Trump bombarda la Siria, molto rumore per (quasi) nulla

Gli attacchi coi missili contro le forze di Assad non obbediscono a una strategia precisa, ma sono una mossa gattopardesca. Al massimo The Donald vuole dare un'idea di imprevedibilità, che potrebbe pagare nel medio termine

Trumps
8 Aprile Apr 2017 0830 08 aprile 2017 8 Aprile 2017 - 08:30

Dopo aver minacciato rappresaglia contro Assad per il bombardamento con armi chimiche su Khan Shaykhun dello scorso 4 aprile, Donald Trump è stato rapidissimo a passare all’azione. Una sessantina di missili Tomahawk sono caduti, a poche ore dall’annuncio, sulla base dell’aviazione siriana di Shayrat, da cui gli Usa sostengono sia partito l’attacco con il gas nervino. Un’azione che, secondo quanto affermato dagli Usa e secondo il parere degli analisti, non dovrebbe – ma il condizionale è d’obbligo con un presidente imprevedibile come Trump – preludere a un cambio di strategia americana in Siria.

La rapida evoluzione degli avvenimenti ha creato una certa confusione. Subito dopo l’attacco col gas del 4 aprile la Casa Bianca aveva affermato, per bocca del suo portavoce, che la politica Usa verso la Siria e verso Assad non sarebbe cambiata. Poi invece Trump ha preso duramente posizione, condannando l’attacco e minacciando rappresaglia. A distanza di poche ore la vendetta è arrivata, con il bombardamento su Shayrat. Subito dopo il bombardamento però l’amministrazione repubblicana ha nuovamente fatto sapere che non intende cambiare la sua linea d’azione in Siria, né rimuovere con la forza il regime siriano. Allora a cosa abbiamo assistito? Cos’è successo davvero nelle ultime ore?

Secondo diversi esperti questo strike ordinato da Trump è più un’operazione di immagine che di sostanza. Per quanto riguarda specificamente la Siria si tratterebbe di una mossa gattopardesca, per cui si cambia qualcosa – per la prima volta i missili Usa colpiscono in Siria obiettivi del regime – perché non cambi nulla. Infatti è molto più importante per Trump, che ha sdoganato la permanenza al potere di Assad, punire eventuali superamenti della “linea rossa” sulle armi chimiche evitando che risuccedano in futuro, di quanto non lo fosse per Obama, che era dichiaratamente ostile al dittatore siriano (pur nel contesto del non-interventismo voluto dal presidente democratico). Ma una volta “impartita la lezione” ad Assad – e indirettamente alla Russia, così invitata a vigilare maggiormente sul proprio alleato – Trump sembra che voglia tornare allo schema precedentemente approvato, per cui non c’è un piano B rispetto alla permanenza del dittatore.

Per quanto riguarda specificamente la Siria si tratterebbe di una mossa gattopardesca, per cui si cambia qualcosa – per la prima volta i missili Usa colpiscono in Siria obiettivi del regime – perché non cambi nulla

Ma questo bombardamento, secondo fonti vicine agli ambienti dell’intelligence, ha un valore che va al di là dello scenario siriano. Si tratta di una “comunicazione strategica” di Trump ai leader di tutto il mondo, che vuole testimoniare un cambio rispetto agli anni della precedente amministrazione. Adesso il presidente Trump – questo sarebbe il messaggio – è pronto a usare la forza in qualsiasi momento, con scarso preavviso e senza bisogno di mediazioni. Potrebbe non essere un caso che l’attacco sia avvenuto durante la visita negli Usa del presidente cinese Xi Jinping, anche considerato il recente surriscaldamento del dossier nord-coreano. E il messaggio è sicuramente stato sentito anche a Teheran.

Torniamo alla Siria. Il bombardamento con armi chimiche del regime – oramai le prove sono tali da fugare quasi qualunque dubbio sulla paternità - è stato quasi unanimemente ritenuto dagli osservatori come una mossa stupida sotto molteplici punti di vista. Se la pioggia di Tomahawk americani sarà l’unica sua conseguenza, Assad potrà ritenersi fortunato. Al momento questo sembra l’esito più probabile, perché gli Usa continuano a non avere (apparentemente) una strategia alternativa a quella russa per la Siria, la Turchia è sotto scacco e non può permettersi scarti nei confronti di Mosca e perché i sostenitori di Assad (Iran, Cremlino, Hezbollah etc.) non hanno un’altra carta su cui puntare al momento. Ma non è detto che la situazione non si evolva.

