IL BASTONE E LA CAROTA

Il nuovo libro di Luca Ricci? Masturbatorio. Leggete invece "Contea inglese" di Silvio D'Arzio

Il bastone e la carota: due libri alla settimana, uno raccomandato e uno sconsigliato. Da dimenticare 'I difetti fondamentali' di Luca Ricci, mentre 'Contea Inglese' di Silvio D'Arzio è il "racconto perfetto"

Erika Pucci

Erika Pucci/Versiliatoday.it

7 Aprile Apr 2017 1002 07 aprile 2017 7 Aprile 2017 - 10:02

Il bastone

Prendiamo dalla casseruola dei morti Giovanni Verga. Secondo l’anagrafe Verga è nato nel 1840 ed è andato all’altro mondo 95 anni fa. Eppure, a conti fatti e a racconti letti, Verga è un giovanotto rispetto a Luca Ricci, classe 1974. Fate l’esperimento. Comparate uno qualsiasi dei racconti di Verga, razziate dalle Novelle rusticane, chessò, pigliate La Lupa, che gli scrittori dovrebbero farsi tatuare sulle chiappe, così mobile, famelico, sinuoso fin dall’incipit (“Era alta, magra; aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna e pure non era più giovane; era pallida come se avesse sempre addosso la malaria”), e comparatelo a uno dei racconti inscatolati da Ricci ne I difetti fondamentali. Da una parte avete un ragazzino – Verga – che maneggia nel linguaggio, mannaggia a lui quanto è bravo, da furibondo; dall’altra avete Ricci, un catalogatore di ovvietà, un masturbatore di frasi fatte. Masturbatorio, in effetti, questo libro lo è davvero: ci sono le masturbazioni mentali di chi sogna di essere un grande scrittore e le masturbazioni letali di chi è passato dalle stelle del successo alle stalle del nulla. Ci sono, soprattutto, le masturbazioni linguistiche di Ricci, un Lancillotto della frasi fatte. Il tipo che si fa Alessia D’Antoni “una delle studentesse di economia più ambite” ne Il rothiano, per dire, cosa volete che faccia? “La pompavo con tutta la forza di cui ero capace”. D’altronde, il “sesso tra marito e moglie” è ovviamente “assuefatto e abitudinario, monotono e stanco” e visto che siamo in tema di masturbazioni, “come cambiava un pompino dopo il matrimonio!”. Cecchino dei luoghi comuni (esempi: cosa spira sul Golfo dei Poeti? Una “brezza leggera, quasi autunnale”; com’è quel luxury hotel? Va da sé, è un “luxury hotel del cazzo”; e gli americani? “Amichevoli e un poco sbruffoni”), dovremo fare una colletta per pagare a Ricci l’opera omnia di Verga, prima di scrivere un rigo che la impari intera a memoria. L’autoritratto di Ricci, moralista inappetente (ne Il rifiutato, il poveretto che attende un giudizio sul suo romanzo dall’editor a cui telefona ogni lunedì, viene degnato di lettura solo dopo morto, “con le lacrime agli occhi”), comunque, sta nel racconto L’eccitato. Dario Bo (un incrocio tra Carlo Bo e Il grande Boh! di Jovanotti) continua a menarselo senza che accada nulla, appartiene “agli sfibrati da una stimolazione continua, estenuati da uno sfregamento ininterrotto, logorati da un toccarsi perpetuo”, alieni dall' "erezione naturale". Ecco: Ricci continua a martoriarselo per 350 pagine. Non si eccita lui, stressa i testicoli a noi.

Luca Ricci, I difetti fondamentali, Rizzoli, pp.352, euro 20,00

Hounlibrointesta.it

La carota

Una delle tante balle che come un virus appestano l’editoria italiana è che “i racconti non vendono”. Tradotto: i racconti fateli scrivere a Raymond Carver, agli americani, gli italiani non sono buoni. Balle, appunto. L’arte del racconto, dal “Novellino” a Boccaccio, è nata in Italia. E in Italia si è perfezionata. Le Operette morali di Leopardi, per dire, non hanno nulla da invidiare ai negromantici racconti di Borges, Giovanni Verga (vedi sopra) non è da meno di Cechov e Carlo Dossi è un genio sfegatato. E Dino Buzzati, allora?
Tra i viventi – e misconosciuti – ne impiatto due. Leonardo Bonetti, romanziere rocker, con La quercia nella fortezza (Italic Pequod, 2015) allinea una sfilza di racconti ambigui, scritti sotto l’imperio di Tommaso Landolfi, supremo narratore anche lui. Michele Mengoli, invece, prima di diventare il ghost writer dell’economista spassoso Alberto Forchielli, con Iene di carta (Guaraldi, 2014), ha registrato l’apocalisse dell’editoria odierna – memorabile la scena dell’ex allievo della Holden che si presenta nell’ufficio di Baricco con pistola in pugno.
Tuttavia, l’autore del “racconto perfetto” – secondo la didascalia di Eugenio Montale – è Silvio D’Arzo, autore di una vita precoce e spietata (morì nel 1952, a 31 anni) oltre che del perfetto Casa d’altri. Non è perfetto, anzi, è pure incompleto – ma in grado di offrire deliziose allucinazioni estetiche – Una storia così, pubblicato di recente. Teddy Ted, “maestro supplente” che “covava in cuore da anni l’idea di scrivere un grosso romanzo, per comprarsi un vestito decente”, viene visitato “tutte le sere” da Tarzan – “il primo a sbucar fuori” – da Alice “col suo Coniglietto”, dai Tre Porcellini, dalla Bella Addormentata nel Bosco, da Mowgli, da Topolino, da John Silver, dal “vecchissimo Robinson Crusoe” tenuto per mano da Pinocchio. Un caleidoscopico inno all’arte – fantastica, mica masturbatoria – del racconto.

Silvio D’Arzo, Contea inglese, Corsiero Editore, pp.208, euro 18,50

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