Un patto con Macron e Schulz: ecco come Renzi può cambiare l’Europa (e battere i populisti)

Una modesta proposta per andare oltre alla vuota retorica sull’Europa da cambiare: una santa alleanza tra i tre candidati presidente e premier di centro-sinistra in Francia, Germania e Italia. Per definire un programma e un’agenda per cambiare l’Europa. E proporlo agli elettori

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27 Marzo Mar 2017 1024 27 marzo 2017 27 Marzo 2017 - 10:24

L’ultima, in ordine di tempo, è un sussidio europeo contro la disoccupazione. L’ha proposto Matteo Renzi ieri, a margine della sua ultima giaculatoria contro un’austerità non esiste più da almeno tre anni, di sicuro da quando la Banca Centrale Europea si è messa a comprare i nostri titoli di Stato. Intemerata, questa, che ha seguito a breve distanza il - aehm - libro sull’Europa presentato dal Movimento Cinque Stelle, sette paginette in croce di pensierini sparsi e incoerenti - valga per tutti: no alle sanzioni alla Russia, ma anche no accordi con Paesi che non rispettano i diritti umani - che ne dimostra ancora una volta, casomai ce ne fosse bisogno, l’assoluta inconsistenza dei pentastellati quando si tratta di passare dalla protesta alla proposta.

In mezzo, un weekend di marce, strette di mano e vuota retorica europeista per festeggiare i trattati di Roma, un’incombenza - possiamo dirlo? - di cui non è fregato niente a nessuno, né a chi all’Europa c’è affezionato, né a chi la vede come fumo negli occhi. Perché in fondo l’Europa, oltre a fare da capro espiatorio alla bisogna, è la prova regina di un discorso politico che non sa andare oltre le parole. E allora proviamoci. Proviamo a immaginare quale potrebbero essere i primi passi dei secondi sessant’anni d’Europa unita, affinché non siano semplicemente un veloce ritorno a passo di gambero all’Europa divisa del 1945, o di qualche anno prima.

Tutto parte da Francia, Germania e Italia, non può essere altrimenti. È la loro forza propulsiva ad aver spinto in avanti il sogno continentale, negli ultimi sessant’anni. Sono il loro sonno, le loro crisi politiche, la loro riluttanza ad imporre un’agenda ad averlo rallentato. E tutto parte da forze riformiste, di centro-sinistra, non fosse altro per il fatto che è proprio la loro colpevole assenza, nel corso degli ultimi anni, ad aver lasciato campo libero alle politiche rigoriste dei popolari europei - per i quali l’unica Europa possibile è più o meno quel che c’è ora - e all’emersione dei populisti e dei neo-nazionalisti di destra e sinistra, che sognano un ritorno di frontiere e monete nazionali.

sarebbe bello che Renzi, Macron e Schulz si incontrassero. Che parlassero tra loro di come si immaginano l’Europa di domani. Che trovassero una sintesi. Che affidassero a un gruppo di lavoro congiunto il compito di delinearne concretamente gli ambiti di applicazione e la strada attraverso cui arrivarci. Che presentassero quel programma - il medesimo, parola per parola - ai loro elettori. Prima Macron, poi Schulz, infine Renzi

La congiuntura è favorevole, come mai lo è stata. Emmanuel Macron, fuoriuscito dai socialisti francesi, ma sostenuto tuttavia da buona parte del suo ex partito, è strafavorito nell’elezioni presidenziali francesi. E il socialdemocratico tedesco Martin Schulz - nonostante la scoppola di domenica nelle elezioni regionali in Saarland - se la sta giocando alla pari con Angela Merkel, dopo anni di predominio incontrastato della Cancelliera. Ironia della sorte, quello più in difficoltà dei tre è Matteo Renzi, fino a qualche anno fa l’unico campione del centro-sinistra europeo, l’unico che sembrava avere in mano la formula magica del consenso elettorale.

When in trouble go big, dicono in America. E l’unico modo per sparare alto, in questa fase, è imprimere un accelerazione decisiva ad un’Unione davvero politica dell’Europa. Farlo lanciando idee nel vuoto, come le primarie continentali per scegliere il leader che guiderà i socialisti europei nel 2019 o per proporre un sussidio europeo di disoccupazione che lascia il tempo che trova non è il modo giusto.

Al contrario, sarebbe bello che i tre leader democratici ed europeisti si incontrassero. Che parlassero tra loro di come si immaginano l’Europa di domani. Che trovassero una sintesi. Che affidassero a un gruppo di lavoro congiunto il compito di delinearne concretamente gli ambiti di applicazione e la strada attraverso cui arrivarci. Che presentassero quel programma - il medesimo, parola per parola - ai loro elettori. Prima Macron, poi Schulz, infine Renzi.

Immaginate l’impatto di una simile prospettiva. In un colpo, si avrebbe la percezione reale che i tre principali Paesi fondatori, se vincessero le elezioni, potrebbero marciare spediti verso un progetto europeo con un senso di marcia chiaro, da realizzare con chi ci sta. Senza dimenticare, ovviamente, quanto un progetto di questo tipo possa fare breccia in un elettorato bisognoso di certezze, che al salto nel buio di un uscita o dall’estenuante, attuale stallo. L’alternativa è continuare a parlare di Europa senza fare nulla. Proprio sicuri che paghi, nel segreto dell’urna?

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