo. E la moltitudine ha bisogno della Tavola di Re Artù e delle élite. Un élite che si fa i fatti suoi e che non pensa alla rivluzione. Ma che ha una forza osmotica, di filtrazione e stimolo, con la piazza.

Quelle di oggi sono talmente osmotiche che in Gran Bretagna trionfa la Brexit, e in America Trump, solo per far loro un dispetto.
Perché abbiamo elite fiacche, del cavolo, senza muscoli. Culturali, e anche politiche, intendiamoci. Merkel è una piccola Bismarck in gonnella, per dire. Non da meno, la Le Pen è la versione caricaturale degli autonomisti francesi del ’200 che volevano emanciparsi dall’impero. Siamo ancora lì.

Chi, allora?
Sono gl imprenditori - grandi, piccoli o startupper che siano - a incarnare le nuove élite, più di chiunque altro, oggi in Europa. Perchè sono transnazionali, al passo con l'innovazione, idealisti e pragmatici assieme. E sanno comunicare valori e identità, a differenza di intellettuali e politici. Bisognerebbe farla partire da loro, la rinascita dell’Europa.

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