Il sindaco di Iseo e l’idea insensata che la politica debba essere gratis

L’amministrazione del comune lombardo rinuncia a qualunque emolumento per donare il risparmio alle famiglie in difficoltà. Un’idea cui tutti plaudono, oggi. Ma che non è che l'ultima concessione all’egemonia populista. Una deriva che ci costerà carissima

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MARCO BERTORELLO / AFP

29 Marzo Mar 2017 0954 29 marzo 2017 29 Marzo 2017 - 09:54

Si chiama Riccardo Venchiarutti, è un ex giornalista Rai, pensionato, e di mestiere fa il sindaco d’Iseo. Qualche giorno fa, Repubblica ha raccontato la sua storia: lui, la sua giunta, il suo consiglio comunale hanno infatti rinunciato a qualsiasi emolumento. O meglio, lo hanno devoluto a un fondo per le nuove povertà creato appositamente.

Risultato? 270mila euro risparmiati che sono serviti ad aiutare una cinquantina di nuclei famigliari in difficoltà. E che hanno aiutato l’amministrazione a rendere più digeribile alla cittadinanza il piano di tagli che il Comune ha dovuto porre in essere per abbattere i suoi costi di funzionamento e i debiti che aveva accumulato. E siccome l’esempio non basta mai, la giunta di Iseo si è depennata pure le spese di rappresentanza e pure il rimborso degli emolumenti che sindaco e assessori perdono per le assenze giustificate dal lavoro per impegni amministrativi. Il giornalista si premura di farci notare che questa scelta stia diventando una moda, che di auto-rinunce spontanee si ha traccia anche a Marsala, Renate, Malnate, San Giovanni Ilarione e Lurano.

Siete in piedi ad applaudire? Non vi biasimiamo, funziona così. Soprattutto in un Paese politica-centrico come l’Italia in cui un assessore da milletrecento euro al mese è ka$ta, mentre un funzionario del medesimo comune che prende dieci volte tanto non lo è. Tant’è. Ci spiace deludervi, ma questa storia è molto più preoccupante che edificante. E non lo diciamo per fare i bastian contrari, ma perché l’idea che chi amministra la cosa pubblica debba lavorare gratis è un abominio che fa capire quanto l’egemonia culturale populista - o gentista o anti-politica, o chiamatela come volete - sia percolata nel profondo dell’opinione pubblica. Facendo proseliti anche tra gli amministratori, in piena sindrome di Stoccolma nel migliore dei casi. Convinti di aver imbastito una geniale operazione di marketing politico, nel peggiore.

Primo: la gratuità è una cosa bella, bellissima. Ma bisogna potersela permettere. E fare della politica un mestiere a emolumenti zero, di fatto, costringe un pezzo di popolazione che non se la può permettere a precludersi ogni possibilità di presentarsi alle elezioni. Un diritto di tutti, diventa un privilegio di pochi: pensionati, liberi professionisti, gente che vive di rendita e fa della politica un give back alla propria comunità. Legittimo, ma fino a un certo punto.

Siete in piedi ad applaudire? Non vi biasimiamo, funziona così. Soprattutto in un Paese politica-centrico come l’Italia in cui un assessore da milletrecento euro al mese è ka$ta, mentre un funzionario del medesimo comune che prende dieci volte tanto non lo è. Tant’è. Ci spiace deludervi, ma questa storia è molto più preoccupante che edificante. Un abominio che fa capire quanto l’egemonia culturale populista - o gentista o anti-politica, o chiamatela come volete - sia percolata nel profondo dell’opinione pubblica

Soprattutto - secondo - se si tratta di cariche elettive. Perché spostano l’asse della competizione elettorale dalla qualità al prezzo. E siccome, la qualità è difficile da valutare mentre il prezzo no - nel segreto dell’urna come sullo scaffale del supermercato - è più che probabile che gli elettori, tanto più in una fase di declino economico, sceglieranno il prodotto - pardon, candidato - che costa meno, non quello che lava più bianco.

Quanto questo vada a detrimento della buona amministrazione - terzo - lo lasciamo agli editorialisti di domani. Può essere che il politico che lavora gratis possa permettersi, al pari del sindaco d’Iseo, tagli alla spesa e altre misure impopolari. Può essere anche che però decida di sedersi sugli allori della sua popolarità e decida di uscire dall’ufficio di far cascare la penna sul tavolo alle cinque del pomeriggio. O che la propria famiglia, o la palestra, abbiano la precedenza sulla città. Chi può biasimarlo, del resto? Non certo chi, privato cittadino, si comporta allo stesso modo, ma riceve una busta paga ogni 27 del mese.

Ultime briciole, in ordine sparso: siamo sicuri che levare lo stipendio ai politici diminuisca il malaffare e gli sprechi? Che un amministratore senza stipendio sia meno corruttibile di uno che ce l’ha? Che i fondi per combattere le povertà debbano essere finanziati dalle rinunce di amministratori pro tempore e non da stanziamenti strutturali che prescindano dai cambi d’amministrazione? Che destinare il proprio stipendio a cinquanta famiglie in difficoltà non sia semplicemente una forma ben vestita di clientelismo? Che questo andazzo finirà per farci annegare più velocemente, anziché salvarci? Pensateci, che tra poco si vota.

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