La nuova vita di Ilaria Capua: “Chi salverà l’Italia? La scienza e le ragazze”

Parla la virologa, prosciolta dall’accusa di essere una trafficante di virus: «La comunità scientifica e le istituzioni non hanno speso una parola per difendermi. Il nostro Paese si salva se mette al lavoro le ragazze. Anche nelle scienze dure»

ILARIA CAPUA Scialle 2016
1 Aprile Apr 2017 0830 01 aprile 2017 1 Aprile 2017 - 08:30
Osservatorio Non Food 2017

«Ho scritto questo libro per mia figlia, che è stata travolta da questa storia quando aveva dieci anni, affinché lei possa capire, un giorno, cos’è successo alla sua famiglia e perché vive dall’altra parte del mondo». Ilaria Capua è su un treno, che da Torino la sta portando a Padova. La sera prima era a Milano. Fino a poco più di quattro anni fa era semplicemente una brillante scienziata italiana. Oggi è la personificazione di almeno tre mail atavici del nostro Paese: il cortocircuito giudiziario-mediatico in grado di fare a pezzi la reputazione pubblica di un presunto innocente, l’incapacità di trattenere le menti più brillanti nel Belpaese e l’idiosincrasia tutta italiana nei confronti della scienza.

“Io, trafficante di virus” (Rizzoli, 2017) è il titolo del libro e si riferisce, ovviamente, alla vicenda giudiziaria che l’ha vista protagonista e l’ha sbattuta in prima pagina sul importante settimanale italiano - lei, appena eletta parlamentare, inserita dalla rivista “Scientific American” tra i 50 scienziati più importanti al mondo, e dall’Economist tra i personaggi più influenti del pianeta - con una copertina che recita, testuale, di «accordi tra scienziati e aziende per produrre vaccini e arricchirsi», e di «ceppi di aviaria contrabbandati per posta, rischiando di diffonderli», accusa questa che se fosse stata confermata le sarebbe costata l’ergastolo. Prosciolta, dopo due anni di odissea giudiziaria che le è costata le dimissioni da parlamentare, oggi Ilaria Capua dirige l’istituto per le patologie emergenti dell’Università della Florida: «Sono rimasta ostaggio della giustizia per tre anni in un meccanismo complicato che non conoscevo e non ho potuto vivere la mia vita come avrei voluto. E poi ci hanno rimesso gli italiani. Ero una parlamentare e non ho potuto fare il mio lavoro. C’era da guidare un gruppo parlamentare sull’HIV io non lo potevo fare. Ero in parlamento per quello, ma non ero credibile. Queste accuse ti fanno perdere la credibilità».

Si riferisce alle opposizioni?
Gli attacchi dell’opposizione e di alcuni membri del parlamento ci stavano, intendiamoci. Forse non con quei toni, certo, perché il rispetto della persona dovrebbe venire prima di tutto, soprattutto per imputati per i quali dovrebbe esserci presunzione d’innocenza. No, non sono loro ad avermi amareggiato.

Chi, allora?
Le istituzioni, che in teoria dovevano stare dalla mia parte, non hanno detto una parola per difendermi. Le racconto un episodio che credo renda l’idea: nel caso di Minzolini, recentemente, si è detto che sia prassi rifiutare le dimissioni alla prima presentazione. Con me non è successo. Le hanno accettate subito. Mi hanno espulsa dal Parlamento e dalle istituzioni senza alcun riguardo. Lì davvero mi sono sentita carne da macello.

Una curiosità: quando è stata prosciolta, qualcuno dei suoi colleghi l’ha chiamata per chiederle scusa?
La mattina del proscioglimento mi ha chiamato una parlamentare del Movimento Cinque Stelle che sul suo sito aveva scritto parole di fuoco. Silvia Chimenti, mi pare si chiamasse.

Che le ha detto?
Che si scusava. E che quel post non l’aveva scritto lei, ma il suo assistente.

La comunità scientifica italiana?
Silenzio totale. Sia quando sono stata accusata, sia quando sono stata prosciolta non hanno mai detto una parola per difendermi. Come se abitassi su un altro pianeta. Il primo che ha scritto per difendermi, dopo due anni, è stato Paolo Mieli.

Adesso in qualche modo, su un altro pianeta c’è finita davvero. A proposito, di cosa si occupa in Florida?
Io ho preso in mano un centro d’eccellenza sulle malattie emergenti, declinando l’attività di ricerca all’interno dell’approccio “One Health” - che si occupa della salute integrata dell’uomo, dell’animale e dell’ambiente - provando a usare i big data per risolvere problematiche sanitarie complesse.

«La comunità scientifica italiana? Silenzio totale. Sia quando sono stata accusata, sia quando sono stata prosciolta non hanno mai detto una parola per difendermi. Come se abitassi su un altro pianeta»

Un esempio?
Io ora sto lavorando a una malattia delle arance californiane simile alla Xylella che colpisce gli ulivi. Per farlo, non puoi studiare solo il batterio, o il vettore, o il tipo di arancia, ma devi valutare l’impatto di decine di altri fattori, dal microbioma al riscaldamento globale, sino all’uso di pesticidi. La mia idea è sviluppare modelli che combinino dati scientifici per sviscerare i nodi centrali dei problemi, per poi mettere a lavorare dei sistemi di intelligenza artificiale. L’obiettivo è prendere delle decisioni che abbiano cognizione di causa. Un altro esempio?

