Uscire dall’euro? Sarebbe un’enorme tassa sulle famiglie

Parla Tommaso Monacelli, economista della Bocconi: «Una vampata dell’inflazione del 10% porterebbe a una redistribuzione a favore dello Stato per 160 miliardi di euro e a una tassa occulta contro le famiglie di 56 miliardi di euro». Picone, Moneyfarm: «Con l’inflazione cambiano gli investimenti»

Euro Zero

ARIS MESSINIS / AFP

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31 Marzo Mar 2017 1135 31 marzo 2017 31 Marzo 2017 - 11:35
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Nessuna scorciatoia: non sarà una svalutazione della moneta a seguito di un’uscita dall’euro a raddrizzare la parabola discendente dell’economia italiana. Per riuscire nell’impresa servirebbe cambiare l’approccio al rischio degli italiani e mettere i giovani nelle condizioni di competere, cominciando con il liberalizzare i servizi oggi blindati. Ne è convinto l’economista Tommaso Monacelli, che ne ha parlato mercoledì 29 marzo nella redazione de Linkiesta assieme a Sebastiano Picone di Moneyfarm. L’occasione era l’incontro “Bentornata, inflazione! E ora che succede?”, il primo di una serie di eventi co-prodotti da Moneyfarm e Linkiesta sui grandi temi dell’economia e sul loro impatto sulla finanza personale.

Proprio dall’inflazione parte il ragionamento del docente ordinario della Bocconi specializzato in macroeconomia, economia monetaria ed economia internazionale. Intanto per chiarire che il ritorno dell’inflazione è tutto da dimostrare. Il rialzo dell’indice a cui abbiamo assistito anche in Italia dall’inizio dell’anno è dovuto a componenti cicliche, come il prezzo del petrolio e l’aumento delle verdure a causa delle gelate di inizio anno. Ma se si guarda all’inflazione di fondo, quella dovuta alle dinamiche più generali di prezzi e salari e che conta per le scelte dei banchieri centrali (non a caso è detta “core”), «un grande rialzo non c’è». Questo non vuol dire che le politiche della Bce e del suo presidente Mario Draghi siano state inefficaci. «Lo scenario da incubo è stato evitato - commenta Monacelli -. Era quello di vedere l’inflazione e le aspettative di inflazione andare fuori controllo. Ora l’inflazione fondamentale si è assestata abbastanza tranquillamente sopra l’1 per cento e le aspettative di inflazione sono stabilizzate: è un segno del fatto che il mestiere principale del banchiere centrale è stato assolto».

Tuttavia è su un altro aspetto che Monacelli insiste: quando ragioniamo di inflazione spesso lo facciamo nel modo sbagliato. Tendiamo a considerarlo una causa delle politiche commerciali, quando ne è più la risultante. In altre parole, è rischioso pensare che sia l’inflazione a spingere il commercio internazionale; è più la spia di un commercio che si riprende, come effettivamente sembra avvenire nelle ultime settimane, a guardare i segnali che arrivano da grandi hub commerciali come Taiwan e la Corea del Sud. Se c’è invece un effetto che l’inflazione provoca è quello redistributivo, cioè lo spostamento di ricchezza. In particolare, quando l’inflazione cresce si ha uno spostamento di ricchezza dai creditori ai debitori. È debitore chi ha una posizione finanziaria netta, cioè ha più attività (per esempio i depositi bancari) che passività (per esempio un mutuo). Ora, se prendiamo l’economia italiana nel suo complesso, dalla parte dei creditori troviamo le famiglie. Dalla parte dei debitori “il gran pachiderma” dello Stato, con il suo enorme debito pubblico. Quindi, chi beneficerebbe di una fiammata temporanea dell’inflazione, come quella a cui assisteremmo in caso di uscita dall’euro? «Lo Stato», spiega Monacelli. «L’incremento dell’inflazione porta a una redistribuzione, una tassa occulta finanziaria, dalle famiglie allo Stato - argomenta -. Questo è importante chiarirlo perché gli effetti sono molto grandi, anche per livelli moderati di inflazione. Se noi avessimo anche una vampata temporanea di inflazione con una presunta svalutazione, uscendo dall’euro, è bene dire che questa tassa sfavorirebbe le famiglie, perché le famiglie sono tendenzialmente un agente creditore dell’economia».

Se noi avessimo una vampata temporanea di inflazione, uscendo dall’euro, l’effetto sarebbe come quello di una tassa che sfavorirebbe le famiglie per 56 miliardi di euro, perché le famiglie sono tendenzialmente un agente creditore dell’economia

Per capire quanto possa essere grande l’effetto, l’economista mette mano alla calcolatrice. «Ho fatto dei conti sulla ricchezza finanziaria netta delle famiglie e del settore pubblico - spiega -. Supponiamo che i prezzi siano fermi, che l’inflazione sia zero, e che improvvisamente ci sia un rialzo del 10% dei prezzi. E che poi si torni ancora all’inflazione zero. Immaginate quindi l’immagine di uno scalino, perché saremmo tornati a prezzi stabili». Data la posizione netta diversa tra famiglie e settore pubblico, in un Paese come l’Italia, questa dinamica «porterebbe a una redistribuzione a favore dello Stato di 160 miliardi di euro e a una tassa occulta contro le famiglie di 56 miliardi di euro». Per questo motivo il termine “tassa” non è usato a caso. «L’inflazione è il nodo che lega la politica monetaria e fiscale. Controllare l’inflazione ha l’obiettivo di limitare queste redistribuzioni, che possono essere gigantesche».

