Fate stare zitti i nonni: Mussida, Lavezzi e Mogol vogliono uccidere il Festival di Sanremo

Altro che "ammazzare i padri", qui bisogna "ammazzare" i nonni. Tre grandi attempati autori vogliono riportare Sanremo al format iniziale, che però coincide con quello dei Talent. Sarebbe la palata di terra definitiva su Sanremo, sugli autori, e sui cantautori

Sanremo Carlo Conti Microfono Nastro Arcobaleno
3 Aprile Apr 2017 1100 03 aprile 2017 3 Aprile 2017 - 11:00

Intendiamoci, a dire che si stava meglio quando si stava peggio si fa sempre del bene, perché oggi siamo in un periodo di decadenza che Dio ce ne scampi e liberi. Però, a voler essere un pochino più razionali, e a guardare le cose per come stanno, a sparare nel gruppo senza prendere bene la mira si rischia a volte di dire cazzate, finendo, se possibile, di prospettare una realtà peggiore pure di quella che stiamo vivendo.

Ora, fatto salvo che stiamo parlando di canzonette e non di economia internazionale, è il caso di dire che la petizione che Mogol, Mario Lavezzi e Franco Mussida, con a cascata tutta una serie di altri insigni personaggi della nostra canzone d'autore hanno presentato è una emerita cazzata.

Questi i fatti, venerdì 31 marzo i nomi di cui sopra indicono una conferenza stampa, con una certa urgenza, fanno sapere. Il motivo, apparente, è appunto una petizione il cui tema è il Festival della Canzone Italiana di Sanremo, o meglio una richiesta di modifica del regolamento del suddetto Festival, e la petizione, che ha come titolari i nomi di cui sopra, cui vanno aggiunti quelli altrettanto insigni di Alberto Salerno, Cheope, Gianni Bella e tanti altri, è diretta alla Rai, al Comune di Sanremo e addirittura al Ministro della Cultura Dario Franceschini.

Mogol, Lavezzi, Mussida e gli altri hanno deciso di lanciare una petizione per cui ogni anno una commissione, presieduta dal direttore artistico, dovrebbe selezionare una ventina di brani d'autore

Cosa ci sarà mai di tanto urgente da comunicare, per cui si indice una conferenza stampa che fa slittare in avanti quella già fissata per il lancio del nuovo album di Levante? Semplice, Mogol, Lavezzi, Mussida and company hanno guardato alle ultime edizioni del Festival, quello per intendersi che sotto la guida di Carlo Conti ha fatto ascolti da televisione bulgara, e sono giunti alla conclusione, boom, che non è più il festival della canzone ma degli interpreti. Notiziona, eh. Però il Sanremo ospita in teoria il Festival della Canzone Italiana, e i nomi di cui sopra sono nomi legati al mondo dell'autorato, quindi, ecco la seconda notiziona, hanno deciso di lanciare una petizione per cui il regolamente dovrebbe cambiare radicalmente, tornando in sostanza alle sue origini. Ogni anno una commissione, presieduta dal direttore artistico, dovrebbe selezionare una ventina di brani d'autore. Scelti i brani la commissione presieduta dal direttore artistico dovrebbe assegnare i venti brani a venti interpreti, presentati da case discografiche e management.

Ora, fermiamoci.

Stiamo vivendo quelli che potremmo serenamente definire anni di merda, per la musica leggera italiana per un semplice motivo, da che esistono i talent sono tornati in auge gli interpreti. Non interpreti qualsiasi, ma interpreti che escono dai talent, quindi giovani anche bravi tecnicamente, ma fondamentalmente anaffettivi e del tutto incapaci di trasmetter altro che fastidio. Non basta. I giovani, che come si sa si trovano a vivere per qualche mese sotto i riflettori, diventando famosi ben prima di avere un prodotto da mettere nel mercato, una volta finiti i talent cui partecipano, si trovano in quattro e quattr'otto a sfornare lavori in cui, giocoforza, interpretano canzoni che gli autori hanno scritto senza sapere esattamente per chi. Funziona così, ci sono alcuni autori, un gruppetto limitato, sempre quello, che scrivono per questi ragazzi. Dario Faini, Roberto Casalino, Alessandro Raina, Ermal Meta, faccio i primi nomi che mi vengono in mente.
Loro scrivono, spesso insieme, poi gli editori li passano alle case discografiche, e avviene l'incontro tra l'interprete X e la canzone Y. Risultato, nove volte su dieci ci sono canzoni anonime cantate da interpreti fuoriluogo. Di questo, giustamente, ci si lamenta. Anche a gran voce. Nessuno scrive più come faceva, per dire, un Ruggeri per la Mannoia, o un Fossati per Mia Martini. Si scrive e poi qualcuno canterà, amen.

Qual è quindi, di fronte a questo brutto sistema, la soluzione proposta da Mogol, Lavezzi e Mussida? Semplice, spostiamo questo meccanismo di merda anche a Sanremo. In barba al fatto che, proprio loro, Mogol, Lavezzi, altri firmatari come Alberto Salerno o Gianni Bella, hanno sempre lavorato a stretto contatto con gli interpreti

Qual è quindi, di fronte a questo brutto sistema, la soluzione proposta da Mogol, Lavezzi e Mussida? Semplice, spostiamo questo meccanismo di merda anche a Sanremo. In barba al fatto che, proprio loro, Mogol, Lavezzi, altri firmatari come Alberto Salerno o Gianni Bella, hanno sempre lavorato a stretto contatto con gli interpreti dei loro brani, cucito canzoni su di loro, lavorato come bravi sarti per far calzare bene i brani a chi li avrebbe dovuti cantare. Non solo, tutto questo manda anche a puttane quel simpatico fenomeno che si chiama cantautorato. Io sono un cantautore, firmo un mio brano, lo mando al direttore artistico del Festival e magari si trova a cantarlo Lo Strego, da poche ore eliminato dalla sedicesima edizone di Amici. Che faccio? Mi sparo, ovvio.

Non fosse che in coda a detta conferenza stampa Mogol, Lavezzi e Mussida hanno rilanciato un concorso per giovani under 25, di cui non faremo il nome tanto per non passare da coglioni che abboccano al primo amo lanciato in mare, verrebbe da dire che i suddetti personaggi si siano rincoglioniti. Che, con atteggiamento luddista, per combattere il progresso abbiano pensato a costruire una macchina del tempo per tornare nel passato.

Ecco, senza voler dire che a una certa età è bene farsi da parte, perché nomi come questi meritano rispetto e perché siamo certi che potrebbero ancora tirare fuori grandi canzoni, viene da dire che, magari, sarebbe il caso un po' di mollare la presa. Mogol, Lavezzi, Mussida, scrivete belle canzoni, ne abbiamo bisogno, ma non provate a fare la rivoluzione, perché tornare al passato non è una rivoluzione, è solo tornare al passato.

Una volta si diceva che per emergere era necessario ammazzare i padri, qui si tratta di ammazzare i nonni, e francamente la cosa mette in imbarazzo.

La vera rivoluzione per il Festival sarebbe un'altra, che però non può certo passare da una petizione e da una conferenza stampa, che si scelgano belle canzoni e bravi interpreti, fuori da consorterie e favoritismi. Venti belle canzoni cantate da venti bravi artisti. Quella sì che sarebbe una rivoluzione, con o senza scuole per cantanti o concorsi per giovani artisti da pubblicizzare.

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