Gli elementi da tenere in considerazione, secondo gli esperti, per verificare che il quadro resti sostanzialmente invariato sono quattro. Il primo, più banale, sarà l’assenza di altri strike americani nelle prossime ore. Le dichiarazioni degli ambienti militari americani che parlano di “un colpo soltanto” lasciano presagire che non dovrebbero esserci altri attacchi ma, come già detto, non si può esserne certi in uno scenario tanto fluido e con un presidente Usa tanto inaffidabile. Il secondo è il rapporto Usa-Turchia. Se Ankara, che in queste ore ha fatto retromarcia sulle precedenti aperture alla permanenza di Assad, continuerà ad essere lasciata nell’angolo in cui si è infilata - un po’ da sola un po’ giocando (male) di sponda con Mosca - senza che le venga offerta una sponda, vuol dire che a Washington non interessa riaprire i giochi in Siria.

Terzo elemento è il rifornimento di armi, soldi e logistica ai ribelli siriani. Se gli Usa continueranno ad armare ed aiutare solamente le SDF (alleanza di sigle ribelli dominata dal YPG curdo), che al momento stanno macinando successi nell’avanzata verso la capitale siriana del Califfato, Raqqa, Assad può tirare un sospiro di sollievo. Le SDF e il regime hanno infatti degli accordi di non belligeranza e spesso hanno trovato, anche con la mediazione della Russia, soluzioni comuni. Se invece riprenderanno programmi americani di riarmo e addestramento di altre sigle ribelli, coinvolte direttamente negli scontri con le forze di Damasco, potrebbe essere il segnale di una volontà di Trump di impedire un consolidamento del regime. Un’ipotesi al momento ritenuta poco probabile dagli analisti, a causa della mancanza di soluzioni alternative ad Assad da un lato, e dall’altro a causa della visione politica di Trump, poco incline a invischiarsi nelle questioni interne della Siria (ad esempio decidere chi sono i ribelli “buoni” e chi i ribelli “cattivi”).

Tutta la dinamica di questa vicenda lascia quindi per ora presagire un gran polverone nei prossimi giorni che, una volta placatosi, lascerà la situazione sostanzialmente inalterata rispetto a come era prima dell’attacco chimico del 4 aprile.

Quarto elemento, fondamentale, è il rapporto tra Casa Bianca e Cremlino. La Russia, dopo il bombardamento americano, ha preso posizioni molto dure parlando di “danni considerevoli” alle relazioni con gli Usa e di “aggressione a uno Stato sovrano”. Gli esperti sono però scettici sulla reale portata di queste esternazioni. Si tratterebbe di un gioco delle parti necessario, perché Putin non può perdere la faccia coi propri alleati e deve anche intestarsi il fatto che la rappresaglia Usa non vada oltre quest’unica azione. Di qui la necessità di fare la faccia cattiva.

Molto più indicativo sarebbe, secondo le fonti vicine agli ambienti dell’intelligence, il preavviso che gli Usa hanno dato alla Russia sull’imminente attacco. Per prima cosa vuol dire che i canali di comunicazione ci sono, sono aperti e ben lubrificati. In secondo luogo bisognerebbe anche capire se quando gli Usa hanno avvisato c’era il pericolo che, qualora non lo avessero fatto, venissero colpiti involontariamente anche mezzi e uomini russi. Se così non fosse la preallerta data dagli Usa sarebbe ancor più un riconoscimento a Mosca del suo ruolo nell’area. In ogni caso lo scarso numero di morti (sei, per ora) tra le fila dell’esercito siriano testimonia che, così come Washington ha avvisato Mosca, Mosca ha avvisato Damasco, in modo da minimizzare i danni.

Tutta la dinamica di questa vicenda lascia quindi per ora presagire un gran polverone nei prossimi giorni che, una volta placatosi, lascerà la situazione sostanzialmente inalterata rispetto a come era prima dell’attacco chimico del 4 aprile. Non si può tuttavia escludere che la fluidità dello scenario siriano e l’intreccio di interessi di numerose potenze regionali e internazionali possa portare verso un’escalation. Tanto più pericolosa perché, almeno in apparenza, nata da episodi e non da una pianificazione strategica.

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