Tragicomico Sud: la protesta insensata contro il gasdotto in Puglia

I motivi della protesta contro il Tap rientrano tutti nel luogo comune e nella strumentalità politica. Prima di indignarsi per il sacrificio degli ulivi (che non ci sarà) sarebbe opportuno informarsi. Bene

Michele Emiliano
30 Marzo Mar 2017 1024 30 marzo 2017 30 Marzo 2017 - 10:24

E allora parliamone, del Tap, il gasdotto transadriatico che attraversa la Grecia, l’Albania e il mar Adriatico per sbucare in Italia e da lì distribuire 10 miliardi di metri cubi l’anno di metano in tutta Europa, aprendo il cosiddetto corridoio meridionale del gas, quello che non dipende dalla Russia e da Gazprom, per intenderci.

Parliamone, di un corridoio lungo 878 chilometri, di cui 550 in Grecia, 215 in Albania, 105 sotto il mare Adriatico e 8 - sottolineiamolo, servirà: otto - in Italia, dalla spiaggia di San Foca sino al confine del comune di Melendugno, in Salento, dove si connetterà con la rete dei gasdotti italiani, che già oggi, con i suoi 13mila chilometri di lunghezza lineare - sottolineiamo pure questo: tredicimila. Una volta e mezzo la distanza tra Roma e Shanghai - è una delle più estese al mondo, grazie alla lungimiranza e all’ostinazione di un personaggio del calibro di Enrico Mattei.

Parliamone, del fatto che le uniche proteste contro il Tap avvengano non in Grecia, non in Albania, ma qua in Italia, in Salento, perché - dicono i manifestanti - il tracciato del gasdotto rovina la spiaggia di San Foca e la costruzione del medesimo necessita dell’espianto temporaneo - tem-po-ra-ne-o - di di 211 ulivi secolari, che saranno poi ripiantati dov’erano prima, a lavori ultimati. Parliamone, del fatto che dal 1970 al 2011 non c’è mai stato alcun incidente che ha coinvolto gasdotti con tubi di spessore superiore ai 25 millimetri e che il tubo del Tap è spesso 26,8.

Parliamone, che il gasdotto correrà sottoterra dall’inizio alla fine del suo percorso italiano, per un chilometro e mezzo - 800 metri di mare, 700 di spiaggia e macchia mediterranea - a decine di metri di profondità, usando la medesima tecnologia di microtunneling applicata per il gasdotto che passa da sei anni sotto la spiaggia di Cala Graciò, a Ibiza. E poi a un metro e mezzo di profondità, fino a quando non si innesta nella rete italiana.

Michele Emiliano solo due mesi fa dichiarava che fosse necessario «decarbonizzare l’Ilva». Per farlo serve il gas. Oggi pare aver cambiato idea

Parliamo pure delle carte bollate: del decreto di compatibilità ambientale firmato dal ministro Galletti nel 2014. Del decreto di autorizzazione unica firmato dal ministero dello sviluppo economico del 2015. Dell’inapplicabilità della legge Seveso e delle sentenze del Tar e del Consiglio di Stato che hanno respinto i ricorsi della Regione Puglia, guidata da Michele Emiliano, magistrato in aspettativa che stavolta, curiosamente, rimane alla guida dei comitati No Tap, fregandosene delle sentenze.

Parliamone, di Emiliano. Che solo due mesi fa dichiarava che fosse necessario «decarbonizzare l’Ilva», quella sì vera emergenza ambientale della Puglia, perché «con la decarbonizzazione le emissioni nocive vengano azzerate» e «si elimina il problema dei campi minerari». Per farlo, ovviamente, serve il gas e infatti Emiliano sottolinea come questo sia il momento giusto, «approfittando dell’arrivo del gasdotto Tap». Miracoli dei congressi di partito, oggi pare aver cambiato idea.

Parliamo pure dei 3 milioni di euro che pioveranno nelle casse del comune di Melendugno durante tutti gli anni dei lavori, che si protrarranno per qualche anno. E dei 500mila euro l’anno che arriveranno da Tap sottoforma di imposte, 18 milioni complessivi se si calcola la durata della concessione, che insieme all’indotto generato dall’opera potranno servire, se le amministrazioni locali saranno all’altezza, a migliorare l’infrastrutturazione fisica e digitale del territorio per renderlo più accessibile da un punto di vista turistico.
Per far fiorire e consolidare uno sviluppo economico che è possibile e che il gasdotto non solo non preclude, ma favorisce. Per smettere di fare dell’Italia, che piange miseria da mattina a sera, ma ha un costo di 600 miliardi per le opere bloccate da qui al 2030, la barzelletta d’Europa. E del Mezzogiorno, la tragedia d’Italia.

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