Perdete ogni speranza, le cose in Siria possono soltanto peggiorare

È inutile anche solo sperare in una soluzione della guerra, pacifica o bellicosa che sia. In Siria, allo stato attuale, ogni scenario produce ulteriore instabilità e nuovi potenziali conflitti. E gli interessi sull’area di Usa, Russia e Turchia possono solo produrre nuovi guai

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ABDULMONAM EASSA / AFP

6 Aprile Apr 2017 1100 06 aprile 2017 6 Aprile 2017 - 11:00

Forse dovremmo fare un bel respiro e dircelo, una volta per tutte, che non c’è soluzione al caos siriano. O meglio, che noi occidentali non possiamo fare un bel nulla per risolverlo.

Primo: perché l'opinione pubblica occidentale, per avallare un intervento, ha bisogno di un buono, o perlomeno di un amico, da sostenere o per il quale fare il tifo. E in Siria, spiacenti, un “buono” non c'è. Non per i nostri standard. Non lo Stato Islamico, ovviamente. E nemmeno Bashar Al-Assad, un dittatore, comunque la si voglia girare, sostenuto da milizie terroriste come Hezbollah, a prescindere dal fatto che abbia davvero attaccato con armi chimiche il villaggio di Khan Sheikun, nei pressi di Idlib. Non lo sono nemmeno i ribelli, che ben poco hanno a che spartire con i giovani che chiedevano la destituzione del presidente nelle piazze di Damasco in quelle che troppo frettolosamente abbiamo salutato come primavere arabe, tra i quali spiccano le milizie jihadiste di Jabhat Fatah al Sham, che prima dello scisma del 2016, era anche nominalmente una filiale siriana di Al Qaeda.

Potrebbero esserlo i curdi - laici, marxisti, pure femministi - e infatti è a loro che gli americani si sono affidati per combattere lo Stato Islamico. Ma qui - secondo -subentra la realpolitk. In particolare, l’ovvietà che non possono essere loro, nemici giurati per Turchia, primo alleato occidentale nell’area e secondo esercito della Nato, a garantire la stabilità siriana. Né possono esserlo, ovviamente, i ribelli para-qaedisti e lo Stato Islamico. Rimane solo Assad, quindi, nonostante sia sostenuto dalla Russia, cosa che piace poco agli Stati Uniti, e da Iran e Hezbollah, cosa che piace molto poco a Israele, alla Turchia, ai Sauditi e al resto degli emiri del Golfo. Domanda: è stabile un assetto inviso agli Stati Uniti, agli israeliani e a tre quarti del Medio Oriente?

Terzo: anche ammettendo che vi sia una parvenza di stabilità, in un assetto in cui Assad torna a dominare la Siria, dovremmo pure chiederci quanto sia realistico pensare a una sua vittoria in tempi relativamente brevi, pur con tutto il sostegno russo e americano, visto che a oggi controlla meno della metà del territorio siriano. O meglio, quanto sia realistico pensare di poter assistere a un’ulteriore recrudescenza del conflitto, all’orrore che indigna le nostre coscienze, tanto più se riguarda dei bambini - a proposito: di bimbi in Siria, solo nel 2016, ne sono morti 625, 17mila dall’inizio del conflitto secondo l’Unicef, e li hanno ammazzati tutte le fazioni in campo, non solo Assad -, al peggioramento dei rapporti con chi come l'Arabia e gli Emirati Assad proprio non lo digerisce, alle inevitabili rappresaglie terroristiche dello Stato Islamico e magari pure di Al Qaeda sul suolo europeo e americano. Siamo in grado di sopportarlo? È aperto il televoto.

Nessun “buono”, nessuna stabilità all’orizzonte, nessuna scelta esente da rischi altissimi. Non bastasse, questo materiale per fini strateghi, roba che avrebbe fatto tremare i polsi a Kissinger, è nelle mani di mezze figure, autocrati in cerca di autore e megalomani in chief

Altre ipotesi: lavarsene le mani del tutto e lasciare che si scannino, col rischio che altri - chi sostiene lo Stato Islamico, per dire - non lo facciano. Oppure, variazione sul tema, tagliare l’erba di tanto in tanto, quando diventa troppo alta, come hanno fatto gli Usa fino ad oggi, coi loro seimila raid aerei in due anni sui territori del Califfo, facendo decantare sine die la situazione, in attesa che accada qualcosa con buona pace di chi abita in Siria o in un campo profughi, accettando che si protragga una guerra che finora ha prodotto sei milioni di profughi e un numero imprecisato di morti (l'Onu ha rinunciato a contarli) O infine - auguri! - decidere di smetterla con le proxy war e mettere gli stivali sulla terra, un po’ come è stato fatto in Iraq nel 2003, nella genesi del caos che abbiamo generato con la nostra pazza idea di esportare la democrazia in Medio Oriente.

Questo è il menù. Indigesto per le nostre anime belle, viziate da cinquant’anni e più di pace ininterrotta. E per di più, persuasi del fatto che non possa esistere una storia senza lieto fine. Nessun “buono”, nessuna stabilità all’orizzonte, nessuna scelta esente da rischi altissimi. Non bastasse, questo materiale per fini strateghi, roba che avrebbe fatto tremare i polsi a Kissinger, è nelle mani di mezze figure, autocrati in cerca di autore e megalomani in chief, che - non vorremmo risultare troppo pessimisti, ma tant’è - sarà già tanto se si limiteranno a fare caciara all’Onu, senza far precipitare la situazione. E per la cronaca: poi ci sarebbe da occuparsi pure di Libia e Yemen. Buon appetito.

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