Si potrebbe aggiungere che, all’interno delle famiglie, i giovani sono più spesso dalla parte dei debitori e gli anziani dalla parte dei creditori, quindi che l’inflazione favorisce i giovani. «Ma non è così che ristabiliamo in modo definitivo le posizioni relative tra giovani e anziani. Per quello servono politiche di più lungo periodo», sottolinea. Per l’ordinario della Bocconi, classe 1968, la mancanza di prospettive di lavoro e crescita per i giovani è un vero cruccio. «L’Italia va vista come una “trappola”. È un paese che da 10-15 anni è in una trappola di scarsa propensione al rischio, che riflette la mancanza di ritorni decenti su qualsiasi attività, imprenditoriale e di investimento. I giovani si buttano poco, rischiano poco, e dove c’è scarsa propensione al rischio c’è scarsa crescita». Quando si è in questa trappola, «portare un po’ di capitali con la tassazione non aiuta a stimolare la propensione al rischio, a fare impresa, ad accettare anche la possibilità che il fare impresa fallisca».

Le ragioni di questo stallo vengono da lontano. «Noi veniamo da una cultura storica di ricerca di assicurazioni in ogni fase della vita economica - commenta il docente -. Il Paese si sta risvegliando da questo sogno, che ora sta diventando un incubo: non c’è più l’assicurazione se si perde il lavoro, non c’è il più settore pubblico come prima. E tale mancanza di assicurazione sta facendo traballare le fondamenta di questo Paese». La responsabilità però non va buttata sui giovani. «Un Paese dove i giovani sono così penalizzati è un Paese in cui si creano dinamiche negative: se gli altri non rischiano, io ho ancora meno voglia di rischiare. Se gli altri si attaccano o ai servizi protetti o al settore pubblico e io sono l’unico che non rischia, e poi le cose mi vanno male, le cose mi vanno veramente male. Al contrario, se intorno a me altre persone rischiano, ho individualmente più propensione al rischio. L’italia da questo punto di vista è tra i peggiori al mondo. Il nostro Paese è come un grande rentier: ci teniamo a galla come dei latifondisti. Abbiamo un grande stock di ricchezza ma le nostre posizioni relative sempre più scemano. Finché questo Paese non sarà in grado di fare una transizione verso una cultura economica e sociale di maggiore propensione a rischiare, avremo anche sempre più problemi di demografia: se non si fanno figli è per mancanza di ottimismo verso il futuro e di propensione a rischiare. È qualcosa che si vede in tutte le ramificazioni della società e dell’economia italiana. È un problema centrale».

«Il nostro Paese è come un grande rentier: ci teniamo a galla come dei latifondisti. Ma finché questo Paese non sarà in grado di fare una transizione verso una cultura economica e sociale di maggiore propensione al rischio, avremo anche sempre più problemi di demografia. Se non si fanno figli è per mancanza di ottimismo verso il futuro»

Cosa dobbiamo invece aspettarci sulle dinamiche dell’inflazione e sugli effetti sugli investimenti? La risposta è arrivata da Sebastiano Picone, head of Sales & CRM di MoneyFarm. Sul breve termine, spiega, l’inflazione è ritornata, sebbene l’impatto dell’energia sia stato fortissimo. Per questo il dato del contesto europeo «va preso con le pinze», dice Picone. Tuttavia, «la notizia positiva è che le aspettative sono positive, quindi il lavoro di Draghi è stato buono. Il contesto statunitense è un po’ diverso, perché gli Usa hanno un’inflazione positiva già da molto tempo, attorno al 2%, e l’obiettivo della Fed non è tanto contenere l’inflazione quanto di ridurre la disoccupazione».

In un mondo in cui l’inflazione cambia verso, anche gli investimenti si spostano. «A partire dal 2014 nei portafogli degli investitori c’è stata una graduale rotazione dall’obbligazionario all’azionario, o comunque dall’obbligazionario governativo all’obbligazionario corporate, perché il tasso di interesse sui Btp a 3 o 10 anni si è compresso tantissimo». Oggi in realtà come l’Italia, aggiunge, i rendimenti di un Btp a 10 anno sono bassi in relazione ai rischi, e per questo «quello che è consigliabile oggi è avere investimenti diversificati. Sull’obbligazionario ha molto senso il variabile, visto che non è impattato dalla variazione della politica monetaria».

E un domani? Per passare dalla fase attuale a una fase di normalizzazione politica monetaria, spiega Picone, ci vorrà del tempo, probabilmente da due an quattro anni. È un contesto in cui bisogna adeguarsi alla transizione. «Il periodo di mezzo tra le due situazioni è mutevole e dinamico. In questo periodo in cui si passa da tassi negativi e da una politica monetaria espansiva alla normalizzazione della politica monetaria, l’investimento obbligazionario su lunghe scadenze è in perdita. Mentre chi ha scadenze brevi può beneficiare di investimenti su altre componenti del portafoglio, di tipo azionario o obbligazionario ad alto rendimento». In un periodo come questo dove la politica monetaria si fa “un pochino da parte” e l’economia reale va avanti da sé, l’inflazione gioca un ruolo importantissimo. «Gli asset class che beneficiano dell’inflazione solitamente sono l‘azionario e poi le materie prime, che riflettono l’andamento dell’inflazione e spesso ne sono la causa - continua Picone -. Nel momento in cui si attraversa questa fase, che può durare alcuni anni, la composizione del portafoglio su livelli di tassi a livelli accettabili consente all’investitore di andare verso l’obbligazionario. In prospettiva sarà una situazione più semplice per l’investitore italiano, che è più abituato da sempre a usare il Btp come forma di investimento».

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