Altro che calcetto, se i giovani non scendono in piazza ci sarà sempre un Poletti al governo

L’ultima gaffe del ministro del lavoro non è nemmeno più una gaffe. È la brutale attestazione dello stato delle cose. La differenza è che per Poletti è giusto che le relazioni valgono più di un cv. I giovani non la pensano così? Si facciano sentire. Altrimenti ha ragione lui

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Andreas SOLARO / AFP

28 Marzo Mar 2017 0813 28 marzo 2017 28 Marzo 2017 - 08:13

Quando una gaffe si ripete, costante e inesorabile, di mese in mese, cessa di essere una gaffe. Solo così si può spiegare l’ennesima sparata tafazziana di Giuliano Poletti. Uno che sui giovani dovrebbe avere l’accortezza di misurare anche le virgole, visto che fa di mestiere il ministro del lavoro in una fase storica in cui il 40% dei giovani un lavoro non ce l’ha. E che invece, nel giro di tre mesi, dopo la frase sui giovani «che è un bene che se ne vadano dall’Italia» riesce a infilare un’altra chicca da Oscar, quella del lavoro «che si trova più facilmente giocando a calcetto che mandando un curriculum».

Intendiamoci: in Italia funziona davvero così. Quel che Poletti sta dicendo è che non gliene frega nulla, che non lo trova sbagliato. Che i giovani, anziché puntare sul merito come avviene ovunque altrove al mondo - un cv non è solo un pezzo di carta: è fatto di titoli di studio, competenze qualificanti, esperienze lavorative. Sudore e soldi, banalizzando -, dovrebbero coltivare relazioni con chi il lavoro potrebbe offrirglielo. In altre parole. accettare lo stato delle cose - che le relazioni valgono più delle competenze - e andare in pace.

A questo punto, i giovani di strade davanti ne hanno tre. Uno: accettare il consiglio. Due: scappare a gambe levate. Tre: incazzarsi, scendere in piazza, sradicare Poletti dalla sua poltrona per mandarci qualcuno che la pensi come loro, se ne sono capaci. Sfogare la loro frustrazione sulla tastiera, ahi loro, non impedirà mai a un altro Poletti di sedersi al suo posto. E finché sarà così, altro che calcetto: i giovani staranno sempre a bordo campo, in panchina o in tribuna

A questo punto, i giovani di strade davanti ne hanno tre. Uno: accettare il consiglio. Due: scappare a gambe levate. Tre: incazzarsi, scendere in piazza, sradicare Poletti dalla sua poltrona per mandarci qualcuno che la pensi come loro, se ne sono capaci. E che li aiuti a cambiare la costituzione materiale del mercato del lavoro italiano. Un lavoro generazionale, che forse concluderanno i loro figli. Sfogare la loro frustrazione sulla tastiera, ahi loro, non impedirà mai a un altro Poletti di sedersi al suo posto. Nè a cambiare l’agenda politica di un Governo che si troverà a fare, per volontà o per calcolo, gli interessi di chi giovane non è. E finché sarà così, altro che calcetto: i giovani staranno sempre a bordo campo, in panchina o in tribuna.

Lo spiega bene Enrico Mentana in un suo post su Facebook che ha il dono brutale della chiarezza: «I giovani in Italia tra i 18 e i 34 anni sono 11 milioni - scrive il direttore del Tg de La7 - Se si unissero formerebbero il primo partito italiano, se si mobilitassero riempirebbero tutte le piazze dei capoluoghi». Ragioni ne avrebbero a iosa: parliamo di una fascia di popolazione di cui un terzo è senza lavoro, Del 20% della popolazione italiana, che tuttavia è solamente il 3% di tutti i dipendenti pubblici. La cui ricchezza è sette volte inferiore a quella degli over 65. Il cui tasso di disoccupazione è quattro volte superiore a quello generale. La mortificazione delle cui competenze, che si riverbera nella sotto-occupazione e nel crollo delle nascite, è il primo motivo del declino economico italiano. Poletti ha ragione. L’unica alternativa al calcetto è la piazza. E i giovani cosa preferiscono: la piazza o il calcetto?

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