Scotto: «La sinistra riparta dai piccoli comuni. I Cinque Stelle? Finiranno, ma bisogna dialogarci»

Parla uno dei leader di Articolo Uno, fuoriuscito da Sinistra Italiana: «Oggi la politica è in crisi soprattutto sui territori, dove i sindaci devono solo gestire la decrescita. Il renzismo? Può vincere le primarie ma è finito. Grillo? Bersani ha ragione»

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Alberto PIZZOLI / AFP

31 Marzo Mar 2017 1610 31 marzo 2017 31 Marzo 2017 - 16:10

«L’Italia ha un problema d’identità nei piccoli territori e nelle periferie». Arturo Scotto, trentanove anni, è a Milano per presentare Articolo Uno, la nuova formazione politica nata a sinistra del Partito Democratico dalla scissione di D’Alema, Bersani, Rossi e Speranza. E dalla sua, che è uscito da Sinistra Italiana appena dopo il congresso fondato in aperta polemica con il gruppo dirigente che, ironia della sorte, lo vedeva troppo dialogante con il Pd: «Noi di Articolo Uno vogliamo costruire un centrosinistra di cambiamento alternativo a Matteo Renzi e al renzismo - spiega a Linkiesta -. In Sinistra Italiana mi dicevano che era utopia, che centro-sinistra era una parola che nemmeno si poteva pronunciare. Se cambieranno idea, ne sarò lieto».

Scotto, siete almeno in tre, solo a sinistra del Pd, che vi definite alternativi al renzismo. Concretamente, in che modo volete essere alternativi?
Il renzismo è stata una declinazione in salsa italiana di Tony Blair, vent’anni dopo. Gli riconosco di aver avuto una grande forza di sovversione degli equilibri politici. Meno, tuttavia, degli equilibri economici e finanziari che lui ha totalmente sussulto nel suo programma di governo. È come se i poteri economici dell’Italia, puntando su di lui, abbiano fatto un Opa sul centro-sinistra quando è caduto Berlusconi. Ora però lo sfondamento a destra è fallito. E a sinistra non riesce a recuperare.

Però sta stravincendo il congresso tra gli iscritti del Partito Democratico…
Può anche rivincere le primarie, ma non riuscirà a costruire alleanze né maggioranze di governo. Per noi è molto difficile costruire un nuovo centrosinistra con chi l’ha affossato.

Oddio, il centrosinistra si è affossato da solo alle elezioni del febbraio 2013, non trova?
In realtà, se vogliamo guardare il problema da lontano, noi ci troviamo di fronte a uno sradicamento complessivo di tutte le forze politiche in campo. Una destrutturazione che non è ascrivibile a Renzi, ma sta dentro nell’ultimo trentennio.

Cosa intende?
Quando il lavoro si destruttura e si frammenta, gli insediamenti sociali sono più difficili, soprattutto nei piccoli centri e nelle periferie. Noi tutti, abbiamo un problema di identità nei piccoli territori.

Come mai?
È la fine della stagione dei sindaci, soprattutto, dopo una fase straordinaria di crescita in cui erano riusciti a intercettare le migliori forze della società civile che negli anni bui di Tangentopoli si erano allontanate dalla politica.

Perché è finita, la stagione dei sindaci?
Ormai i comuni gestiscono la decrescita. Che produce, di fronte all’incalzare della crisi e a una quota crescente di cittadini ai margini, una risposta di sicurezza, non di sicurezza sociale. È quasi impossibile produrre classe dirigente all’altezza della sfida. E quando accade, si svuotano pure i partiti. Le liste civiche sono una boa cui agganciarsi per scambiare un po’, ma non sono ne un approdo né un alternativa.

Qual è l’approdo? Quale l’alternativa? I comitati “No Qualcosa”?
I comitati civici sono una possibile soluzione al problema; mi coalizzo attorno a un grande tema ambientale e ci costruisco attorno un profilo politico. Spesso è progressivo. Talvolta è regressivo, da sindrome Nimby. Però prevalentemente ha elementi positivi, di partecipazione. Il problema è un altro, semmai.

Quale?
Che soprattutto al Sud le liste che accompagnano le candidature a Sindaco che sono dei passepartout per auto-promuoversi. Non uno strumento di riscatto sociale, ma di ascensore sociale.

«Il Movimento Cinque Stelle è la risposta dell’incapacità di tutte le altre forze politiche di radicarsi sul territorio. Loro ci riescono perché sono la spugna del dissenso. E come già è accaduto in passato, soprattutto al Sud, sono una forza in grado di assorbire sia le spinte progressiste sia quelle conservatrici. Il ribellismo nel Mezzogiorno emerge sempre nel contesto di una crisi drammatica»

In Spagna le città ribelli guidate da gruppi civici stanno facendo grandi cose. Neomunicipalismo, lo chiamano…
In Spagna è diverso. Hanno una struttura statale iperfederale. E per questo hanno un sacco di soldi. In Italia, inevitabilmente, è molto piùdifficile. L’esperienza di Milano è d’avanguardia. Pure quella di Napoli, in fondo.

