Ecco perché le banche venete sono degli zombie senza speranza (e solo il fintech le potrà salvare)

Popolare di Vicenza e Veneto Banca vanno verso una ricapitalizzazione precauzionale garantita dallo Stato, ma questo non basta a ricostruire una fiducia compromessa con i clienti. All’agonia infinita è preferibile una nuova storia che si basi sull’efficienza data dalla tecnologia

Leone Venezia

Il leone alato di San Marco, a Venezia

ANDREAS SOLARO / AFP

6 Aprile Apr 2017 1146 06 aprile 2017 6 Aprile 2017 - 11:46
WebSim News

«Il marchio è sputtanato. I portafogli clienti si bruciano. E trovarne di nuovi con questi brand è difficilissimo». Per le due banche venete è da queste considerazioni, fatte da uno dei tanti bancari del gruppo Veneto Banca, che bisognerà ripartire, una volta chiusa la partita con l’Europa. La Bce ha dato un primo via libera alla ricapitalizzazione precauzionale da parte dello Stato a favore di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Il conto sarà di 6,4 miliardi e in mezzo c’è l’ostacolo delle seconde forche caudine, quelle rappresentate dalla commissaria alla Concorrenza della Commissione Ue, Margarethe Vestager. Durante una conferenza stampa di mercoledì 5 aprile, la commissaria ha detto che le due banche pesano singolarmente solo per il 2% del mercato italiano e ha insistito sulla differenza con la più grande Mps. Sono segnali che fanno alzare le antenne. Così come una frase significativa: se il processo è indietro, ha detto, è anche perché «da parte italiana, non sono completate le valutazioni su come queste due banche debbano andare avanti». I conti, d’altra parte, vanno ancora fatti e l’entità delle rettifiche sui crediti deteriorati previste per il 2017 potrebbe essere determinante. In base ai calcoli che Gianluca Codagnone, managing director di Fidentiis, riporta a Linkiesta, se le perdite nel 2017 superassero una quota di poco inferiore ai 3 miliardi di euro, potrebbe saltare uno dei requisiti della ricapitalizzazione precauzionale, legata al rispetto della soglia minima di patrimonio definita dal total capital ratio. «Siamo sul filo del rasoio. Se la DG Comp - ossia la direzione concorrenza della Commissione - dicesse che le condizioni sono peggiorate, questo potrebbe significare il superamento delle soglie».

Ma se anche tutto il processo conducesse all’esito positivo di una grande toppa statale, rimarrebbe una semplice domanda: ”E poi?” Sarebbe un calcio alla lattina che condurrebbe presto a un ritorno al punto di partenza, come ha sperimentato il fondo Atlante? Potrebbe la banca risultante dalla fusione replicare il modello di banca del territorio, o sarebbe un’agonia? E la soluzione potrebbe essere il passaggio netto di gestione sul modello Fintech?

Di certo i marchi di Popolare di Vicenza e Veneto Banca, oggi, sono di infamia. Sono cambiati i vertici, si sono tagliati i compensi dei dirigenti, ma la crisi di fiducia è tutta lì, dopo i danni subiti da decine di migliaia di azionisti. Tra Vicenza e Treviso chi non è stato colpito direttamente conosce almeno un amico che si è ritrovato azzerato o quasi (le transazioni nel caso di Veneto Banca hanno risarcito il 15% del valore delle azioni) dopo essersi fidato di un dipendente di una delle due banche e dei loro dirigenti. Gli emolumenti milionari per questi, assieme ai favori di cui hanno goduto poche aziende privilegiate, alimentano la rabbia sul territorio: “veneti traditi da veneti” è una frase che rimane a lungo nella memoria. «In questo periodo, per noi concorrenti, portare via clienti alla Vicenza è facile come vendere gelati di fronte alle scuole elementari», ha raccontato a Franco Vanni di Repubblica un dipendente di una banca concorrente di Popolare di Vicenza, nella città palladiana. A parlare, oltre alle persone, sono i dati. C’è una fuga di depositi e un crollo del margine di intermediazione. Nella Bpvi nel 2016 le masse intermediate sono scese del 14%, ossia di 8,8 miliardi, i proventi operativi sono scesi del 31%, le commissioni nette legati ai servizi di gestione e intermediazione del 44 per cento. Peggio ancora è andata a Veneto Banca: masse intermediate giù del 17% (-12 miliardi), proventi operativi inferiori del 34%, commissioni nette del 22 per cento.

Vanno via i depositi, i cui interessi sono oggi prossimi a zero, e arriva la liquidità a pagamento. È proprio il costo di questo “funding” ad aver fatto abbassare il margine di interesse di un quarto a Vicenza e a Montebelluno. Come ha ricordato Silvia Merler in un’analisi per il think tank Bruegel, l’indicatore LCR (Liquidity Coverage Ratio) al 31 dicembre 2016 era pari al 37,9%, con un calo vertiginoso rispetto al 113,3% del 30 giugno 2016. Perché tornasse sopra il coefficiente minimo del 90% richiesto per il 2017 è servita l’emissione (effettuata il 3 febbraio 2017) di un’obbligazione garantita dallo Stato per un importo di 3 miliardi di euro. Altra liquidità è arrivata con finanziamenti presso la Bce, attraverso operazioni di funding garantito da controparti istituzionali: l’esposizione in Bce alla fine del 2016 era pari a 6,4 miliardi euro, di cui 4,7 miliardi di euro costituiti da fondi Tltro 2.

