Indignazione e ipocrisia: così abbiamo tagliato gli aiuti ai bambini siriani

L'onda di sdegno per le immagini dei bambini uccisi dai gas è destinata a rimanere lettera morta. L'Occidente destina sempre meno soldi ai siriani. E l'Italia? Anche noi tagliamo i fondi

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Omar haj kadour / AFP

7 Aprile Apr 2017 0745 07 aprile 2017 7 Aprile 2017 - 07:45

È facile etichettare il massacro di Idlib come «strage dei bambini». D’altronde in questi giorni anche le dichiarazioni dei “grandi” della Terra sugli 85 morti e oltre 500 feriti non si sono fatte attendere. Da Angela Merkel («È barbaro aver utilizzato armi chimiche in Siria») allo stesso Paolo Gentiloni («Orrore senza fine. Stop ad armi chimiche, sono crimine contro l'umanità», ha twittato) fino a Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera europea («Quanto abbiamo visto ha sconvolto tutti noi: non lo dico da politico, ma innanzitutto da madre […] Basta violenze, basta guerra, i siriani vogliono la pace e vogliono ricostruire il loro paese, in democrazia e libertà»). Tutte tesi che sposano i sentimenti profondi dell'opinione pubblica.

Ma il rischio è che, al di là delle parole, resti ben poco. Pochi, probabilmente ne hanno mai sentito parlare ma, proprio per garantire assistenza ai rifugiati siriani (non solo nella stessa Siria, ma anche in Turchia, Libano, Iraq e Giordania), esiste da anni il cosiddetto «3RP», ovvero il Piano Regionale per i Rifugiati e la Resilienza, entro cui ritroviamo Governi nazionali, Organizzazioni Non Governative (oltre 200), la stessa Unione europea e agenzie Onu, a cominciare dall’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati).
Ebbene, questo Piano – che di fatto coordina tutta l’attività umanitaria – da giugno sarà a rischio. Tra due mesi, insomma, potrebbe essere l’ennesimo clamoroso ricordo di una retorica vuota di impegni concreti. Già, perché contrariamente agli impegni presi dai singoli Stati per rispondere alla crisi siriana, i finanziamenti promessi non stanno più arrivando. L’allarme, non a caso, è stato lanciato in questi giorni da Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, intervenuto a Bruxelles proprio per parlare del futuro siriano: «Esprimiamo riconoscenza e soddisfazione per le donazioni giunte finora, ma la verità è che i fondi raccolti non bastano a coprire le spese necessarie. La situazione sta diventando disperata». I numeri, sciorinati nell’ultimo report presentato, sono disarmanti: per il 2017 il Piano necessiterebbe di 4,63 miliardi di dollari. Una cifra enorme, certo, ma necessaria per garantire assistenza a 5 milioni di rifugiati e a 4,4 milioni di persone nelle comunità di accoglienza (senza dimenticare i quasi 14 milioni di sfollati a causa del conflitto). Peccato però che, denunciano Onu e associazioni, sia stato concretamente raccolto solo il 9% del necessario: 433 milioni di dollari. Briciole, se si pensa che è un Piano che vede tra i finanziatori 2016 quasi 50 Stati, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, dal Vaticano all’Italia, finendo con la stessa Unione europea.

E le conseguenze, illustrate ancora dall’Unhcr, sono ancora più drammatiche: la distribuzione di alimenti e contributi economici diretti verrà tagliata entro la metà dell’anno; le famiglie saranno costrette a ritirare i propri figli da scuola (sono già mezzo milione i bambini fuori dal sistema scolastico); gran parte dei programmi infrastrutturali avviati per portare acqua potabile e servizi igienico-sanitari saranno inevitabilmente lasciati a metà.

Ebbene, questo Piano – che di fatto coordina tutta l’attività umanitaria – da giugno sarà a rischio. Tra due mesi, insomma, potrebbe essere l’ennesimo clamoroso ricordo di una retorica vuota di impegni concreti. Già, perché contrariamente agli impegni presi dai singoli Stati per rispondere alla crisi siriana, i finanziamenti promessi non stanno più arrivando

E l’Italia? Cosa sta facendo il nostro Paese preso singolarmente? Troppo poco. O, meglio, troppo poco si sa. Se infatti diverse sono le associazioni umanitarie impegnate in campo (dal fronte umanitario a quello delle adozioni internazionali), è altrettanto vero che, complice la farraginosa macchina burocratica nostrana, poco si fa e poco si sa.

Partiamo da un dato: nonostante la Farnesina debba per legge pubblicare annualmente una relazione «sulle attività di cooperazione allo sviluppo», l’ultima è relativa ai dati 2014 ed è stata pubblicata a metà 2015 (dall’attuale premier, Gentiloni). Dopodiché il silenzio totale. Ma non c’è da sorprendersi. Come specificato nella stessa relazione, a dettare le linee guida «di tutte le attività in materia di cooperazione allo sviluppo, nonché la coerenza tra queste e le politiche nazionali» è il Cics, ovvero il Comitato Interministeriale per la Cooperazione allo Sviluppo. Un Comitato di fondamentale importanza, tenendo conto che è composto in pratica da tutti i ministri con portafoglio e dallo stesso Presidente del Consiglio.
Peccato, però, che dalla sua nascita (nel 2014) si sia riunito solo due volte: nonostante la legge obblighi il comitato a pubblicare – anche qui – relazioni annuali, il Cics si è riunito l’11 giugno 2015 (per darsi il regolamento interno, peraltro) e, la seconda volta, una settimana fa, «dopo la denuncia mia e di altre associazioni», ci racconta Nino Sergi, fondatore della Ong Intersos. Si spera ora che le cose migliorino, dato che oltre alle linee guida, c’è anche un discorso prettamente economico, come spiega ancora Sergi: «la programmazione triennale, con gli stanziamenti previsti, scadrà a fine 2017. E in quel momento bisognerà necessariamente riunirsi».

Vedremo come andrà nei prossimi anni, considerando che gli ultimi dati a disposizione parlano di tagli clamorosi: siamo passati da 4,86 miliardi di dollari stanziati per la cooperazione nel 2008 a 2,74 nel 2014. Ma fa niente: l’importante è continuare a inorridirsi con le foto di corpi martoriati sui social. E, casomai, scrivere #JeSuisSiria per sentirci tutti sollevati.

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