Che ne pensa di De Magistris?
Che non va caricaturizzato, perché rappresenta una città in enorme crisi. E lo fa bene. Semmai, è molto più carente nel gestire alleanze sociali e politiche. Per il bene dei tuoi cittadini la città ha bisogno che ti relazioni anche con istituzioni ostili. E non guasterebbe pure un po’ meno conflittualità interna.

E del Movimento Cinque Stelle, che ne dice?
Che è la risposta dell’incapacità di tutte le altre forze politiche di radicarsi sul territorio. Loro ci riescono perché sono la spugna del dissenso. E come già è accaduto in passato, soprattutto al Sud, sono una forza in grado di assorbire sia le spinte progressiste sia quelle conservatrici. Il ribellismo nel Mezzogiorno emerge sempre nel contesto di una crisi drammatica.

Ne parla come una forza transitoria…
Lo è. Tutto questo finirà e questo è il tema di una forza come la nostra. Canalizzare il disagio che ha fatto nascere e proliferare il Movimento Cinque Stelle dentro un progetto di governo.

Bersani dice che con il Cinque Stelle, se sarà maggioranza relativa in Parlamento dopo le prossime elezioni, vi toccherà parlarci…
Bersani fa un analisi giusta, che non va banalizzata. Il Movimento Cinque Stelle è una forza in cui è intrappolata una parte non secondaria del popolo della sinistra. Che ha pensato bene, per far saltare il sistema, di sparare attraverso il messaggio di Grillo. Noi abbiamo bisogno di fare un analisi seria e differenziata della loro esperienza.

Concretamente?
La prima risposta si chiama riforma della politica. Non manette, ma autonomia della politica dall’economia, dalle lobby, dagli affari. Allo stesso tempo, sì, occorre ragionare con il MovimentoCinque Stelle come attore politico. Noi siamo alternativi alla destra, competitivi col Pd e sfidanti con il M5S. A meno che non scelgano lo splendido isolamento per sempre.

Perché il Movimento Cinque Stelle va così forte al Sud?
Perché il Mezzogiorno è un’area in cui partiti tradizionali sono entrati in crisi prima. Prima del Cinque Stelle era stata la volta di Forza Italia. Il Sud è sempre andato appresso agli esperimenti innovativi, ribellisti, di canalizzazione del disagio sociale. Attenzione, però: i Cinque Stelle hanno un forte radicamento al sud ma non sono meridionalisti. E soprattutto non capiscono - o fa finta di non vedere - lo slittamento del potere dalla politica all’economia e alla finanza.

E come si risolvono i problemi del Mezzogiorno?
Oggi, al Sud, il pubblico è fondamentale per canalizzare investimenti pubblici e privati altrimenti non si rialzerà mai. Noi chiediamo che venga usata la clausola Ciampi che prevedeva che il 45% degli investimenti nei grandi asset pubblici finisca nel Mezzogiorno.

Per assumere 200mila giovani nella Pubblica Amministrazione, come dice Vincenzo De Luca?
De Luca solleva un tema quando dice che servono 200mila assunzioni nel pubblico impiego. Tu oggi hai una delle macchine pubbliche tra le più vecchie d’Europa. Ci sono città capoluogo che non hanno uffici dedicati alla programmazione dei fondi europei. E sono gli unici soldi che arrivano al Sud, quelli. Il problema del pubblico impiego va posto con forza, senza demagogie.

A proposito di Europa, lei che ne pensa?
Io sono sempre stato un federalista europeo, spesso in splendida solitudine nei partiti precedenti. Ora però non è tempo di sogni, ma di salvare il bambino.

Che ne pensa della dichiarazione dei capi di Stato e di governo a Roma?
Che ha una gittata troppo lunga. Bisogna fare subito l’Europa sociale, togliere gli investimenti da patto di stabilità e fare gli Eurobond. E poi, bisogna fare sì come la Commissione sia eletta dal popolo.

Non teme che alle prossime elezioni conquisti la maggioranza assoluta in Parlamento una coalizione sovranista formata da Lega, Cinque Stelle e Fratelli d’Italia?
È un rischio. Fratelli d’Italia sta crescendo molto, al Sud. E potrebbe essere competitiva e complementare al Movimento Cinque Stelle. Noi ne siamo ben coscienti. L’unico che sembra non aver capito che la destra è in campo si chiama Matteo Renzi.

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