Prego…
Noi lavoriamo con Haiti, uno dei paesi più poveri al mondo, al pari del Niger e del Burkina Faso. Domanda: perché in mezzo ai Caraibi c’è un Paese così povero? Perché sono geneticamente diversi? Perché fanno Voodoo e bevono il sangue di pollo? Perché si sono ribellati agli schiavisti? Noi cerchiamo di mettere tutto assieme. E stiamo organizzando percorsi formativi per i professionisti che vanno a lavorare lì.

In Italia tutto questo non si poteva fare?
Io mi sono rassegnata al fatto che la scienza, qui da noi, non interessi. In Italia si parla di scienza solo se c’è una disgrazia in famiglia. Intendiamoci, non è un fenomeno solo italiano, ma riguarda anche l’Europa e gli Stati Uniti d’America. Se ci pensa uno dei colpi più duri ai vaccini è partito dall’Inghilterra, da questo medico di nome Andrew Wakefield, che aveva fatto questa correlazione presunta tra autismo e vaccinazioni. Il suo studio era carta straccia ed è stato subito smentito, ma oggi in Inghilterra c’è un intera generazione non vaccinata contro orecchioni, morbillo e rosolia e ci sono stati casi gravi di malattia. È un problema più generale, quello del disinteresse e della superficialità verso le materie scientifiche.

Ok, però all’estero investono nella ricerca scientifica, perlomeno…
C’è una questione di priorità errate. Quel che alcuni nostri governanti, nel corso degli anni, non hanno afferrato è che scienza e ricerca sono il motore della competitività. Dalla creazione di nuove forme di materializzazione dell’intelligenza umana in campo biomedico, ingegneristico arrivano scoperte e applicazioni per far girare l’economia. Per quanto possa essere banale dirlo, negli Usa c’è molta meno resistenza all’innovazione. Io porto avanti idee in controtendenza con quel che si è fatto fino adesso. Là sono incentivata a farlo, in Italia di chiudono le porte. Ti dicono: «Sai che potresti avere ragione?». Là c’è un sostegno delle nuove idee a prescindere. Qui, a prescindere, c’è uno svilimento delle nuove idee.

Però quando si tratta di mettere in discussione un medico che consiglia di vaccinare i figli, siamo i primi a mettere in discussione lo status quo…
È un atteggiamento populista di autogestione, e purtroppo è sempre più presente tra le persone. Io so meglio quello che è per me. Prima c’è la psicosi contro i vaccini perché fanno diventare autistici. E poi tutti vogliono vaccinarsi per la meningite appena sento al telegiornale che ci sono stati un paio di casi a distanza ravvicinata. La diatriba vaccini si o vaccini no è molto umorale, ma nei confronti della scienza non si può avere un atteggiamento umorale o irrazionale. Scegliere di prendere l’antibiotico per tre settimane anziché per una non è come scegliere di andare al mare o in montagna. Anche perché è così che si alimenta il fenomeno dell’antibiotico-resistenza, che in Italia è un problema molto grave.

È un problema di ignoranza?
No, assolutamente. Io ho amici, di un livello culturale elevato, che non vaccinano le figlie per il papilloma virus. Anzi, peggio ancora: prima mi chiedono cosa dovrebbero fare. Io ci perdo un quarto d’ora a spiegare loro perché bisognerebbe vaccinare pure i figli maschi. E poi loro non lo fanno comunque.

A proposito di maschi e femmine: perché ci sono così poche ragazze tra chi studia le cosiddette “scienze dure” come matematica, ingegneria, informatica? Angela Merkel dice che questa è la vera battaglia per l’equità di genere…
Beh, è una scienziata, quindi chi meglio di lei? Battute a parte, è vero, è un problema culturale ed è piuttosto serio. C’è un movimento molto forte che si chiama Girls in Stem (acronimo di science, technology, engineering and mathematics, ndr) e io l’ho sempre sostenuto. Ho fatto pure un Ted a Pompei nel 2015 in cui parlo di questo. Ma il problema è più ampio, in realtà.

In che senso?
Nel senso che non possiamo permetterci che le ragazze si laureino e poi vadano a fare un lavoro part time. Al di là del discorso scienza bisogna convincere le ragazze che perpetrazione della specie e gratificazione professionale devono coesistere. Le ragazze devono seguire la loro passione e rispettare tutte le ore che hanno passato sui libri e ridare alla società il miglior contributo possibile.

Perché dice che bisogna convincere le ragazze? Forse andrebbero convinti i politici, non trova?
Io negli Usa ho iniziato un ciclo di seminari denominato “Ladies 4 leadies” nel quale donne mature raccontano non la loro vita professionale, ma come hanno risolto le difficoltà di una vita che in alcuni momenti ha avuto bisogno di una forza maggiore per affrontare determinate difficoltà. Ad esempio, c’era questa collega che lavorava come agronoma in Angola e nonostante tutte le difficoltà del caso lei e il marito ci hanno fatto nascere e ci hanno cresciuto due bambini. È difficile, ma è possibile farlo. Così com’è possibile, come nel mio caso, ricominciare una vita a cinquant’anni.

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