Se anche tutto il processo di negoziazione con l’Europa portasse a una toppa statale, rimarrebbe una semplice domanda: ”E poi?”

Tutto questo ci dice che la situazione oggi è grave. “E poi?”. Poi, se da Bruxelles arriverà un ok si passerà al burden sharing: pagherebbero azionisti (cioè Atlante) e gli obblicazionisti subordinati, ma non quelli senior. Se si replicasse lo schema seguito per Mps, tra i subordinati pagherebbero solo gli investitori istituzionali, mentre quelli retail vedrebbero convertiti i propri bond in obbligazioni ordinarie. L’incendio potrebbe spegnersi è potrebbe tornare la fiducia? Se il marchio rimanesse lo stesso, sicuramente no. Se, dopo la fusione tra Veneto Banca e Vicenza, si andasse verso un rebranding, un piccolo effetto psicologico potrebbe avere luogo (chi oggi associa il nome Widiba ai guai di Mps, di cui è la banca online?), ma sarebbe limitato a chi ha la memoria corta. «La sensazione prevalente, tra la rete di Veneto Banca, è che un rebranding da solo non basterebbe, l’unica strada sembra quella di farla assorbire da un’altra banca», continua il bancario. «Con i dipendenti tagliati, gli stipendi bassi dei lavoratori giovani rimasti dopo gli scivoli pensionistici e poche filiali, potrebbe arrivare un fondo o una banca straniera».

Molti però vedono come unica soluzione una strada più drastica: il passaggio, direttamente, a un modello di banca Fintech. Significa cambiare praticamente tutto: mettere al centro non più le filiali ma i processi automatizzati e l’infrastruttura cloud, con tutte le declinazioni del caso (l’analisi di big data, l’uso di roboadvisor eccetera). Come ha mostrato una recente analisi di Accenture Finance, un percorso possibile è quello che prevede, tra la banca tradizionale e il modello “digital first”, una fase intermedia da “digital switcher”, con costi operativi che si tagliano del 25% e non del 50% per il mantenimento di più filiali. Nel caso di una banca che si trovasse nelle condizioni sfavorevoli delle due venete, però, si potrebbe pensare di accelerare il passaggio? «La mia opinione è che le due banche non hanno possibilità di riprendersi, il danno reputazionale può durare altri 10 o 50 anni - commenta a Linkiesta Fabio Bolognini, fondatore della società di consulenza finanziaria Linkerbiz e cofondatore della piattaforma Workinvoice -. In queste condizioni è meglio pensare una banca completamente nuova, di tipo Fintech». Un precedente recente è quello della Banca Popolare Lecchese, ora Banca Progetto: Banca Popolare d’Etruria l’ha venduta al fondo americano Oaktree, che ha immaginato per il piccolo operatore locale un percorso di crescita nazionale, senza filiali e con 150 dipendenti e 300 consulenti. In quel caso le filiali da chiudere furono solo cinque. Nel caso delle due banche venete si tratterebbe di mettere in risoluzione la società, venderne pezzi, gestire esuberi altissimi. Non un passo semplice, politicamente incandescente. «Ma serve il coraggio di cambiare lo spartito. La gente si deve dimenticare di Popolare di Vicenza e Veneto Banca, al suo posto deve nascere una banca efficiente e con una storia nuova», aggiunge il curatore di Linkerblog, che a una fotografia della situazione dei due istituti ha dedicato una serie di post.

«La mia opinione è che le due banche non hanno possibilità di riprendersi, il danno reputazionale può durare altri 10 o 50 anni. In queste condizioni è meglio pensare una banca completamente nuova, di tipo Fintech»

Fabio Bolognini

Secondo Luca Erzegovesi, professore di finanza all’Università di Trento e curatore del blog Aleablog, prima di parlare di risoluzioni o liquidazioni, bisogna vedere il Piano industriale delle due banche post-fusione. «Il giudizio si potrà dare conoscendo i piani di riorganizzazione. La chiusura di sportelli potrebbe essere più alta che per Mps - commenta -. Bisogna considerare a fronte dei tagli quali investimenti saranno previsti: servono soldi per lo smaltimento della rete, per gestire gli esuberi, per cambiare i sistemi informativi o per passare a un modello fintech, cosa che implica acquisizioni di piattaforme per competere con realtà andate molto più avanti in questi anni». Il piano è in fase di definizione ed è stato mostrato alle autorità di vigilanza e alla Commissione europea. Nel riassunto per titoli sul bilancio 2016 di Popolare di Vicenza c’è un riferimento a un “potenziamento dei servizi di multicanalità”. Erzegovesi non minimizza le difficoltà di banche che definisce “devastate”, né le responsabilità di una vigilanza che ha chiuso troppi occhi. Ma di fronte alle frasi sibilline di Margarethe Vestager, che lasciano aperta l’opzione di una risoluzione - e non la più morbida ricapitalizzazione precauzionale -, mette in guardia sul fatto che possa «scatenarsi un caos». Lo Stato avrebbe da perdere su più fronti: sulle obbligazioni garantite dallo Stato, innzanzittutto. Ma anche sulle Tltro, che sono raccolta garantita da titoli e prestiti, e che non sono soggette al bail in; ma che sono esposte al rischio di perdita di valore della garanzia. Altro “collateral” è costituito da bond emessi da Bpvi prima del 2016 che potevano essere stanziati come collateral in Bce: il rischio passerebbe allo Stato.

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