La prof migliore d’Italia, che insegna ai ragazzi malati di tumore: «Gli adolescenti hanno bisogno di educatori, non di nozioni»

Si chiama Anna Maria Berenzi e insegna matematica in corsia: «La scuola ha dimenticato che i ragazzi sono persone, non categorie. In corsia, studiare è l’unico modo per evadere dal dolore»

Scuola Freddufour 1
27 Marzo Mar 2017 1629 27 marzo 2017 27 Marzo 2017 - 16:29

«È stato del tutto inaspettato, io non ero nemmeno a conoscenza dell’esistenza del premio. Ci sono passato perché una ragazza di nome Alessia ha mandato la candidatura». Docente di matematica in una sezione ospedaliera di Brescia, Anna Maria Berenzi è la vincitrice del Premio Nazionale Insegnanti. Se volete farla facile, la miglior insegnante italiana del 2016 tra gli 11mila profili selezionati e valutati dal Ministero dell’Istruzione.

Ironia della sorte Anna Maria era una docente in sovrannumero nel suo istituto, quando ha cominciato a insegnare negli ospedali bresciani, tra i reparti di pediatria, neuropsichiatria e oncologia pediatrica. Centocinquanta studenti l’anno, di cui una trentina di lungo degenze, ragazzi e ragazze che devono abbandonare la loro classe per sottoporsi a chemio e radioterapie: «Alessia, la ragazza che mi ha candidato al premio è una di loro - spiega Berenzi -, una delle tante che ha dovuto interrompere il suo percorso scolastico tra la terza e la quarta superiore. Per lei seguire le lezioni era il modo migliore per distrarsi dalle cure. Ora è matricola a biotecnologie».

Anche dopo otto anni, ogni volta non è mai uguale, per Anna Maria. Sarà che le sue lezioni sono individuali, sarà che di fronte ci sono ragazzi cui la vita è cambiata completamente, dall’oggi al domani: «Sono ragazzi che hanno ricevuto una diagnosi da tumore e vivono terapie che li devastano, sono almeno in parte consapevoli che rischiano di morire - racconta - L’insegnante deve trovare un equilibrio molto precario: da un lato, deve riprendere in mano un percorso, con i suoi obiettivi da raggiungere. Dall’altro, deve passare la sensazione che la scuola non sia un problema».

La chiave di volta, secondo Berenzi, è sentire forte collaborazione tra scuola in ospedale e la scuola fuori, che quel che i ragazzi ammalati fanno in ospedale sia è in linea con quello che fanno i loro compagni fuori: «È molto difficile perché dall’altra parte non sanno la situazione e tendono a non interessarsene più di tanto. Però, se ingrana è fondamentale. Perché si riesce a far passare nella testa del ragazzo l’idea che sia possibile un percorso di vita e formazione nonostante il “fermo vita” dell’ospedale».

Non è stato semplice, però. Non è mai semplice, nemmeno quando finisce, i capelli ricrescono e torna la voglia di spaccare il mondo, più di prima: «Il rientro in classe è stato molto difficile, per Alessia, così come per molti altri come lei - racconta -: si sentiva ignorata dai professori e dai compagni, è stata costretta a cambiare istituto». Non li biasima, Anna Maria: «Persino i genitori rischiano di fare questo errore - spiega -. Nel momento in cui un ragazzo con un tumore finisce il suo percorso di terapia, tutti vogliono vedere un problema risolto. In realtà non è così: gli effetti delle terapie vanno avanti. E rimangono problemi di concentrazione e memorizzazione».

Può sembrare un lavoro completamente diverso da quello di tutti gli altri docenti. In realtà, secondo Anna Maria, non c’è molta differenza, non fosse altro per il fatto che il materiale umano è il medesimo: «Avere a che fare con gli adolescenti, siano malati o meno, è ugualmente difficile, perché sono in contrapposizione con l’adulto a prescindere.- argomenta -, In realtà, è una medaglia a due facce, perché tanto sono schietti e brutali, quando sono autentici e leali, quando trovi con loro un punto in comune».

«La scuola è un mondo: ci sono consigli di classe splendidi, e alcuni di fronte a cui rabbrividisco. C’è una scuola di Brescia in cui un ragazzo aveva bisogno di istruzione domiciliare: nessun insegnante si è reso disponibile e non hanno trovato nessuno disponibile nemmeno a livello di istituto»

In ospedale, le regole d’ingaggio non cambiano, si fanno solo più stringenti: «I ragazzi devono sentire che ci sei come persona e non solo come insegnante. Non gliene frega niente dei contenuti e delle competenze. Gli serve sapere che tu ci sei per la loro vita. Se si crea questo legame, c’è un aspettativa e un esserci in prima persona che in ospedale è faticosissimo. Ci sei quando è giù di morale, quando soffre, quando pensa di non farcela. Dico un’eresia: che imparino o non imparino le equazioni è importante, perché il percorso sia utile e autentico, ma è secondario».

Tutto però accade in un mondo della scuola in cui, sono notizie di pochi giorni fa, in cui un bimbo autistico di 10 anni di Lanciano è stato rifiutato da 3 scuole medie per l'iscrizione al prossimo anno scolastico. O di una ragazza di Carini, Sicilia, è costretta in sedia rotelle ragazza costretta a casa da 4 mesi perché da Natale è stato interrotto il servizio di assistenza igienico-personale: «La scuola è un mondo: ci sono consigli di classe splendidi, e alcuni di fronte a cui rabbrividisco. - racconta Berenzi -. C’è una scuola di Brescia in cui un ragazzo aveva bisogno di istruzione domiciliare: nessun insegnante si è reso disponibile e non hanno trovato nessuno disponibile nemmeno a livello di istituto».

È un caso patologico, ma è sintomatico di un problema. Lei, Anna Maria, ha le idee chiare su quale sia: «Si trattano i ragazzi come categorie, quando invece bisognerebbe trattarli da persone, tendendo conto del contesto. Basti pensare che non esistono prove Invalsi ad hoc per i ragazzi usciti da un esperienza come quella dei reparti oncologici. Di solito la risposta è: noi abbiamo solo le prove ad hoc per i dislessici. La base su cui si regge la scuola è il bisogno che ciascuna persona che la frequenta ha di avere un educatore. Senza quella figura, malato o meno, nessun ragazzo ce la fa».

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