Genitori, smettete di rubare il tempo ai vostri figli

Ribellatevi agli orologi! Le molte attività, l'organizzazione, l'ossessione di preparare i bambini al futuro, non solo stimolano bambini e ragazzi in modo dannoso, ma gli rubano la cosa più preziosa che hanno, il tempo

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foto da pixabay.com

1 Aprile Apr 2017 0830 01 aprile 2017 1 Aprile 2017 - 08:30

"Cerco una mamma che abbia tempo libero", ha scritto sui social Brigit Schulte del Washington Post, ricevendo molta, amarissima, ironia e decidendo, così, di studiare, analizzare, capire davvero se non ne abbiano, a partire da sé stessa, che è mamma e indaffarata.

Le mamme meno indaffarate sono quelle olandesi e danesi e non è un caso che, dei paesi ricchi, quelli dove vivono i bambini più felici siano Olanda e Danimarca. Lo dicono, da diversi anni, un buon numero di sondaggi e classifiche, compresi quelli dell'Unicef. Lassù, i bambini godono di un privilegio che welfare statale e organizzazione sociale erogano e assicurano in grande copia ai loro genitori: il tempo libero. I part time flessibili, i congedi parentali allungati, la giornata lavorativa più corta, la ripartizione equa delle mansioni di accudimento: tutto questo aumenta il tempo a disposizione delle famiglie e fa persino in modo che sia possibile non impegnarlo forzosamente.

La denuncia di bambini oberati di attività extra-scolastiche l'abbiamo sentita spesso, il più delle volte condotta per demolire la formazione improntata all'antagonismo costante cui vengono sottoposti i bambini. Più raramente, invece, il piano dell'analisi è stato quello del tempo. Eppure, l'ossessione prematura dei genitori per la preparazione, la produttività e la competitività dei propri figli è generata anche dal pessimo rapporto che gli adulti intrattengono con il tempo e che si ripercuote innanzitutto sui bambini.

La denuncia di bambini oberati di attività extra-scolastiche l'abbiamo sentita spesso. Più raramente, invece, il piano dell'analisi è stato quello del tempo

Non siamo indaffarati: siamo sopraffatti. Overwhelmed, dicono gli americani, servendoci la patologia più antica del mondo come fosse figlia dei tempi. Che la vita sia più lunga di quanto crediamo lo diceva già Seneca, che invitava all'ozio e alla vita ritirata per ripararsi dalla frenesia, dalla corruzione e dalla schiavitù del potere, il cui esercizio è, per gli uomini, la più grossa e irreparabile perdita di tempo. L'uomo massimamente infelice era per Seneca colui che non aveva avuto mai un giorno di riposo, ne puero, nemmeno da bambino.

Ma vuoi mettere Seneca con le giornaliste americane. Overwhelmed, sopraffatto, è il titolo del libro che Brigit Schulte ha scritto a margine della sua indagine antropologica e cronometrica, grazie alla quale, dal credersi disperatamente senza tempo, ha finito col capire di non dedicare a sé stessa tempo sufficiente. Un tempo da svuotare e non da riempire. Un tempo d'otium e non di negotium. Il libro sta facendo discutere in America e la27esima Ora del Corriere della Sera (blog femminile dal nome inequivocabile: alle donne una giornata intera non basta mai) lo ha segnalato nei giorni scorsi, apparentandolo alla discussione sull'operosità esasperata come status symbol e obbligo sociale. Riempire le giornate di appuntamenti, esperienze, attività, impegni è proprio di chi ha la sensazione di avere poco tempo per sé o di chi ne ha effettivamente poco, che così s'illude di fermare i minuti, rendendoli fruttuosi. Tutte le indagini sono concordi nello stabilire che siano le donne a disporre del minor tempo a disposizione: anche quando sono libere, si occupano di qualcuno o qualcosa.

La vera questione dell'iperattività dei bambini riguarda il tempo. Lo sottolineano diversi studi e perfino in Hook di Steven Spielberg (1991), quando il figlio si ribella al padre assente, prende a martellate decine di orologi

È legittimo supporre che questa malformazione, che affligge uomini e donne, madri e padri, si sia trasferita nell'organizzazione del tempo dei figli? L'iper-stimolazione cui i bambini vengono sottoposti è malsana: nell'ultima edizione di Educa 2016, il Festival dell'Educazione che si tiene ogni anno a Rovereto, molti esperti hanno sottolineato l'importanza di tutelare il diritto alla lentezza dei bambini.
Oberati di compiti e disparate attività (dalle lezioni di basket a quelle di equilibrismo, dai workshop di scrittura ai pomeriggi al museo, dalle conversazioni in lingua straniera ai corsi di musica), non solo perdono il gusto della scoperta e, riducendo il tempo disinteressato del gioco, riducono la loro spensieratezza, ma manifestano anche stress, ansia da prestazione, iperattivismo: disagi psichici e nevrosi decisamente da adulti.

