Andrea Catizone: «Il problema italiano della violenza sui minori non è l'Islam, servono leggi più adeguate»

Intervista alla responsabile dell’Osservatorio sulle famiglie di Federconsumatori sugli ultimi casi di maltrattamento genitori-figli, interpretato dai più come un'"emergenza integrazione in Italia"

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MANAN VATSYAYANA / AFP

7 Aprile Apr 2017 1211 07 aprile 2017 7 Aprile 2017 - 12:11

La ragazza 16enne di Pavia frustata dal padre musulmano per i suoi comportamenti ritenuti troppo disinvolti e “occidentali”, la 14enne del Bolognese rasata a zero dai genitori perché non indossava il velo. C’è un’emergenza integrazione in Italia? “No, siamo di fronte a un normale processo di integrazione fra culture che sono diverse e che scontano uno scarto temporale nell’emancipazione di alcune figure sociali e di alcuni costumi”. A parlare è l’avvocato Andrea Catizone, esperta in diritto di famiglia e tutela dei minori, responsabile dell’Osservatorio sulle famiglie di Federconsumatori. “Non è assolutamente un fenomeno preoccupante se si considera ciò che accadeva fino a pochi anni fa nel nostro Paese. Io, ad esempio, non ricordo di aver mai visto mia nonna in costume da bagno o con i capelli sciolti. Anche l’Italia ha vissuto un tempo in cui i nostri parenti avevano dei modi di vivere per certi versi simili a quelli che oggi adottano queste famiglie. Non dobbiamo avere un fondamentalismo laico, di matrice opposta a quella religiosa”.

Dunque non esiste un problema con l’Islam in generale, ma siamo solo di fronte a casi particolari?

Quando si parla di Islam bisogna essere molto cauti, perché è una cultura complessa al cui interno convivono approcci differenti. I fondamentalismi sono da bandire in generale, ma la maggior parte delle famiglie islamiche che vivono nel nostro Paese sono assolutamente moderate e hanno trovato un equilibrio tra i loro costumi e le loro credenze da una parte e le nostre abitudini dall’altra. Al netto del rifiuto di ogni forma di violenza, bisogna dare il tempo a queste nuove famiglie di integrarsi.

Nel caso di Pavia vede significativo il fatto che, a quanto pare, la madre era consenziente o addirittura favorevole alla violenza perpetrata dal padre nei confronti della figlia?

Emerge una fotografia delle dinamiche interne a quel tipo di agglomerato familiare, in cui un padre-padrone decide delle modalità di conduzione dell’esistenza delle persone, anche al di là di quello che potrebbe essere il giudizio sulla madre. In questo caso c’è una madre che in qualche modo rinuncia all’istinto primordiale di proteggere i propri figli. Sono certa che questa donna non assistesse in maniera indifferente alle violenze perpetrate nei confronti della figlia, ma non aveva la possibilità prima di tutto culturale di potersi ribellare. Non è molto diverso da quanto accadeva in Italia all’inizio del secolo scorso. Quante vite sono state rovinate, ad esempio, dai matrimoni combinati? Eppure anche in quei casi le madri non riuscivano a intervenire, ma tolleravano questi costumi. Noi siamo stati fortunati perché abbiamo avuto l’Umanesimo e il Rinascimento, anche se tante volte ce ne dimentichiamo. Dobbiamo aiutare queste culture a scoprire un loro Umanesimo nella concezione dell’essere umano e delle relazioni sociali.

«Quando la bambina cresce in un ambiente in cui l’imposizione è la regola, ciò ha un impatto violento sulla costruzione identitaria della persona e anche sulla costruzione dei rapporti sociali, perché per questa bambina i rapporti avranno sempre una matrice violenta e impositiva. Spesso, infatti, l’effetto è la ribellione dalle regole imposte nel nucleo familiare»

Lei è una delle maggiori esperte in Italia nel settore. La 16enne di Pavia è stata temporaneamente sottratta alla famiglia dal tribunale dei minori di Milano. Come intervenire quando si è di fronte a queste vicende? Cos’è meglio fare per il minore?

Sicuramente qui la legge, per usare un’espressione forte, ci va giù con l’accetta, perché c’è una presunzione di responsabilità nei casi di violenza. In pratica, dato che c’è un pericolo per l’integrità fisica di un minore, si procede all’interruzione del rapporto. Bisognerebbe, però, pensare a misure intermedie tra lasciare il minore in famiglia e toglierlo definitivamente. Altrimenti assistiamo, come abbiamo già visto in questi giorni, a casi di figli che vengono sottratti alla potestà genitoriale della madre, sono affidati al padre e poi scrivono lettere dalle quali emerge un forte disagio e un forte desiderio di incontrare la madre stessa. Bisognerebbe quindi essere equilibrati sia nella valutazione sociale dei fenomeni sia nell’intervento giurisdizionale, perché non è detto che per un minore sia necessariamente meglio essere trasferito in una comunità di estranei piuttosto che rimanere nel proprio ambito familiare.

Che impatto hanno queste tensioni familiari sullo sviluppo psicologico del minore?

Devastante. Quando la bambina cresce in un ambiente in cui l’imposizione è la regola, ciò ha un impatto violento sulla costruzione identitaria della persona e anche sulla costruzione dei rapporti sociali, perché per questa bambina i rapporti avranno sempre una matrice violenta e impositiva. Spesso, infatti, l’effetto è la ribellione dalle regole imposte nel nucleo familiare. A tutti è capitato di ribellarsi alle regole imposte dai propri genitori, ma in questo caso la gravità sta nel fatto che l’imposizione di regole non condivise avviene in forma violenta, quindi da bandire.

Quale rapporto esiste tra educazione familiare di carattere islamico e rispetto dei diritti umani fondamentali?

Si tratta di un tema delicato. Anche noi all’interno della religione cattolica battezziamo i nostri bambini quando sono ancora neonati, indirizzandoli verso una determinata educazione religiosa. Il punto è che la nostra religione si è sviluppata e oggi asseconda un sistema di solidarietà, di aiuto per il prossimo e di rispetto per gli altri.

Quando emergono contrasti netti tra un modo di esprimere il proprio credo religioso e il rispetto dei diritti delle persone, bisognerebbe tentare la strada del dialogo, piuttosto che dell’imposizione. Occorre mettere in campo strumenti culturali che permettano a queste persone di vedere i vantaggi che un’educazione di altro tipo può generare. Ma, ripeto, bisogna dare tempo.

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