Il riparo artificiale tentato in alcune scuole è piuttosto sconcertante: qualche anno fa, quando venne fuori che i bambini inglesi erano tra i più depressi e stressati del mondo ricco, venne fuori la testimonianza del preside del prestigioso Wellington College, Anthony Sheldon, il quale disse di aver creato "classi di felicità", dove ai bambini veniva insegnato come essere felici.
Ancora più inquietante: per Sheldon, quel metodo aumentava esponenzialmente la produttività scolastica degli alunni. Ma investire sui bambini dovrebbe essere qualcosa di diverso dal metterli a profitto. Se, però, l'idea che ci governa è quella di mettere a profitto il tempo, è evidente che la sfumatura è compromessa: cambiamo le diciture, anziché workshop diciamo incontro, anziché lezione diciamo open class, ma la sostanza non cambia.
Il tempo di cui le donne, secondo Schulte, devono riappropriarsi è un tempo per sé da non riempire con nulla. Il tempo dell'ozio creativo, cui richiamava, in un'intervista su D-La Repubblica, anche lo psicologo "coach familiare" Massimo Lastella, secondo il quale "lo spazio pieno e scandito non permette la riflessione, il tempo della sedimentazione, fondamentale per il nostro cervello. Ritmi cadenzati e strutturati riducono la capacità di gestirsi autonomamente e di escogitare strategie alternative". In Hook di Steven Spielberg (1991), quando il figlio si ribella al padre assente, prende a martellate decine di orologi. È Capitan Uncino ad aizzarlo, nel solo momento di empatia autentica che mostra in tutto il film. Nel paese delle meraviglie di Alice l'orologio da polso del Bianconiglio finirà anch'esso sotto una scure, affinché lo stupore non s'incagli e la realtà non s'intrometta troppo nel viaggio della piccola.

Ogni rivoluzione passa dalla distruzione del tempo. Ogni atto creativo è insofferente all’orologio. Lastella, come molti altri, parla di "ozio creativo". Da questa creatività, tuttavia, sembriamo voler anestetizzare i bambini, pur servendogliela continuamente, in modo estenuante e manierato, sotto forma di processo formativo, di crediti, di lezioni. "Per tornare a crescere bisogna oziare di più", titolava a gennaio scorso il Sole24Ore. Il tempo libero per il gioco (possibilmente senza genitori – sia paranoici sia sani, sia giovanili sia senili – di mezzo) è il primo punto, il più importante, del Metodo danese per crescere bambini felici ed essere genitori sereni, il libro che Joelle Alexander ha pubblicato nel 2014, dopo uno studio attento della Danimarca, il paese che per oltre quarant'anni ha conquistato il World Happiness Report, la classifica dei paesi più felici al mondo.
La quaestio complessa che sta nel rapporto, inevitabilmente teso, tra la necessità dell'istruzione e la tendenza irresistibile al gioco, che ha dato adito a discutibili pratiche e teorie autarchiche (le lettere di padri orgogliosi di non far fare i compiti ai figli, circolate nei mesi scorsi sui social network, ne sono esempio), non hanno a che vedere con il richiamo al disinteresse, alla "magia della noia" (Motta, cantautore millennial), alla lentezza improduttiva che devono regolare in massima parte il tempo fuori dalla scuola.

Nè si deve pensare che l'educazione contemporanea sia stata la sola a portare il segno delle ossessioni degli adulti: in uno dei suoi ultimi saggi su Pinocchio, Daniela Marcheschi, critica letteraria e docente universitaria, tra le massime esperte di Collodi in Italia, scrive che "la pedagogia ottocentesca proponeva, insieme al culto della patria, il culto del vero". Per questo, aggiunge, anche l'amatissimo Collodi predilesse sempre "le storie di cose". A riempire davvero la nostra vita, indica Paola Mastrocola, scrittrice e insegnante, in un suo bel libro del 2015, sono le cose inutili. "L'esercito delle cose inutili".

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